martedì 29 aprile 2008

intermezzo

Il mio amico Alessio da qualche giorno mi fa delle "battute oblique". Lui, quello universalmente noto per l'insondabile capacità di sconnettersi mentre gli parli, ora invece mi fa delle battute oblique. Forse sono stata via da casa troppo a lungo...

In ogni caso, sono attualmente impegnata a convincerlo per il secondo anno consecutivo a trascorrere le sue uniche ferie nel bel mezzo del mese di agosto non già a Madrid, dove abita una coppia di altri nostri amici che ripetutamente lo invita, bensì in un paese a caso nel quale io abbia avuto la brillante idea di trasferirmi. La mia argomentazione standard è che a Madrid in quel periodo dell'anno fa molto caldo... come se a Tunisi si frescheggiasse, certo...
Poiché percepisco l'incontrovertibile debolezza della mia posizione negoziale, azzardo a questo punto un corteggiamento molto più mirato: a Tirana ci sono delle vestigia di epoca comunista veramente uniche, tipo i famosi bunker. Sì, perché Alessio è QUEL mio amico che aveva sulla scrivania una mia foto "baci da Vienna" scattata sotto il monumento all'Armata Rossa.

"Non perdere questa irripetibile occasione di visitare l'Albania", ho pensato bene di scrivergli. "Fa un po' ridere, Sere. Questa frase, dico", lui mi ha fatto notare.

E pensare che, in questo momento, quella frase sintetizza tutta la mia vita.

Battute oblique...

lunedì 28 aprile 2008

reporting from Holland #1

Come preannunciato, sono partita giovedi pomeriggio da Tirana con l'intenzione di cercare tulipani. Seriamente.

Ho preso un aereo che fa scalo a Lubiana (capitale della Slovenia: devo assolutamente mettermi in pari con la storia e la geografia dei Balcani, oramai che sono qui...), quindi sono scesa a Bruxelles-capitale; il giorno dopo ero su un treno a destinazione Rotterdam, Olanda. L'Olanda, comunque, è solo una regione dei Paesi Bassi; quella che abbiamo visitato io e Vincenzo in questa gita è la Zuid-Holland. Rotterdam, quindi: Olanda del sud.

A Rotterdam mi sono sentita bene perché ho ritrovato l'aria di mare. La città in effetti è sul fiume Mosa e non direttamente sul mare, ma il vento che si sente, perenne e freddo, è salato. Questa è la mia altra malattia: l'aria di mare. Anche se sono nata e cresciuta sul mare, io non nuoto, non faccio vela e non progetto di possedere una barca. Anzi, mi stupisco sempre di come la gente si aspetti questo da me. Il mare per me è un'idea, è letteratura, è guardare le navi che scivolano via e non sapere verso dove; e questo mi basta. La voce del mare è la voce del mondo. E nelle città di mare c'è qualcosa nell'aria che fa la differenza. Questo è Mare del Nord, grigio come il suo cielo.

Rotterdam è, a tutt'oggi, il primo porto al mondo; le cifre sulla movimentazione di merci sono impressionanti. Il paesaggio urbano è moderno, quasi completamente riedificato dopo i bombardamenti degli anni Quaranta, e la sky-line è decisamente al di sopra della media. Il ponte "Erasmo da Rotterdam" ha un bellissimo pilone principale che, visto da una certa angolazione, sembra aprirsi come un grande compasso bianco, con alle spalle il profilo di un grattacielo inusualmente in forma di trapezio. Elegante, slanciato, metallico: "sfidante" ma con discrezione. A Rotterdam c'è anche la zona pedonale più antica del mondo, risalente agli anni Cinquanta, e un complesso residenziale di "case cubiche", una specie di scherzo architettonico che mi immagino molto bien placé nell'Olanda di fine anni Settanta - primi anni Ottanta (e mi asterrò qui da più dettagliate divagazioni su acidi e funghi).

Se rinasco di nuovo demografa, mi dedicherò solo alla pianificazione urbana e studierò qui in Olanda, che è dove hanno inventato le tecniche per recuperare terra coltivabile al mare, ottimizzare le vie d'acqua e gestire un incredibile traffico di biciclette.
Certo, a pensarci bene... come minimo quello che mi succede è che reincontro uno nato di nuovo giurista internazionalista che è venuto a studiare qui in Olanda perché è dove hanno inventato il giusnaturalismo, i diritti umani e il Trattato di Maastricht.
Perché forse anche il destino, in fondo, non è un concetto del tutto astratto...

(Rotterdam, 25-26/04)

martedì 22 aprile 2008

cable TV

Sono stanca, “emozionalmente” stanca. E stasera non c'entrano né ricordi né paesaggi né suggestioni. Solo l'umanità che mi circonda, che mi attraversa da parte a parte, che capisco più di quanto e loro e io possiamo o vogliamo o siamo disposti ad ammettere. Oggi è una di quelle giornate asfittiche che contemplano una sola soluzione possibile: finire in birra e cibo spazzatura. D'altra parte, come ho ripetutamente segnalato in questi ultimi tempi: drinking works (d). E inoltre, se il vice primo ministro britannico può dichiarare pubblicamente nelle sue memorie che soffre di bulimia da 10 anni... a me 4 sofficini doppio ripieno formaggio che vuoi che mi facciano? E ho comprato anche un "triple chocolate" (che è diverso dal "chocolate orgy", sia chiaro) ma non lo mangerò; per ora. Domani, comunque, è un altro giorno.

Nel mio miniappartamento di Tirana ho fatto installare la cable tv; con pochi euro in più al mese posso avere anche la connessione internet che pare sia molto più veloce di quella via telefono (però più instabile quando andremo verso le interruzioni di corrente... ma tanto a quel punto non va nemmeno il computer, quindi il problema è relativo). Qui “cable tv” significa letteralmente che hanno lanciato un cavo dal mio balcone che si attorciglia attorno al primo palo disponibile e poi si dirige verso non so bene dove. Usa così. In effetti io abito in un building appena costruito e i cavi tesi sono ancora relativamente pochi, ma ci sono zone della città che fanno molta più impressione. Ai tecnici ho posto la seguente ingenua domanda: “Ma, è normale che il cavo penda così dal mio balcone?”; alla quale ho ricevuto l'inoppugnabile risposta: “Siamo in Albania: qui tutto è normale”. Questo per dire che, comunque, dopo pochi giorni ho perso FoxLife con tutte le serie tv made in USA adeguate alle serate come questa. Recentemente, inoltre, il canale su cui è sintonizzata la mia preziosa BBC World trasmette invece una specie di MTV albanese (?!?). Euronews parla in italiano e su Rai3 spesso manca l'audio. Forse era meglio la parabola? O forse è un segno che senza tv la qualità della mia vita aumenta.
Prima o poi scriverò qualcosa anche su come hanno montato il forno, la cappa della cucina e i condizionatori. Però devo dire che sono ottimista: secondo me ce la possono fare; io non sarò sicuramente qui, ma loro ce la possono fare.

Ho letto un racconto che parla un po' della diaspora somala. Proprio in questi giorni che sono alla ribalta delle cronache i pirati al largo della Somalia. E' una bella storia, di quelle che fanno venire voglia di saperne di più. Dopo la Tunisia e l'Albania, sospetto che potrei interessarmi, in effetti, all'eredità coloniale italiana (mi appassionano i tabu della storia). Ma la cosa veramente divertente è che mi sono trovata questo libro nella borsa passando per traiettorie imprevedibili (passando, in un certo senso, da Rjim Maatoug). Questo mi fa riflettere. Sugli incontri, sulle persone distratte, sui dettagli, sulla tentazione di perdersi. Sulle identità complesse. Magari è l'Adelscott, ma davvero mi sento ottimista.

Solo, penso che mi piacerebbe poter uscire da questa porta e prendere un taxi e farmi portare a casa di un amico che ha un divano sul mare.

domenica 20 aprile 2008

paesaggi incongrui

Stamattina c'era il sole, un bel sole di primavera di quelli che scaldano tantissimo. Ho approfittato di un passaggio (ma non da uno sconosciuto) per fare una gita fuori Tirana, di quelle fortemente raccomandate per prendere fiato da tutto questo smog della città.

Come prima tappa siamo saliti sul monte Dajti, dove c'è come un belvedere su Tirana. Mi dicono che ci si può arrivare anche con una comoda (e sicura?) funicolare (o funivia? essendo cresciuta nella regione più piatta d'Italia, la differenza mi sfugge...) e che il passaggio è suggestivo, oltre che senz'altro più corto e probabilmente più agevole di quello in auto. Poi siamo andati a Petrela, dove c'è quello che resta di uno dei castelli del sistema difensivo di Skanderberg. Pare che i diversi castelli potessero comunicare fra loro con un sistema di lanterne. Quello che c'è oggi è un piccolo bar-ristorante che la guida Bradt (praticamente l'unica sul mercato dedicata interamente all'Albania) definisce benignamente “incongruo”. E “incongruo” è sicuramente la parola adatta per questo paesaggio di pendii verdeggianti scavato e sventrato e edificato come nella peggiore tradizione della speculazione edilizia degli anni Sessanta in Italia e nel sud della Spagna. Alcuni edifici sono più che incongrui: francamente osceni.
Mi pare di capire che questo renda l'idea di quello che sta succedendo in tutto il Paese. Lo spirito d'iniziativa non manca, e oramai ci sono anche i soldi, spesso in cash, da investire (nella migliore delle ipotesi le rimesse degli emigranti o i risparmi di quelli che sono tornati); il problema è che non c'è una guida, un piano regolatore, una normativa di qualsiasi genere che prevenga lo scempio. I materiali da costruzione di ogni tipo sono accatastati ovunque. Fino a pochi anni fa l'Albania era considerata l'ultimo paese “wild” d'Europa; ma fra poco non ci sarà più niente da vedere e ovunque si avrà questa strana sensazione - che già a Tirana, per esempio, è molto forte - di trovarsi in una qualsiasi provincia (brutta) del sud Italia. Della Puglia, in particolare; anzi, del baresotto. Una roba stile “lacapagira”, non so se mi spiego. E confesso che la prospettiva di questo déjà-vu mi risulta un po' urtante.
E del resto: passare dall'oggi al domani da una dittatura comunista, paranoide e isolazionista al libero mercato anarco-capitalista, da solo Stato a niente Stato... nessun Paese poteva uscirne indenne. E si nota...

Sempre a proposito di incongruità (ma stavolta interiore), a un certo punto mi ha chiamato Matteo da Rjim Maatoug, che è un posto in cui devi avere davvero una buona ragione per andarci a passare dieci giorni. In mezzo al nulla ma con un sacco di palme; e i famosi datteri più buoni del mondo, i deglet nour. In meno di un secondo ero di nuovo là, con la mia magliettina celeste e il cappello di paglia dei contadini del sud, impegnata a farmi rispettare da non so più quali gradi della gerarchia militare dell'Esercito tunisino.

E' come la storia di tenere un piede in due scarpe: non si può. E un solo cuore in due luoghi così lontani - nessuno dei quali è casa mia - nemmeno. Ma “casa” è dove abita il nostro cuore ... motivo per cui, infatti, mi capita di soffrire di questa strana multiple homesickness!
Comunque, va bene così: la curiosità che mi muove resta la cosa più importante. Del resto, essendo io priva di precise ambizioni e ampi progetti; essendo la mia vita in questa fase pending rispetto a un'ipotesi bruxelloise che ho smesso di ignorare; essendo nata e cresciuta insofferente per la terra ferma; tutto ciò considerato, quello che conta è essere in viaggio, e avere cose da raccontare. Perché spesso mi capita di invidiare le persone della mia età (o anche più giovani di me) che avevano le idee chiare fin dall'inizio su quello che volevano nella vita e hanno agito di conseguenza e ora sono esattamente dove si immaginavano di essere. Le invidio perché guardo al mio percorso personale e vedo chiaramente che non ho mai capito come si leggevano le cartine e ogni volta che potevo fare una scelta semplice e chiara non ho potuto impedirmi di fare invece quella scomoda e contorta, fra cui lasciare la Tunisia. Salvo poi cercare di darmi - come tutti - delle giustificazioni a posteriori assai ragionevoli e piene di senso, anche letterario. Eppure, se scavo molto sinceramente nei miei ricordi di bambina, io lo so cosa volevo dalla vita. Scrivere e viaggiare. Niente di meno di quello che sto facendo adesso. Certo, crescendo ho scoperto che collateralmente avrei dovuto anche lavorare per permettermelo, ma la sostanza non cambia. E i miei percorsi forse alla fine dei conti non sono contorti: solo un pochino inusuali.

Scrivo per chi può capirmi. Perché se non fossimo curiosi non faremmo questi mestieri. E anche il pensiero del tombino aperto, un giorno, mi farà sorridere. Perché la vita è quello che ci facciamo capitare. E io a Pisa mi annoiavo.

10 minuti a piedi

“Cosa ci faccio qui?” e “Come accidenti mi è venuto in mente?” sono domande ricorrenti mentre cammino da casa mia a Torre Drin - il building dell'ufficio - oppure da casa mia a quell'altro building dove c'è il Conad. A un certo punto ho scoperto che se ascolto l'iPod posso evitarmi un sacco di pensieri (e di domande ... ). Da allora mi sento più serena. Il problema è che sono circa 10 minuti a piedi in cui si attraversa lo smog come fosse nebbia, anche spessa certe volte. Tutte le auto rubate in Europa che circolano qui hanno motori euro -10 e tutti prendono l'auto anche per fare 100 metri (finestrini ermetici e clima accesso) proprio per evitare di respirare lo smog; il che ovviamente produce ulteriore inquinamento e un caos pazzesco. La cosa peggiore per i pedoni sono gli incroci con i semafori. Sto seriamente considerando l'opzione di circolare con una mascherina, come i giapponesi che si vedono nei cartoni animati...

Tirana non ha nulla di esotico, né forse di affascinante; venendo da Tunisi, la cosa mi crea una sorta di duplice spaesamento. Alla fine anche tutte le assurdità della nostra vita tunisina confluivano dolcemente verso il mare e non so ... non che acquistassero “senso”, ma comunque avevano un loro posto nel mio universo, nell'universo in cui mi ero abituata a vivere. Questo mi manca.
Qui le stranezze non hanno come sfondo né le palme né il mare né antiche medine; solo macerie sparse accanto a nuovi palazzoni, strade dissestate, tombini aperti (questa è la seconda cosa peggiore per i pedoni) e nuvole di gas di scarico. In effetti, non lo so cosa ci faccio qui e nemmeno come mi è venuto in mente.

Questa, comunque, è solo Tirana; anzi, è solo la prima impressione della pochissima Tirana che conosco. Fuori c'è altro, che per ora ho solo intravisto. Campagna verde, i famosi (famigerati?) bunker dell'epoca Hoxa, donne di età indefinibile vestite di nero col fazzoletto bianco sulla testa. Montagne, sullo sfondo: il paese delle aquile.

So che sono venuta qui in cerca di domande. E di nuovi paesaggi. E' la mia malattia, non posso farci niente. Tutto mi manca della mia vita in Tunisia. Specialmente le persone. Specialmente il mare sotto la finestra. Specialmente il deserto di sabbia finissima. Forse un giorno racconterò anche quella storia, ma per adesso sono qui. E ho bisogno di sentirmi felice, in viaggio.

Tirana, e le mie storielle albanesi.