mercoledì 8 dicembre 2010

why in the world ...

- And ... why in the world did you come to Albania in the first place? I mean: what was your problem ?!?
- Why in the world? Let me think ...

1994, l'anno della maturità. Erano quasi 5 anni che frequentavo un'associazione di volontariato e ogni estate partecipavo a un campo di un paio di settimane nei quartieri poveri della città, nelle "periferie". Quell'anno lì per qualche motivo il campo era altrove: in Albania; bisognava ricostruire un asilo o una scuola o un orfanotrofio, qualcosa del genere. Io ero minorenne e i miei genitori - ovviamente - non vollero sentirne parlare; senza il loro consenso non potevo espatriare. Invece mi mandarono in Scozia a scuola d'inglese, e quella fu la mia prima volta oltre confine; senz'altro erano convinti che avrei apprezzato il "premio di consolazione". Promemoria per genitori o aspiranti tali: se vi capita una figlia come me (e non ve l'auguro ... ), considerate attentamente l'eventualità di conseguenze imprevedibili delle vostre scelte.

1996/1997, terzo anno all'Università, primo anno di specializzazione, prodromi dell'insana passione per la demografia. Alla fine del corso c'era da presentare un piccolo lavoro di ricerca; scelgo come tema l'immigrazione albanese e parto in treno per il Salento a fare interviste e a ritrovare una parte di me stessa che non sapevo di avere. Scopro che dietro ai numeri e ai grafici ci sono le storie e che io ho tutto il tempo di farmele raccontare; le storie di migrazione non sono diverse dalla mia, ma questo l'avrei capito meglio qualche anno dopo. È l'epoca di pensiero meridiano, quando ancora credevo che avrei scoperto chi ero. Questa esperienza diventa il progetto per la mia tesi di laurea; il mio relatore fa parte dell'unico gruppo in Italia che studia l'immigrazione albanese e potrei anche passare un periodo all'INSTAT di Tirana. Intanto vinco la borsa Erasmus e parto per l'Irlanda. Torno nell'estate del 1998, mi procuro un'altra borsa di studio per tesi all'estero e sono sicura che stavolta riuscirò a andare in Albania.
Invece sono gli anni della crisi delle piramidi, della (quasi?) guerra civile, del Kosovo; e l'Università non si assume la responsabilità di appoggiare la mia trasferta. Accetto di cambiare il progetto di tesi e nel 1999 finisco in Spagna a studiare la declinazione femminile di moros y cristianos. Tutto ha perfettamente senso: continuo ad esplorare confini liquidi, scopro l'orientalismo e il profumo di gelsomino, imparo a preparare il the alla menta, mi ritrovo all'IMA di Parigi, torno a casa e mi laureo. Ancora, però, niente Albania.

2000/2003, durante il mio dottorato di ricerca posso trascorrere un periodo all'estero: nel 2001 parto per il Marocco. La ricerca dottorale non è affatto "libera": bisogna scegliere qualcosa che sia coerente con il proprio pregresso e con gli interessi del dipartimento e possibilmente non pestare i piedi a nessuno; così che dalle immigrate marocchine in Spagna della tesi di laurea passo alle politiche genre et développement del Marocco. Sì, è vero: in quel periodo perdo di vista le storie di migrazione; è una scelta a cui ho ripensato spesso ma che non rimpiango; e che, di nuovo, ha avuto conseguenze imprevedibili. Arrivo a Rabat decisa a tentare un vecchio sogno; busso a una porta, convinco il Direttore di un Ufficio che potrebbe farmi stare lì e così io avrei accesso a materiale originale per la mia ricerca e lui avrebbe una persona a disposizione. La cosa funziona.
Questo Direttore rientra in Italia e ogni anno lo incontro a Pisa ad una conferenza; "Sei sprecata qui, pensaci", mi dice ogni volta. Ma nel 2001, al rientro dal Marocco, mi sono ammalata e i medici mi hanno convinta che devo smettere di correre; compro una casa, trovo un lavoro "normale" (40 ore a settimana, tempo indeterminato), cerco un equilibrio impossibile da trovare.

2006, ci ho pensato e ho deciso che posso smettere di correre ma non posso rinunciare a quella che sono; e quella che sono viaggia per il mondo e racconta storie. Mi licenzio e mi ritrovo; ricomincio a lavorare e per qualche mese mi sposto a Roma; il mio amico Gianpaolo in quel periodo segue una produzione italo-albanese e torna entusiasta da Tirana con una busta di çai mali che io e Valeria, sospettosissime, gli buttiamo via. L'ex Direttore di Rabat diventa Direttore per l'Ufficio di Tirana e mi dice: ho una proposta per te. Mi illumino d'immenso e penso: è fatta, stavolta ci vado; anzi, lo vedi: è proprio un segno del destino!
La proposta, invece, è partire per il Sahel. E dopo di quello, trasferirmi a Tunisi.

2007, si apre una posizione a Tirana e il Direttore mi chiama per sentire se conosco qualcuno a cui potrebbe interessare.
- Io, rispondo; a me interessa.
- Nessuno lascerebbe Tunisi per Tirana. Sei proprio sicura?
- Sono sicura; io ho sempre voluto andare in Albania.

Sono venuta a vivere qui il 29 febbraio del 2008. A quel punto praticamente non mi ricordavo più come né perché; non mi ricordavo le immagini degli sbarchi, la nave Vlora, lo stadio di Palese, le storie che avevo raccolto e messo da parte. Però ero sicura: arcanamente sicura che dovevo venire qui, che qui c'era qualcosa che mi stava aspettando, che avrei capito. Partendo da Taranto, Puglia, ho fatto il giro più largo che si possa immaginare per arrivare a Tirana: ho vissuto in parecchie città e in quattro Paesi; ho parlato, letto, scritto, amato profondamente in altre tre lingue; in pratica ho attraversato tutto il Mediterraneo, ho incrociato civiltà scomparse, ho imparato a riconoscere le fogge dell'hijab; sono passata persino dall'Africa, quella vera, con gli arbres à palabre; un paio di volte ho ricominciato da zero: credo di essere cresciuta oltre la mia rabbia e di avere imparato, con l'età, la pazienza. Non sono mai tornata sui miei passi, più che altro per non rifare gli stessi errori.

I miei anni in Albania sono stati pieni e intensi; nel lavoro e nella vita mi sono successe cose che non avrei immaginato; volevo le montagne e le aquile, e le ho avute. Quello che nessuno sa è che questa, per me, non è solo la fine di un viaggio: è un cerchio che si chiude, è "torna alla casella di partenza"; e non sono sicura che ci sarà un'altra partita, non a questo gioco. Questo pensiero mi spezza il cuore.

- You attach excessive meaning to things.
- Indeed.
- Have more raki?
- Yes, please.

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