lunedì 29 giugno 2009

una (nessuna?) e centomila ...

L'ingresso di questa palazzina è buio e angusto mentre fuori risplende, insolita, una Bruxelles piena di sole e di luce; passo davanti a un certo numero di specchi per raggiungere le scale.
Io non amo specialmente gli specchi e tendo a non possederli, fatto indubbiamente collegato alla mia scarsa attenzione per molte "cose da femmina" (quali: pettinarmi, truccarmi, scegliere le scarpe in tono con la borsa, indossare gioielli ... ) e forse anche - più profondamente - all'esercizio faticoso con cui, da molti anni a questa parte, mi applico a non fare la fine del buon Vitangelo Moscarda.

Rientrando dal mio primo giorno di scuola, lo sguardo mi è cascato su me stessa: accaldata, stanchissima, con i capelli legati, due borse a tracolla piene di documenti, i pantaloni di un tailleur (non tanto elegante) troppo lunghi per i miei tacchi bassi (la mia sarta non si convince che io non riesca a seguire la scarpa-fashion albanese) e senza giacca.
Questa sono io? Questa è quella Serena che arriva sempre o troppo tardi o troppo presto, che perde tutte le buone occasioni per non dire quello che pensa, che non riesce mai a concludere nessuna carriera con la scusa della curiosità? Quella Serena che non vorrebbe altro se non passare inosservata, ma che invece si mette sempre nei guai urtando sui nervi a gente che poi le rende difficile la vita? (E ha un bel dire il mio amico Moreno che se sono degli insicuri il problema è loro: viste le ripercussioni, il problema è tutto mio ... )
Direi di sì: questa è Serena. Col bello e col cattivo tempo, e con questa infantile attitudine all'onestà intellettuale di cui non riesco a sbarazzarmi. Questa è Serena più di quella spedita a difendere posizioni che non condivide (francamente underperforming), e forse anche più di quella a piedi nudi e spada sguainata che pure so di essere stata.

Una persona che mi conosce da poco mi ha definita "solare": aggettivo che suona veramente strano associato a me e su cui continuo a farmi domande. Cosa vedono gli altri di noi stessi? Quale immagine proiettiamo sugli sconosciuti? E cambia mano a mano che entriamo in confidenza? Ci sono persone capaci di indovinarci? E se si sbagliano, avremo mai diritto di replica?

Benché eviti di specchiarmi, in realtà, io lo so bene chi sono e chi voglio essere; dico solo che a volte è veramente difficile resistere. E allora mi ripeto una verità etimologica che mi risulta rassicurante: serena significa "come il cielo senza nuvole".

domenica 28 giugno 2009

ULB

La mia summer school di quest'anno è presso la famosa ULB: Université Libre de Bruxelles. "Libera" perché fondata nel XIX secolo (con chiare ascendenze massoniche) come luogo di istruzione e cultura che non fosse controllato né dallo Stato né dalla Chiesa. Il motto dell'ULB è SCIENTIA VINCERE TENEBRAS e il suo cardine è, a tutt'oggi, il "libero esame", principio in base al quale ogni dogma deve essere rigettato e sottomesso alla verifica indipendente della ragione umana.
La questione non è di lana caprina: il libero esame è citato all'art. 1 dello statuto dell'ULB, che ricercatori e docenti si impegnano a rispettare quando firmano un contratto. L'ULB - tanto per dirne una - coltiva in maniera speciale il culto del pensatore libertario Francisco Ferrer, fondatore della Escuela Moderna e martire del libero pensiero.

Spesso mi dico che il mio problema è che ho un'anima ottocentesca che non trova modo di adattarsi alla vita contemporanea, specie per quanto riguarda le mie idee (decisamente libertarie) sull'istruzione: la cultura alla portata di tutti, la scuola popolare, la diffusione dei saperi come dovere morale, la coscienza civica, la potenza sovversiva dell'alfabetizzazione ... Cercare, imparare, sapere, capire, mettere in discussione, trovare un altro punto di vista, farsi un'altra e ancora un'altra domanda. Confrontarsi, scendere dalla cattedra, avere dubbi. Conoscere per poter scegliere, per essere liberi di scegliere. Eccetera eccetera eccetera.

Poi mi capita di viaggiare e sono tentata di ricredermi: forse non è un problema di secolo, ma solo di nazionalità ...

Magari è solo marketing e la realtà è un'altra cosa. Ciononostante, mentre sospendo il giudizio, ricopio di seguito dal sito web dell'ULB:

Le libre examen

Dans ULB, il y a le « L » de libre. Que signifie-il pour nous ? Il renvoie à l’attitude du libre examen, celle de l’homme libre, qui ne se soumet à aucun dogme, à aucune idée totalitaire, quelle qu’elle soit. Ce « L » de liberté signifie donc que nous nous engageons moralement à ce que notre conscience reste toujours libre. Cela signifie que dans leurs enseignements, les professeurs de notre université vont vous éveiller à l’esprit critique et vous former à cette pratique du libre examen.
Depuis sa création, notre université a cultivé la flamme de la liberté, elle s’est toujours montrée indépendante et engagée dans tous les grands combats de la démocratie, des libertés individuelles et du respect des droits de l’homme.

« L'Université libre de Bruxelles fonde l'enseignement et la recherche sur le principe du libre examen. Celui-ci postule, en toute matière, le rejet de l'argument d'autorité et l'indépendance de jugement. »
(article 1er des statuts de l'ULB)

martedì 23 giugno 2009

post scriptum

Ho tardato molto a pubblicare tutte le storielle del primo viaggio in Kossovo. Avevo moltissimi appunti e tutto mi sembrava straordinariamente intenso: solo ora mi accorgo che sono stati solo quattro giorni, alla fine dei conti.

Ma a parte questo, è che mi sono chiesta a lungo come fare a raccontare quello che per me stessa era stato più di tutto il viaggio dentro il racconto di qualcun altro; anzi: se raccontarlo. Con la fascinazione assoluta che ci veniva (a tutti, non solo a me) da questa strana sensazione: come se il pandino con noi dentro viaggiasse in uno di quei libri pop-up per bambini, quelli in cui a ogni pagina "saltano su" le figure di cartone. E a ogni tappa si materializzava proprio la figura che ci eravamo immaginati lungo il tragitto, ascoltando le storie. Nel mio caso da prima ancora di partire, ascoltando le storie.

Insomma: nei miei ricordi, le scene vere dei paesaggi che attraversavamo in macchina si mescolano con questa specie di cartone animato che andava in onda nella mia testa. Pare che la mancanza di sonno bruci i neuroni, in effetti ...

Comunque ci ho provato; ho raccontato meglio che potevo, ho fatto qualche prova, ho chiesto pareri. Marco mi ha gentilmente offerto il commento fotografico. E Antonio alla fine me ne ha regalata anche una scritta: parla di Ferizaj, il posto dove viveva lui. Sono le prime impressioni, lo stupore di una vita tutta nuova che iniziava allora e che non era previsto durasse così a lungo; né che arrivasse, a un certo punto, a Tirana. Abbiamo parlato e riso spesso di questi dettagli, di cosa si prova all'inizio, di come ci si senta sperduti e di come il "trucco" sia proprio continuare a guardarsi attorno, con gli occhi bene aperti; per iscritto, comunque, fa un effetto un po' diverso.

Tutto questo è più di questo, in realtà. È un pezzetto di un altro discorso sui fratelli e le sorelle, maggiori e minori: magari lo farò qualche volta, da qualche altra parte. Per ora, ricambio l'abbraccio. E, a chi si trova: buona passeggiata ...



Eccomi qua…
Solo per fermarmi un po’ nel tepore della mia stanza e rubandovi 10 minuti per una passeggiata tra queste righe.

Fuori di qui il freddo kossovaro comincia ad entrare nelle ossa, la puzza di cipolla e peperoni si mescola con l’odore di legna appena tagliata che i vecchi lasciano in mostra ai lati delle strade, carretti pieni di ciocchi da conservare per l’inverno. Conviene avere una caldaia a legna, nelle serate senza corrente è l’unico modo per scaldare la casa.
La gente aspetta seduta nel comby, un pulmino vecchio e impolverato da otto - dieci posti che parte solo quando è pieno; destinazione Pristina, Prizren, Gijlan, Peje, Mitrovica. Un treno che va in Macedonia, solo due viaggi, alla mattina si va, la sera si torna, a che ora passa? Beh, nessuno sa dirti senza larga approssimazione quando andare in stazione…

Il venditore di formaggio, seduto, mastica semi di zucca davanti alla sua bacinella piena di un’indefinita sostanza bianchiccia dal nauseante puzzo di capra. Un’insegna di MacDonald domina il corso principale, ma dentro niente hamburger congelate o coca cola alla spina, solo un simpatico qebaptore intento a soffriggere carne di manzo da servire con verza e pomodori rossi, un giorno gli chiederò dove ha rimediato quell’insegna...

Una moschea e una chiesa ortodossa condividono lo stesso giardino, venti metri le dividono, non esiste posto al mondo in cui questi due luoghi di culto siano così vicini: la leggenda vuole due fratelli (una sorta di Romolo e Remo oltreadriatico), uno mussulmano, l’altro ortodosso che alla morte del padre si divisero il terreno avuto in eredità e si costruirono ognun per sé il proprio angolo di preghiera...

Questo è il centro di Ferizaj (in albanese)/ Urosevac (in serbo, anche se i serbi da qui se ne sono andati via tutti), da casa mia, per arrivarci, devo evitare di uscire il venerdì mattina quando la moschea di fronte è piena e le macchine sono parcheggiate anche dentro il nostro giardino ed uscire è un’impresa... cinquecento metri schivando buche, crateri e bambini che attraversano la strada sfrecciando con le loro biciclette senza freni, supero l’incrocio principale con prepotenza (le precedenze studiate sui manuali di scuola guida qui non esistono e senza un po’ di sana arroganza rischi di rimanere incastrato lì per ore..), giro a destra superando le rotaie, e eccomi in centro città, da cosa si capisce? Beh, dal parcheggio a pagamento 30 cents l’ora anche la notte!!

Questa è la nuova vita che mi gira intorno, mi manca il ciccione pasticciere di Via Balestra e l’Old Moon Bar, ma basta fare cento metri per entrare in un’ottima panetteria, la parola d’ordine è “burek me mish”, un quindicenne con la maglietta di Ronaldo scompare per un attimo e torna con un fumante sandwich di pasta sfoglia ripieno di carne e cipolla: 50 centesimi, 5 minuti di pura goduria gustativa e almeno 15 ore di rutti assicurati...
Di fronte c’è un elettrauto, economico, gentile, rapido, efficiente, un solo piccolo problema: risolve il guasto per cui ci vai e ne crea almeno un altro paio.. così i fari che ieri non funzionavano oggi vanno che è una meraviglia, peccato che una cassa dello stereo sia fuori uso e dai bocchettoni per il riscaldamento esca solo aria fredda.

Oggi, però, c’è per strada un silenzio e una calma irreale, è il Bajram i madhe (il grande Bajram), la festa per la fine del ramadan: in programma c’è moschea la mattina e poi grande abbuffata con i parenti più stretti; non conto di incontrare troppa gente qui fuori fino a domani.. anche per me è festa, ho dormito fino a tardi e passerò il resto della giornata a leggere o scrivere (potrei anche vedere la tv, ma dovrei sapere il tedesco, visto che la parabola è sintonizzata solo sulla tv di Berlino e non riusciamo a cambiare frequenza, vabbè almeno mi disintossico un po’).

Domani è un mese che vivo in questo splendido posto e volevo farvi passare per 10 minuti da queste parti (non so con quanto successo), così, giusto per condividere con tutti voi questo piccolo angolo di Balcani che mi ha catturato la mente e incollato i piedi…
Qualcuno forse si chiederà perché non ho scritto niente su quello che faccio, come mi trovo con le persone con cui lavoro o vivo, qualcuno si aspettava un racconto strappalacrime fatto di guerre negli occhi e dolori insopportabili.. beh ci sarà tempo per tutto questo (concedetemi un po’ di suspance), questo pomeriggio volevo solo farvi da Cicerone nella “mia” Ferizaj e godere di questo freddo ma coraggioso sole.
Qualcun altro si chiederà, vabbè, ma questo quando la finisce di scrivere? Ecco ho fatto…giusto il tempo di salutare tutti, di ringraziarvi per aver partecipato a questa scampagnata, per invitarvi a scrivermi come va da quelle parti, e a venire da queste…

lunedì 22 giugno 2009

ultima tappa

Questa è la fine del viaggio. Ieri non barcollavo (ribadisco!), ma stamattina non riesco a tenere gli occhi aperti e rinuncio con buona pace al giro turistico di Prizren. A una certa ora per recuperarmi tirano sassolini alla finestra: incredibilmente romantico; fortuna che ero già sveglia e ho riconosciuto le voci, perché avevano sbagliato finestra ...

La nostra ultima tappa è Ferizaj/Urosevač. Diciamo che non è esattamente un posto che finirà mai in un circuito turistico; eppure noi compagni di viaggio siamo del tutto elettrizzati all'idea di passarci e anche di pranzare nel fast-food del Ben-Af, la catena di supermercati kossovara. In particolare, quello vicino alla moschea e alla chiesa ortodossa.

Questo per dire che certe volte è inutile chiedere (e/o provare a spiegare) "perché".

Non è che non ci sia la risposta. È solo che "suona strana", in qualche modo. La risposta è: per via di tutte quelle storie.

Il rientro a Tirana sarà triste. E venerdi parto per Bruxelles.

bed-time stories

La serata di ieri è finita nel cuore della notte, dopo molto tempo passato al freddo con tabacco secco e cattivo e molto altro superalcolico. Ho una certa propensione a appassionarmi ai discorsi sui balconi; non succedeva più da molto, moltissimo tempo.

Il mio amico Marco ci ha illuminati con l'impareggiabile metafora del giroscopio rai. Qualcuno ha creduto che io barcollassi e ho dovuto precisare che da giovane mi sono allenata col Fabri, io; e non barcollo affatto, benché abbia bevuto altrettanto, pesi 20 kili meno degli altri e a cena abbia mangiato solo sallata shope.

C'è una cosa che mi manca davvero della mia vita "di prima" (di tutti i prima): le bed-time stories. Difficile da spiegare agli estranei e agli amici di passaggio, però.

domenica 21 giugno 2009

prizren e i turqi

È la stanchezza che mi rende sentimentale. E anche vulnerabile. E non mi piace. Ho bisogno di dormire.

Arriviamo a Prizren e ci dirigiamo verso una casa privata dove saremo ospiti.
- I proprietari di questa casa sono turchi, sono molto simpatici.
- In che senso turchi?
- Eh: nel senso che appartengono alla minoranza turca.
- Quale minoranza turca?
- Ma, Serena! Scusa, l'Ombudsman non te l'ha spiegato che in Kossovo ci sono sei diverse comunità etniche? Quella turca è la più importante dopo quella albanese e quella serba. Secondo te, sennò, per cosa stanno quelle sei stelle sulla bandiera?

Veramente credevo ce ne fossero sei per fare la metà delle stelline dell'Unione Europea ...

La famiglia ci riceve molto cordialmente in un salone alla turca e ci offre del caffé turco. Mi viene il dubbio che cominceranno anche a parlarci in turco, ma "per fortuna" invece usano l'albanese (che per loro è una seconda lingua); anzi, l'albanese kossovaro. Insomma: prevedo che capirò una parola ogni cento ma non mi aspetto di dover fare chissà quali conversazioni ...

Invece il capofamiglia ci mette a parte di una serie di sue interessantissime riflessioni sulla situazione dei Balcani e sull'allargamento dell'Unione Europea. E noi interagiamo. La carica surreale di questa scena senza lingua veicolare è straordinariamente affascinante. Peraltro io - edotta analista politica nonché demografa - condivido appieno la sua interpretazione della vera ragione per cui la pre-adesione della Turchia non fa progressi (tipo: Turqia shume persona). Sono allibita. E, ad abundantiam, credo di avere rifilato recentemente questo discorso proprio ad uno o due dei miei presenti compagni di viaggio!

Dopo esserci riposati usciamo per cena. Incontriamo altre persone. Chi-sei-dove-vivi-per-chi-lavori-cosa-fai. Certo il Kossovo non è affatto vegetarian-friendly, la pizza è cattiva (non c'è la mozzarella) e la pasta scotta; però questo kashkaval impanato e fritto mi sembra una variante interessante ...

Abbiamo concluso la serata a tequila sale & limone; un certo numero di giri. Mi sento stranamente bene attorno a questo tavolo: una cosa bella dei Balcani è che nessuno rifiuta mai un altro giro di qualcosa che somiglia alla rakja. Alla fine ho pagato io per tutti e hanno creduto che fosse perché ero ubriaca.

Inutile cercare di spiegare quanto fossi, al contrario, raramente lucida ...

ancora un altro souvenir ...

Uscendo dal monastero, sotto la pioggia, cercavo di applicarmi a evitare le pozzanghere con le mie gloriose scarpette da ginnastica tipo lelly-kelly (bianche e rosa chewin-gum: io!); ovviamente, trattandosi di un acciottolato, l'operazione era vana e anche piuttosto controproducente.

Mentre ero intentissima, ho sollevato lo sguardo e ne ho incrociato un altro: casuale, divertito; una specie di tenerezza che mi ha fatta sorridere. Forse la mia credibilità non si riprenderà mai più da questo viaggio, e particolarmente da questa scena senza parole. Il bello è che sono nella precaria e fuggevole situazione in cui non mi interessa; quando si sta per andare via, ci sono cose della vita vera che si possono dire e fare - finalmente - senza filtri; senza tutte quelle maschere.

Quando ho sentito quello sguardo ho pensato per un istante: mi ha beccata. Mi sono distratta e qualcuno mi ha vista; senza agenda e biglietti da visita, senza riflessioni intelligenti, senza argomenti e interessi da riconciliare, senza lucidità burocratica, senza convenevoli in diverse lingue, senza atteggiamenti maturi e adulti; senza trucco, insomma: senza tacchi e senza tailleur. Niente domande e niente risposte ... Serena e basta.

Non amo essere vista così e non lascio che succeda, perché ho imparato in questi anni che la "credibilità" conta per oltre due terzi nel lavoro che faccio. E ne soffro, inevitabilmente, perché vorrei scoprire una via di mezzo che ancora non trovo da nessuna parte. A Tunisi era più semplice, perché le persone che amavo non facevano parte del mio mondo.

Come tutti quelli che si nascondono, in realtà vorrei essere trovata.

E allora, ecco: mi piace perfettamente il ricordo di questo sguardo. Veramente, mi piace l'idea che l'intimità possa essere anche momentanea, fulminante, passeggera e presto messa da parte.
Ho in mente un altro sguardo del genere che mi è capitato da quando sono in Albania e che poi mi è rimasto importante. E sarebbe piuttosto divertente riflettere, a questo punto, sul concetto di "sostituto" ...

souvenir

Riprendiamo il viaggio in macchina. Non ho ancora mai guardato una cartina del Kossovo e non ho nessuna idea di dove ci troviamo né di dove stiamo andando; sto seduta dietro e non devo nemmeno tenere d'occhio la strada; lasciarmi portare, in questo momento, è una sensazione estremamente lussuosa.

Per pranzo facciamo una pausa byrek in mezzo al nulla; mi sento di precisare che il byrek albanese, sottile, croccante e piegato a triangolo, è superiore a quello kossovaro/yugoslavo. Ora come ora non mi sembra plausibile, ma so - profondamente, da qualche parte - che il byrek mi mancherà, a un certo punto.

Antonio parla al benzinaio in albanese; quello gli risponde in serbo; tutto questo, però, in una zona albanofona. Possibile spiegazione: dalla targa (nonché dal nostro albanese ... ) si capisce che siamo stranieri per cui il benzinaio, come forma di rispetto, cerca di comunicare con noi in "straniero" e l'unica lingua straniera che conosce è il serbo. Sembra assurdo, no? Sembra ...

- E allora adesso andiamo in uno dei miei posti preferiti: il monastero di Dečani; che si trova a Deçan.

Sento un ronzìo nella testa e mi sconnetto del tutto: prima di cortocircuitare.

Che poi piove, a me l'architettura sacra non piace e non riesco in nessun modo a conciliare il presidio militare (questi sono pure italiani) col paesaggio. Ma anche sconnettersi è una sensazione lussuosa, quasi sensuale ...

- Guarda, Serena: eccolo il tuo San Giorgio!

Ups: questo significa che parlo anche dal vivo delle cose che scrivo? Vabbe', facciamo finta di niente ...

Le icone sono prodotte qui e sono in vendita. Questo San Giorgio ortodosso ha tutta un'iconografia di contorno, con dei personaggi che non riconosco; magari un giorno, quando torno in Europa, mi studio seriamente la questione. Ricapitoliamo: San Giorgio è un santo molto venerato in quelle zone in cui più forte è stata la confrontazione fra Cristiani e Musulmani; in questo senso l'ho incontrato per la prima volta nel sud della Spagna e poi l'ho rivisto in ogni città dell'Europa centro-orientale che si è trovata, nella storia, ai confini con l'Impero Ottomano. Oggi che questo mio viaggio forse sta finendo, ha particolarmente senso comprarlo qui; magari lo porto a Bruxelles, per la casa nuova. Non credo ai santi, ma mi piacciono gli amuleti (e nessun fulmine mi ha ancora colpita!).

Il frate (che deve essere caduto da piccolo nel pentolone della rakja) mi offre un mini dittico con questo stesso San Giorgio e una Madonna. Il santo che uccide l'alterità e la versione più moderna della dea-madre ... non male come accostamento. Lo regalerò a un mio amico che si chiama Giorgio; lui, secondo me, potrebbe capire.

più del sorgere del sole

Stamattina abbiamo partecipato a un lungo incontro con un gruppo di ex detenuti politici. Ho seguito quello che potevo, col disagio di trovarmi lì per caso, quasi per sbaglio; ho ordinato solo un succo di frutta e non ho accettato nessuna sigaretta, perché ho sentito improvvisamente il bisogno di sembrare il più normale possibile (qui, come dappertutto, le brave ragazze non bevono, non fumano e non parlano a sproposito).

Durante la conversazione ci hanno raccontato del periodo dei bombardamenti: di quando "aspettavamo gli aerei da Aviano più del sorgere del sole". Aspettare le bombe più del sorgere del sole. Quanto conta, dieci anni dopo, chiedersi ancora chi aveva "ragione"? Non lo so; e sospetto di non volerlo sapere.

Ci siamo ovviamente lasciati accompagnare a visitare il memoriale della famiglia Jashari a Prekaz, poco fuori Skenderaj. "Come Garibaldi per noi italiani", ha detto qualcuno, suscitando chiara approvazione da parte dei nostri ospiti. La profondità del paragone forse sfugge, visto che Garibaldi è in larga misura un eroe nazionale costruito a tavolino, idealizzato e romantico (in senso ottocentesco) e della storia sua e dei suoi mille compagni si censurano in genere gli aspetti - forse inevatibili - più scomodi.
A livello internazionale si dice che Adem Jashari è "il Che Guevara kossovaro", per capirsi. Infatti c'è anche un suo ritratto stilizzato che si usa come logo e sulle t-shirt, con lo slogan «Bac u kry!»; che significa all'incirca «È fatta zio!».

Il memoriale comprende la casa della famiglia Jashari, assediata e distrutta dalle truppe speciali serbe dopo tre giorni di resistenza; le vittime sono state 56, di cui 41 Jashari (praticamente tutto il villaggio), donne e bambini. A parte i giudizi politici sull'UÇK - in cui non voglio entrare - la cosa fa comunque impressione. Mi sembra di capire che solo una ragazzina è stata risparmiata nella strage, affinché potesse raccontarlo; non ho il coraggio di immaginarmi che vita faccia oggi.

Peraltro, continuo a pensare alle bombe e al sorgere del sole.

troppe bandiere

La giornata comincia con una certa fatica, con poche ore di sonno, il ricordo (abbastanza vago) di un belvedere di notte e il turbofolk a tutto volume dal ristorante dell'albergo. Come albergo siamo migliorati: comunque, siamo gente che si accontenta con poco.
Sento chiamare il mio nome dal corridoio e mi affaccio; Antonio è chiaramente appena uscito dal letto, Marco non si vede e oggi abbiamo una tabella di marcia piuttosto rigida; "cappuccino ... ", dice, e richiude la porta.
Mi giro verso Maria Grazia e chiedo: avrà voluto dire "per favore, cominciate voi a scendere che siete già pronte e ordinate la colazione anche per noi così ci portiamo avanti; arriviamo subito; prendeteci il cappuccino, grazie"?
"Sì".
Mi piace, Maria Grazia.

Dunque, oggi andiamo a Skenderaj. Dire che questo posto è in mezzo al nulla è ridondante. Da quello che ci raccontano, questa è stata sempre l'area più albanese del Kossovo (e di tutta la ex Yugoslavia) e la più negletta da parte dell'amministrazione centrale; chi è cresciuto qui non ha imparato il serbo nemmeno a scuola, e le scuole albanesi sono state clandestine per lunghi periodi. Questa è la culla del nazionalismo albanofono, e anche della guerriglia armata per l'indipendenza; una zona di martiri - o di banditi, a seconda del punto di vista.

In tutto questo tempo che ho passato a Tirana, non ho mai avuto l'impressione che la questione della "grande Albania" fosse seriamente fondata. Ormai ci sono certi equilibri regionali da salvaguardare; e con Bruxelles (UE e NATO) che sta a guardare, l'integrazione - qualsiasi cosa significhi - è una partita che vale più della fratellanza "etnica", qualsiasi cosa significhi anche questo. E i kossovari, per quel poco che mi sembra di aver capito, volevano un Kossovo indipendente e albanofono; che se ne fanno di diventare una regione dell'Albania? O no?

A proposito: sarà che l'Europa delle regioni come soluzione per disinnescare i conflitti di confini è ancora attuale? Non sono abbastanza competente per affrontare questa argomentazione; poi qui e ora, in particolare, il dilettantismo mi pare fuori luogo.


E siccome sul viale principale di questo posto in mezzo al nulla sventola un'intera fila di bandiere albanesi (dico: della Repubblica d'Albania, aquila bicefala su fondo rosso) abbinate a quelle kossovare (il kossovo stellato in campo azzurro, che meriterebbe tutta una serie di considerazioni a sé stanti...), decido che lascio perdere. Immantinente.

... e onomastica (culinaria)

La karadjordjeva (karađorđeva šnicla) è un piatto serbo; non è davvero tradizionale, è stato inventato verso la fine degli anni Cinquanta e - dal mio modesto punto di vista di vegetariana - si tratta di una specie di siluro di carne ripieno di carne e formaggio, nonché fritto. Mi ricorda un po' il biftek berati. Il fatto che sia simpaticamente chiamato "il sogno delle donne" non ne aumenta l'appeal.

Questo piatto di carne di maiale porta niente di meno che il nome del principe Giorgio il Nero, capo della prima insurrezione serba contro i Turchi Ottomani e fondatore della dinastia dei Karađorđević, che hanno regnato fino all'avvento della repubblica nel 1945. Nella zona albanese, però, lo stesso piatto uguale e identico si chiama skanderbeg, e si fa col vitello.
Eroe nazionale serbo anti-turco del secolo XVIII contro eroe nazionale albanese anti-turco del secolo XV. Carne di maiale contro carne di vitello, perché i kossovari serbi sono cristiani ortodossi e i kossovari albanesi sono musulmani (come ben sanno quelli che credono allo scontro di civiltà).
Poi ovviamente puoi trovare (ma bisogna cercare cercare cercare) dei ristoranti di albanesi ortodossi o cattolici, e allora ordini la skanderbeg e te la portano di maiale, che pare sia la migliore.

Questa storia, quanto è più assurda rispetto a smontare la targa della macchina a seconda della zona che devi attraversare? Quanta energia, quanta pazienza, quante risorse interiori ci vogliono per vivere in questo posto senza perdersi, per uscirne dopo diversi anni tutto sommato interi, e con ancora la voglia di raccontare storie - ancora, di nuovo? Quanta bellezza? Io, ad esempio, dubito che ne sarei capace.

Ho cercato su diversi siti di cucina e la versione comune che ho trovato è che la karadjordjeva si fa o di vitello o di maiale, o al forno o fritta; indifferentemente. Io comunque ho preso baked mushrooms, ed erano ottimi.

http://www.coolinarika.com/recept/karadordeva-snicla

sabato 20 giugno 2009

toponomastica ...

È tardissimo, il fatto è che è già tardissimo e che ero già stanca da prima e anche che io il pub scrolling non l'ho mai potuto soffrire. Comunque mi rassegno: tutti sembrano più svegli e più in forma di me ...

Oggi nel pomeriggio abbiamo abbandonato Antonio al suo destino di riunioni e abbiamo provato a vagolare per Mitrovica. Il paesaggio urbano non è specialmente incoraggiante. Ci siamo ritrovati a un certo punto al mercato, dove un signore piuttosto gentile ha cercato di contrattare con Marco (che era l'unico maschio del gruppo, ergo il capo!) un possibile matrimonio con me; io l'ho detto che ero già sposata, ma forse in quanto femmina non ero troppo credibile.
Poi ci siamo addentrati in un negozio di souvenir, dove ho trovato una cosa che cercavo dal momento stesso che siamo atterrati in Kossovo: la divisa della nazionale. Rapido scambio di sms internazionali (santa tecnologia moderna!) per verificare la taglia col diretto interessato, il buon Quaini (quello che non è un personaggio inventato), che immancabilmente manifesta massimo rispetto.

Allora, qui la storia si fa un pochino intricata. Il fatto è che mesi fa, in uno dei nostri primi scambi di email (e simpatici mismatch comunicativi, che ancora oggi segnano varie nostre conversazioni), Antonio mi ha segnalato il blog di un suo amico che scrive dal Kossovo. Uno dei miei post preferiti - fra quelli che ho letto - spiegava l'incredibile storia della nazionale che non c'è. Anzi, per esserci c'è, ma non è riconosciuta dalla Fifa, quindi non può giocare nei campionati internazionali e gioca solo in una specie di torneo delle "nazioni senza stato", assieme tipo alla Palestina, al Kurdistan e altre squadre meno condivisibili. Quindi la divisa non è proprio "ufficiale", è un po' farlocca.
Mi sembrava giusto che il mio amico Quaini - che dal suo viaggio in Albania si è portato a casa la divisa della nazionale shqiptare - avesse anche questa.

Ascolto distrattamente le conversazioni al tavolo. Antonio parla col suo collega serbo/kosovaro; a un certo punto gli dice i nostri programmi per domani: siamo diretti in un posto che sia chiama Skenderaj. Esita un attimo, è fuori allenamento; poi gli viene in mente: a Srbrica, domani andiamo a Srbrica.

Ci ho fatto caso perché è una delle prime cose che mi aveva raccontato della vita in Kossovo: l'ansia dei toponomi. L'etichetta internazionale prescrive di utilizzare sempre la doppia dizione, quella in albanese e quella in serbo; prima si mette il nome nella lingua della comunità maggioritaria, poi l'altro. Esempio: Prishtìna/Prìština. Nella maggior parte dei casi, il nome in realtà è uno e suona uguale per tutti, solo che si trascrive in modo leggermente diverso in albanese o in serbo. A volte, invece, sono parole del tutto diverse e questo capita specialmente nelle zone più contese, come Skenderaj/Srbrica. In più: quando parli con un serbo è buona educazione usare i nomi in serbo, anche di località abitate al 100% da albanesi; e viceversa. Ugualmente, per riferirsi a un luogo di culto ortodosso che si trova in una località albanese, si usa il nome in serbo; quindi la città è Peja/Peć, ma il Patriarcato è di Peć.

Già a spiegarlo mi ci viene mal di testa. La toponomastica, qui, è un campo minato.

http://www.samopravo.net/

KS vs KM (e viceversa)

Mitrovica (la c si legge /z/, ça va sans dire!), una delle non poche città divise del XXI secolo; come se la lezione del muro di Berlino, 20 anni dopo, non fosse servita proprio a niente. Allora era una questione di ideologia; oggi - dicono - pare che la religione vada per la maggiore. A me, quando ero studente, quell'Huntington e la sua teoria dello scontro di civiltà mi sembravano assolutamente poco credibili; a tutt'oggi non mi capacito di come siano diventati il paradigma imperante delle relazioni internazionali.

Di qua dal ponte è Mitrovica, Kosova; si parla albanese, si paga in Euro, si vedono minareti. Di là dal ponte è Kosovska Mitrovica, Kossovo (Serbia); si parla serbo, si usano i dinari e si mangia il maiale. Attenzione, però: il punto è che il ponte non è su un confine mal disegnato fra due Stati vicini; è che questo confine, in effetti, non esiste affatto.
In generale per la Serbia non esiste proprio il Kossovo come Stato indipendente. Se da qui provassi a proseguire per Belgrado, mi fermerebbero da qualche parte e mi contesterebbero che sono entrata clandestinamente sul territorio serbo; lo provano, in effetti, i timbri kosovari sul mio passaporto. Il punto è: non esiste nessuna guardia di frontiera serba lungo il confine meridionale del Kossovo, quindi cos'altro avrei potuto fare se non farmi registrare in ingresso dalla polizia di frontiera di uno Stato che l'Italia riconosce come perfettamente legittimo? Certo, non se ne esce: nodo di Gordio in versione balkanica?

Il ponte, comunque, si attraversa senza problemi perché - appunto - non c'è nessun posto di frontiera (e in compenso militari stranieri in gran quantità).


Si racconta che questa fosse una città mista, bilingue e perfettamente integrata, come spesso succedeva - per storia - nei Balcani e come era normale in uno Stato federale. Oggi non è più così e i serbi vivono da un lato, gli albanesi dall'altro; nessuno se la sente di fare diversamente e - specie dopo le violenze contro la nuova minoranza serba nei primi anni Duemila - come si fa a non capirlo?

Parcheggiamo in tutta tranquillità da un lato e dall'altro del ponte: la nostra targa italiana ci fa da salvacondotto. Altrimenti bisogna fare attenzione alle lettere: la sigla KS indica immatricolazione kosovara (si usa la stessa sigla per tutte le città), mentre KM sta per Kosovska Mitrovica, quindi immatricolazione serba. Non che sia per forza una petizione di principio, più spesso una questione pratica. Comunque, per evitare di urtare sensibilità reciproche (e per non incoraggiare vandalismi superflui), si usa smontare la targa ove necessario e girare senza. Chiaro, in questo modo è evidente che uno proviene "dalla parte sbagliata", ma almeno mostra una certa accortezza.

Complicatissima etiquette dei confini ...

la maledizione dei merli

Dopo la spooky night nel trucido "albergo", conquistiamo il diritto a una colazione di coccole e torniamo nella bakery dove eravamo già stati ieri mattina - ancora troppo rintronati dal viaggio per rendercene perfettamente conto. Croissant, cheese-cake, torta di carota ... verandina di legno, tovaglie a scacchi, clientela internazionale (ma quanti militari stranieri per abitante ci saranno in questo posto?); al tavolo dietro di me qualcuno sta dando un'intervista a dei giornalisti che parlano inglese. Good morning again, Prishtina!

La nostra destinazione di oggi è Mitrovica. Facciamo una prima tappa subito fuori città, nella Piana dei Merli, che è quella della famosa e controversa "battaglia del Kossovo". Sembra che il nazionalismo serbo sia l'unico al mondo che celebra con tanta assoluta dedizione una sconfitta militare come momento fondativo della propria storia. La battaglia ebbe luogo nel giugno del 1389: Serbi contro Turchi Ottomani, il principe Lazar contro il Sultano Murad. Nelle ricostruzioni romantico/folkloristiche volgarizzate nel XIX secolo, Lazar è un eroe-martire; Murad viene assassinato da un finto traditore dell'esercito serbo, ma sono comunque gli Ottomani a vincere la guerra.
È da qui che, nel 1989, Milošević arringò le folle con un famoso discorso sulle battaglie a venire; le Cancellerie europee, però, erano molto impegnate ad occuparsi d'altro.

La piana ospita il Bajraktar Türbe, una "tomba del santo" musulmana (derviscia, per la precisione) dedicata al portabandiera del Sultano Murad, morto nella battaglia; la cupola turchese spicca nel paesaggio di campagna. Nelle vicinanze c'è anche una türbe di Murad, però i suoi resti sono stati spostati; pare che il Governo turco stia finanziando il restauro del mausoleo per farne un museo.
Negli anni Cinquanta, a scanso di equivoci, il Governo serbo ha edificato un memoriale della battaglia: una torre di 25 metri sopra una piattaforma di cemento, fallica e sobria, in tono con lo spirito dell'architettura socialista. C'è una lapide in cirillico, ma ho trovato la traduzione:

Whoever is a Serb or of Serb birth,
And of Serb blood and heritage,
And comes not to fight in Kosovo;
May he never have the progeny his heart desires;
Neither son nor daughter,
May nothing grow that his hand sows;
Neither dark wine nor white wheat,
May he rot in rust as long as family's knees exist


Questa non è una commemorazione: è una maledizione, una curse.

I nazionalismi ottocenteschi sono disegnati a tavolino; queste sono comunità immaginate; il decostruttivismo non ci ha chiarito che siamo tutti vittime di come ci hanno raccontato la storia?

Il memoriale dei Serbi è protetto e presidiato dalla KFOR, come anche tutti i monumenti e i luoghi di culto ortodossi (serbi). Per entrare dobbiamo consegnare i passaporti, superare la barra e il filo spinato, passare oltre il cartello "discharge here your weapon". I militari ci offrono un volantino plastificato con la storia della battaglia.
Mi trattengo dal chiedergli quanto gli sembri strano essere formati e pagati per lavorare in zone di guerra e ritrovarsi a fare i guardiani del museo; i militari non brillano per ironia e io non farò niente di speciale per mettermi nei guai.

venerdì 19 giugno 2009

newborn

Queste riunioni mi sembrano interminabili: forse perché non sono le mie? Il cervello mi si riconnette brevemente quando intercetta l'informazione che cercano un contatto con un certo consorzio di Pisa; pazzesco com'è piccolo il mondo, dato che ovviamente io ho quel contatto, ed è un'amica talmente stretta che posso senz'altro chiederle un favore. Take a mental note: telefonare a Elisabetta appena rientro a Tirana. Possiamo chiuderla qui e andare una mezz'oretta in albergo? Sono le 5!

"Albergo" è un parolone: questo è un motel abbastanza putrido nascosto nell'intrico di viuzze della città; uno di quelli che quando prenoti ti chiedono "per tutta la notte?". Rimpiango il glorioso sacco-lenzuolo che la mia mamma mi ha confezionato prima di partire per l'Africa (dove in realtà ho dormito sempre in alberghi per bianchi, di lusso): quando mi convincerò a tenerlo nello zaino di default, insieme a una futa pulita? Mi appoggio lo stesso sul letto, mi copro gli occhi col braccio e incredibilmente, nonostante la luce, mi addormento; faccio in tempo a chiedermi perché sono lì invece che in qualche comodo Sheraton Prishtina, ma è solo un attimo. Nel frattempo abbiamo recuperato il quarto componente della nostra strana squadra e ormai siamo al completo per il resto del viaggio.

Quando usciamo per cena incomincia - finalmente! - lo story time. Moschea grande, statua equestre di Skanderbeg, parlamento, palazzetto dello sport con gigantografia di Adem Jashari, il NEWBORN; di mattina avevamo già visto l'Università, la biblioteca nazionale, quella che doveva essere la più grande chiesa ortodossa di tutta la Yugoslavia, una galleria di arte moderna e l'ufficio dell'Ombudsperson kosovaro. A parte l'ombudsperson, il walkabout è fisso e si trova su tutte le guide. La parte interessante sono le storie, del tipo "quando hanno inaugurato il newborn, io c'ero" o "quella volta che la polizia ha caricato la manifestazione di Vetëvendosje e ci siamo ritrovati nel teatro" ...
Il Kosovo mi fa pensare continuamente all'Irlanda del Nord. Non solo per gli evidenti parallelismi, ma proprio perché anche io c'ero, nel 1998, quando hanno firmato l'accordo di pace; e me lo ricordo, e allora mi sembrava che non avrei più potuto prescinderne. Quando sono andata in autobus a Belfast, è stata la prima volta nella vita che ho attraversato un confine di terra, con tutto quel before the dawn e the price of my soul; per quanto tempo ho continuato a leggere l'Irish Times?

Non credo che mi piacerebbe vivere qui; il building dell'Osce domina la città, le macchine Eulex intasano il traffico, tutto è troppo in fieri e qualsiasi tipo di identità mi pare si generi per contrapposizione rispetto a qualcos'altro: i Serbi, gli internazionali, gli Ottomani; mi viene il sospetto che non lo sappiano nemmeno loro (cosa quanto mai ragionevole). Anyway ...

Ceniamo in un ristorante con giardino e poi mi lascio convincere a passare per un locale della "Prishtina giovane"; ma solo perché è una tappa del tour della memoria: il posto preferito del nostro cicerone, quello della festa d'addio. Il raki (che qui si chiama rakja, in serbo) è più buono che in Albania: come una grappa morbida, le uniche che mi piace bere.
Dal primo bicchiere in poi, non so più cosa racconto, e non mi interessa: il punto è che qui non sono nessuno, e magari posso essere me stessa. Raki sul Titanic!


good morning Prishtina

Quando si dice che un aereo parte all'alba ... Appuntamento col tassista alle 5 del mattino; si innervosisce perché abbiamo quasi dieci minuti di ritardo, ma le strade sono vuote e arriviamo in tempo lo stesso per il check-in. A quest'ora la guardia di frontiera nella mia fila ha voglia di chiacchierare in italiano: ti piace l'Albania?; sì moltissimo; sicura?; certo!. In generale, mai contraddire la guardia di frontiera quando il tuo passaporto testimonia chiaramente che dal 2008 violi la legge nazionale sui permessi di soggiorno; sorridi piena di entusiasmo e usa le parole faleminderit o mirupafshim più o meno a proposito per testimoniare affetto e simpatia; le conversazioni sul campionato di calcio (per gli uomini) o sulle più famose trasmissioni tv italiane (che io non guardo) sono utili come diversivi. Facciamo colazione in dormiveglia e dormiamo profondamente sull'aeroplanino per tutti i 45 minuti di volo. Mi sveglio all'atterraggio e sono ancora le 7 del mattino: good morning Prishtina.

Dall'aeroporto alla città c'è un lungo tragitto in taxi per una strada accidentata dai lavori e piena di traffico. Osservo fuori dal finestrino e vedo i famosi corvi: pare che Kossovo/Kosova venga dalla parola slava kos, che dovrebbe significare merlo (in inglese black bird, che non so precisamente a cosa corrisponda), ma di merli non ce ne sono per niente; in compenso è pieno di corvi che - ripensando a quella storia che ultimo venne il corvo - mi sembrano un paesaggio abbastanza inquietante su una terra che è stata tutta un campo di battaglia. Vedo anche moltissimi papaveri: ecco dov'erano, in effetti! Leggo un'insegna "Restoran Aviano"; ripenso all'università e sono piuttosto sicura che per un certo periodo della mia vita devo aver saputo qualcosa su questa guerra; ora comunque non sono nelle condizioni per ricordarmene. Ho dormito poche ore, un enorme imprevisto si è abbattuto sulla mia vita, rischio di dover rientrare in Europa a fine mese e sono in viaggio con delle persone che quasi non conosco che sono qui per lavoro. E non sono ancora nemmeno le 8.

Prishtina è una strana, piccola, caotica capitale; oserei dire postmoderna, se pensassi che esiste un piano regolatore. È come Tirana ma senza la parte costruita dagli italiani, in pratica tutta periferia. Passeggio senza meta, compro una cartina che poi non mi serve e un poster abecedario di albanese che probabilmente non userò mai. A una certa ora mi arrendo alla stanchezza e raggiungo l'ufficio: sono disposta ad ascoltare pezzi di riunione che non mi riguardano se mi prestano una sedia o anche solo un pezzetto di pavimento; fa caldissimo.

Dopo la prima mattinata di riunioni comincia quel rito degli espatriati a cui non so come sottrarmi senza risultare scostante: e tu chi sei? e cosa fai in Albania? Fino a due settimane fa avrei dato risposte luminose, ottimistiche e felici; oggi mi pesa iniziare le frasi con il passato prossimo o l'imperfetto determinati dal dubbio su cosa succederà da qui a luglio. Indipendentemente dal mio lavoro, comunque, resta la domanda più strana di tutte: e come mai sei qui?
Dunque ... possibili risposte. Avevo urgenza di scappare dal mio ufficio e di non pensare a niente perché si respira un'atmosfera da titanic e non ce la posso proprio fare. Mi pare pertinente ma la scarto per evidenti ragioni diplomatiche. È un anno che sono in Albania e non ero mai venuta in Kosovo, ho deciso di approfittare. Questa può funzionare, anche se non si capisce cosa c'è da approfittare in un viaggio di lavoro di qualcun altro, peraltro con un'agenda fittissima. Non lo so nemmeno io: ieri notte sono passata da Castro e dopo un certo numero di corona ho pensato quasi quasi vado anche io a Prishtina con l'aereo delle 6. Questa è meno assurda di quello che sembra, ma non va bene lo stesso.

È che la vera risposta è inutilmente complicata e anche inutilmente poetica. Da aprile a oggi mi è capitato diverse volte di cominciare una cena che doveva essere più o meno di lavoro col solito: e da dove arrivi quindi? dal Kosovo, giusto? due anni e mezzo? E di ritrovarmi fino a tardi ad ascoltare storie, soprattutto sui confini. Quella che doveva essere un'introduzione di cortesia (io invece sono arrivata qui a fine febbraio dell'anno scorso, direttamente da Tunisi ... eccetera) è diventata l'argomento della conversazione, poi la ragione stessa per incontrarsi. È anche successo che dal ristorante ci siamo spostati al noto divano; solo che al posto di Ettore che non mi faceva domande e preparava il risotto c'era Antonio che non mi faceva domande e mi raccontava il Kosovo (lui non cucina per me: compra la pizza halal giù di fronte e io porto le korça scure).
E poi un giorno, già in piena aria titanic, gli ho detto: mi piacerebbe vedere queste cose; e lui ha risposto: ci vado venerdì, se ti va puoi venire. E questa è la vera storia di com'è andata che mi ritrovo qui. Sono le 2: pausa pranzo.

giovedì 11 giugno 2009

a new mediterranean love

Il branding turistico è un fenomeno di marketing che mi è sempre piaciuto molto; credo che nel sud Italia, peraltro, parecchi fondi strutturali europei siano andati buttati per pagare (dubbie) agenzie promozionali che creavano slogan francamente improbabili del tipo "salento: una vacanza col tacco".

Ora che ci penso, mi viene il sospetto che qualcuna di quelle agenzie si stia riciclando qui a Tirana, dove è stato recentemente lanciato il branding "Albania: un nuovo amore Mediterraneo".

Anzitutto non si capisce nuovo rispetto a chi o a cosa: il senso sarebbe "nuova meta turistica nel Mediterraneo"? Direi che il messaggio è tutto tranne che immediato (che sarebbe l'obiettivo di avere un brand). E poi, vista la generalizzata ignoranza sull'Albania che persiste ovunque fuori dai confini, potrebbe anche sembrare "nuovo paese sulla cartina del mondo"!

E poi il logo: una specie (credo) di papavero spampanato ... A occhio e croce il fiore che ho visto di meno in assoluto da quando vivo qui! Ci saranno delle leggende a me sconosciute che legano la storia dell'Albania ai papaveri? Sarà stato l'unico fiore libero da copyright? L'unico con i colori nazionali, rosso e nero? O la prima cosa che gli è venuta in mente?

Insomma a me non piace, anche se comincio a abituarmici. Però apprezzo e appoggio lo sforzo di un ente del turismo nazionale che finalmente prova a mettersi al passo col XXI secolo; perché l'Albania è bella per davvero, e merita di essere visitata.
Solo una raccomandazione agli eventuali turisti: armatevi di tantissima pazienza per assorbire inevitabili (ma simpatiche) discrepanze fra la promozione pubblicitaria e la realtà!




www.albaniantourism.com

lunedì 8 giugno 2009

il senno perduto di orlando, conte paladino

Ieri sono stata al mare. Ci siamo mossi troppo tardi e siamo riusciti ad arrivare solo a Durazzo, che deve essere una delle spiagge più brutte del mondo: abusivismo (o anarchismo) edilizio di grande formato a ridosso della battigia, fila di navi che aspettano di entrare nel porto, sensibilità ambientale vicina allo zero, eccetera.

Però era mare, e io ne avevo voglia. Mi sono seduta sulla mia futa tunisina e ho quasi finito il mio "Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, raccontato da Italo Calvino". Mentre Astolfo sull'ippogrifo partiva verso la luna per recuperare l'ampolla col senno perduto del conte paladino, il fatto che il mio lavoro qui potrebbe concludersi a fine giugno - con sei mesi di anticipo sul previsto - ha riacquistato il giusto posto nel mio personale ordine di priorità.

Non sono forte fortissima: sono solo testarda e incosciente. Testardamente: penso che quello che so fare, professionalmente, deve corrispondere a un inquadramento contrattuale adeguato, anche tara fatta di inevitabili compromessi; perché io la libera professione l'ho scelta, e non per ripiego. Incoscientemente: lo so già da un pezzo che questo modo di fare non mi porterà da nessuna parte nella vita, e lo accetto come parte del gioco. È questo che mi consente di tenere sempre i piedi per terra, di non dare niente per scontato e di stare attenta a non perdermi nemmeno una briciola di questa avventura speciale in cui mi sono ritrovata.

Fossi stata sul Titanic, avrei continuato a danzare fino all'ultimo.

In ogni caso, non sono pronta a lasciare l'Albania senza preavviso. Quindi resterò qui per conto mio, andrò in giro, scriverò, forse cercherò persino un altro lavoro. Farò le cose con calma: ho voglia di regalarmelo.

martedì 2 giugno 2009

2 giugno

Oggi sono stata al Parlamento Europeo. Ci ero già stata nel 2004, la prima volta che visitavo Bruxelles e già allora era per andare a trovare Vincenzo (eravamo all'epoca amanti clandestini!); siccome lui doveva lavorare, mi spedì a fare la visita guidata, che è di una noia mortale ...

Stavolta invece ho fatto il badge (schedata come moglie di funzionario a contratto) e sono potuta entrare nei corridoi, negli uffici e soprattutto nella famosa mensa: la migliore delle Istituzioni europee! Menu vegetariano equo/solidale, frutta fresca di stagione, spazi ampi e grandi finestre su questa Bruxelles insolitamente piena di sole. Mi sono abusivamente intrufolata nella biblioteca per scrivere sul mio computerino e sono stata anche tentata di farmi una pennica sul divano.

Poi però ho dovuto prendere l'autobus per l'areoporto. È il secondo anno di seguito che salto il ricevimento del 2 giugno. Non che ne senta specialmente la mancanza, anzi: se il mio volo fosse stato un po' più tardi avrei brigato per farmi inserire nella lista degli invitati della Rappresentanza permanente a Bruxelles, che deve essere peraltro assai più snob di quella dell'Ambasciata di Tirana.

Ho conosciuto alcuni dei capi e colleghi di Vincenzo. Tutti trovano piuttosto impressionante il fatto che io possa avere liberamente scelto di lavorare in Tunisia e poi (e specialmente) in Albania. Questi commenti mi lasciano sempre quella certa sensazione di scollamento fra mondi paralleli; e poi mi chiedo anche: quanto sembra lontana Tirana, vista da Bruxelles? Direi parecchio; sicuramente più di quanto Bruxelles non sembri vicina a chi la guarda - ansiosamente ma convintamente - da Tirana. Il manifesto elettorale del partito di Governo è un esempio calzante: recita "Sot NATO, nesër Bashkimi Evropianë" [oggi la NATO, domani l'UE]. Domani, sì sì ...

Però sulla strada per l'areoporto sono passata vicino al quartier generale della NATO e la bandiera dell'Albania, in effetti, sventola: è anche (per ragioni alfabetiche) la prima della fila ...

lunedì 1 giugno 2009

librerie

Vince mi ha portata nella sua nuova libreria preferita: si chiama "Filigranes". Noi due siamo ex bambini cresciuti con i libri e conserviamo da grandi quella strana affezione per gli scaffali, le biblioteche, le librerie come luoghi di pace e familiarità.
In libreria cerchiamo un po' di tutto: il filo di grandi discorsi più o meno d'attualità, l'incanto fragile della poesia, un numero infinito di storie, domande risposte e altre domande; sempre con quell'idea (ormai abbastanza vintage) che il libro stampato sia il primo e principale tramite del pensiero.
Da quando ho lasciato l'Italia, mi accorgo che nelle librerie cerco anche e soprattutto conforto: come se fossero isole in cui posso ripararmi dal mare in tempesta di città straniere dove la vita non è sempre - non è per forza - semplice da decifrare.

Filigranes, comunque, è LA libreria che tutti abbiamo sognato di aprire: nonsololibri ma anche caffè, musica dal vivo, presentazioni e dibattiti, sedie, poltrone e divani, un'intera sezione di libri d'arte, guide turistiche di tutto il mondo, comics (anzi: BD!), bricolage. Uno spazio del pensiero, dal quale mi viene facilissimo proiettarmi indietro nel tempo all'epoca in cui i caffé erano i luoghi in cui gli intellettuali esistevano in quanto tali e immaginavano forme nuove al mondo ... [Forse dovrei scrivere sceneggiature per RaiFiction: credo di avere una naturale propensione al feuilleton!]

Ho provato a girare per gli scaffali, decisa a comprare almeno un libro, possibilmente molti. Dopo pochi passi, però, mi è presa una specie di vertigine: non ci riesco, ce ne sono troppi. Vorrei della letteratura francofona, visto che sono qui, ma mi perdo persino nell'ordine alfabetico degli autori. Mentre mi sento come naufragare, realizzo all'improvviso che erano almeno tre anni che non mettevo piede in una libreria così grande: una vera libreria, insomma.
Ripensandoci, quasi tutte le mie Éditions Folio provengono dal giornalaio della Marsa, quello davanti allo Zephyr che aveva anche le riviste francesi; e mi ricordo perfettamente che la libreria a Carthage, quando ha aperto, ci sembrava enorme e moderna, ma in effetti aveva in tutto meno titoli della libreria di casa mia.
A Tirana, nonostante la buona volontà, le mie spese presso l'International Bookshop si limitano a guide dell'Albania e libri di cucina che non riuscirò a tradurre. Se in questo anno e mezzo ho continuato a leggere è stato perché ordinavo i libri su IBS, li facevo recapitare a casa di Alessio e li recuperavo via Vincenzo; soluzione che ora, con le nostre nuove rotte, diventa assai meno praticabile.

Questo discorso sui libri e le librerie mi porterebbe lontano. Ha a che fare con me, con la scrittura, col bisogno perenne di farmi raccontare storie che sta veramente alla base di tutti i mestieri che faccio.
Non prevedevo che la sezione 843 (letteratura di lingua francese) della mia biblioteca di casa dovesse espandersi ulteriormente, eppure sono uscita da Filigranes con quattro nuovi titoli e un'idea piuttosto chiara su come trascorrerò il mio prossimo tempo da casalinga bruxelloise ...


www.filigranes.be/fr/