venerdì 26 dicembre 2008

reporting from Bratislava #2

Bratislava è una città di insospettata bellezza. È una minuscola capitale europea che si visita tranquillamente a piedi in una giornata, nonostante il freddo; poterla vedere in questi giorni natalizi, con Slovacchi e i turisti tutti a casa, è stato un vero privilegio.

Il castello di Hrad soprattutto mi ha impressionata, per la vista sulla città. Il fiume (anche questo è Danubio, ma qui in inverno non è navigabile); i ponti modernissimi che si tuffano verso la parte nuova della città: superstrade a più corsie, grattacieli e centri commerciali; le montagne intorno, sullo sfondo, che danno all'aria quel colore leggermente bruno ... È solo una sfumatura, ma la distinguo chiaramente.

Per il resto: chiese e palazzi, teatri, molte cupole e tetti di tegole rosse. Niente di veramente rimarchevole, a parte la Chiesa dei Trinatari, con un trompe l'oeil totale sull'intera cupola, e la piccola "Chiesa Blu", minuto e leggermente bizzarro esempio di Jugendstil locale.

Il centro è pieno di locali: bar, caffé, ristoranti ... Se domani magari si decidessero ad aprire?

giovedì 25 dicembre 2008

reporting from Bratislava #1

Siamo arrivati a Bratislava alla vigilia di Natale: era tutto chiuso, buio pesto e nessuno per strada. Siamo riusciti a prendere l'unico taxi ancora parcheggiato vicino alla stazione; il tassista ci ha perentoriamente dichiarato il prezzo della corsa accompagnato da un "it's christmas" che non ammetteva contrattazioni; quindi ci ha condotti a preoccupante velocità - e ancora più preoccupante prossimità con un tram in curva - all'inizio della zona pedonale del centro storico, dove ci ha mollati senza ulteriori complimenti.

Il nostro lussuosissimo albergo (un'altra delle mie occasioni last minute: ne sono fierissima!) si trova in un antico palazzo restaurato in maniera stilosissima per ospitare anche una galleria di negozi di alta moda e vari localini iper chic. Tutto chiuso, compresi bar, caffé e ristorante dell'albergo.

Usciamo a fare una passeggiata. Le strade sono completamente deserte. Girato l'angolo ci ritroviamo nella piazza principale della città, con i palazzi e le chiese elegantemente illuminati. E ancora nessuno per strada. Forse in Slovacchia il Natale è una festa molto sentita e molto privata ... enormemente privata, direi.

La situazione assume contorni leggermente surreali, e comincio a prenderci gusto. È come camminare in una cartolina: Bratislava di notte, vuota e silenziosa. Mi piace.

mercoledì 24 dicembre 2008

interludio

Ho un messaggio nella bottiglia, per un lettore distratto.

Prendo un treno da Budapest a Bratislava. Sono in Europa dell'est, fa freddissimo, uso ancora la stessa guida e lo stesso zaino. Leggo un libro bilingue col testo a fronte (solo che questo è in francese e non in inglese).

Ho un déjà-vu? Ho già fatto questo viaggio? Ho già fatto un viaggio come questo ...

Mi manca un tizio che un giorno mi ha detto: "e se andassimo in Polonia a marzo?". E io: "ok, prendo il biglietto, ci troviamo a Berlino e passiamo insieme la frontiera". Come se fosse una cosa normale.
Ho delle foto in bianco e nero bellissime. Il piumino all'epoca ho dovuto prenderlo in prestito perché non ero mai stata in un posto così freddo. Il Mar Baltico me lo ricordo come un sogno coi colori strani ...

Voglia di rifarlo. A presto.

lunedì 22 dicembre 2008

reporting from Budapest #3

Il tram numero 2 percorre lentamente tutto il lungofiume dal lato di Pest. Altre linee modernissime collegano in continuazione un capo all'altro della città, lungo i viali radiali. Il braccio più corto della rete metropolitana - la linea M1 - è la più antica metro sotterranea del continente (seconda nel mondo solo a quella di Londra) ancora in funzione, deliziosamente decorata nelle varie stazioni con antiche affiches di spettacoli dell'opera. Le stazioni dei treni sono due (una verso est, una verso ovest) entrambe imponenti e di sapore decisamente ottocentesco.

Tutto si raggiunge facilmente, ogni cosa è ben collegata. E infine i sei ponti sul Danubio, che tengono insieme questa capitale riccamente europea. Ogni ponte ha un nome, uno stile, una sua storia e almeno due date: quella della prima costruzione e quella della ricostruzione dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo che le truppe naziste in ritirata lo avevano fatto saltare.

Amo l'urgenza di questo ripristinare collegamenti. Amo i ponti, in effetti, come elementi urbanistici, come oggetti artistici e anche come metafore semplici. Sono nata in una città di mare famosa per i suoi ponti.

La gita in barca sul Danubio è bella, come il fatto che le due rive siano patrimonio dell'umanità lascia immaginare. Tanto più preziosa se fatta alle 5:00 pm, quando è praticamente già notte fonda e ogni cosa è illuminata con moderna e discreta maestria, dal lato di Buda e da quello di Pest. Fa freddo, com'è giusto

domenica 21 dicembre 2008

reporting from Budapest #2

Si dice che delle due anime di questa città-congiunta, Buda sia quella splendida. Pare che esista persino un antico modo di dire secondo il quale l'unica bellezza di Pest consisterebbe nel fatto che permette di ammirare Buda dall'altra parte del fiume.
Mentre attraverso le strade di Pest - larghe, moderne, eleganti, affollate di un'architettura début de siècle perfettamente ripresa e valorizzata - capisco che questo adagio è ormai terribilmente anacronistico.

Per chi ama le città, Pest è un'euforia di storie: chiese, sinagoghe, palazzi, teatri, accademie, piazze, musei. Gli edifici civili sono neoclassici, romantici, neorinascimentali, art nouveau, neogotici e infine francamente eclettici; le cupole delle chiese si confondono con quelle delle sinagoghe e i campanili con i minareti e i colori sono vividi e fastosi contro il cielo sempre un po' grigio dell'inverno. Il neogotico ungherese, in specie, non tanto "tende verso l'alto" quanto scioglie impercettibilmente le forme, come se le minute decorazioni delle guglie fossero marmo colato e rappreso; ho visto altrove quest'intuizione portata ad estreme conseguenze, ma è in questo stadio che la trovo perfettamente affascinante: il Parlamento ungherese è di sicuro il più bello del mondo.

Annoto i due dettagli che preferisco alla fine della prima esplorazione di Pest; la mia competenza in storia dell'arte è troppo modesta per esprimere un giudizio di merito, ma queste sono due belle storie.

Belvarosi Templom è la chiesa parrocchiale del centro città, che oggi si ritrova infelicemente accanto a un parcheggio e a una sopraelevata. Edificata inizialmente nei secoli XII-XIII (in forme romaniche), ricostruita nei secoli XIV-XV (in stile gotico), trasformata dai Turchi in moschea, barocchizzata nel secolo XVIII, quindi restaurata a più riprese nel corso del Novecento, riassume efficacemente la vicenda storica e artistica di tutta la città. All'interno resta intatta la nicchia del mirhab, quella che indica la direzione della Mecca per la preghiera, spesso considerato il luogo più santo della moschea.

Il Vigado (il Ridotto) fu il ritrovo del bel mondo, rinomata sala da ballo e concerti. In quest'atmosfera di luci e voci di sottofondo che provengono dal corso affollato subito dietro al palazzo, viene facile immaginarsi la fine dell'Ottocento e la belle époque, quando questa città - la sua nobiltà, la sua alta borghesia - rivaleggiava con la scomoda vicina Vienna. E anche qui risuonavano note di valzer e si andava all'opera e nei caffé si cospirava per l'indipendenza e l'autodeterminazione dei popoli (attitudine che, all'uopo, tende a riproporsi) ...

sabato 20 dicembre 2008

reporting from Budapest #1

Budapest è, come prima cosa, un albergo a cinque stelle dove io incongruamente arrivo con lo zaino da campeggio che risale a quando viaggiavo per l'Europa in treno (perché quelli della mia generazione sono stati giovani subito prima dell'avvento delle low cost!). Pazienza per l'imbarazzo del concierge: d'altra parte siamo quelli che hanno prenotato la super offerta last minute con la quale una notte qui costa quanto in un pulcioso pensionato romano.

E' il nostro viaggio di nozze e magari potremmo osare di più, ma manteniamo un approccio oculato alla spesa, sperando che dopo l'ultima tappa prevista restino abbastanza soldi per un'altra capitale, forse due. Qui la stanza è uno "studio" (à la française) con angolo cottura, il che risolve enormemente il problema di fondo di essere vegetariana in un'area geografica nota per il gulash. Abbiamo anche il divano, il maxischermo con i canali tv internazionali e i dvd, piscina riscaldata con idromassaggio, jacuzzi piccola, sauna, palestra, lounge bar con servizio in camera.

Ho fatto un bagno bollente pieno di schiuma, mi sono avvolta in un accappatoio gigantesco e morbidissimo, una signorina molto gentile ha bussato alla porta con un cosmopolitan e un margarita. Tutto questo è sicuramente e definitivamente al di sopra delle nostre possibilità, il che lo rende tanto tanto tanto più romantico ...

GRAZIE VERAMENTE GRAZIE a tutti quelli/e che hanno contribuito a regalarci questo viaggio!

venerdì 19 dicembre 2008

NdA

Quasi un mese senza scrivere, lo so. Sembra strano anche a me; tanto più che non scrivere non implica affatto non pensare, né non sentirmi sola.

E' che ho avuto un'ultima settimana difficile al lavoro, piena di imprevisti, bilanci e sconfitte. Tutto il mese di dicembre è stato pesante: come spesso capita nelle comunità di espatriati, la fine dei contratti coincide con partenze senza biglietto di ritorno. Una parte importante di quel poco che conosco e frequento a Tirana, quindi, non sarà più lì a gennaio 2009.
Capisco che in fondo è un bene, che questo mi spingerà a uscire di più, a familiarizzare con quelli che sono rimasti, a cercare ancora, meglio, più a fondo. Ho bisogno di pensare che ci sono persone sulle quali, in un modo o in un altro, posso contare; ora che ho confermato la mia intenzione di restare, ho bisogno di avere degli amici che non abitino dall'altra parte del mare. E devo rinunciare a fare confronti ...

Tutto questo mi ha stordita e mi ha distratta. Quando volevo scrivere c'era sempre qualche stupida scadenza in ufficio che saltava fuori dal nulla e/o a casa mancava la connessione internet. Ho provato con angoscia la sensazione del tempo che passa inutilmente, del contorno di me stessa che perde consistenza e diventa sfocato mentre io non capisco più come e perché non so se sto bene dove sto. Se a Tirana (e ovunque nel mondo) trovassi un bar che vende birra Raffo, piangerei dall'emozione.

Oggi comunque - cascasse il cielo - prendo un aereo per Budapest. Ho prenotato solo alberghi con accesso internet incluso: sarò più SERENA e racconterò molte più storielle.

lunedì 8 dicembre 2008

brief from Verona


Per questo anticipo di viaggio di nozze abbiamo cercato una città italiana che fosse facilmente raggiungibile da Vince in treno e da me con BelleAir, che nessuno dei due avesse mai visitato e che fosse coerente col tema che abbiamo scelto delle "capitali dell'impero austro-ungarico"; così ci siamo trovati nella bellissima Trieste.

Per rientrare in Albania, però, ho dovuto cambiare aeroporto, perché BelleAir vola su molte destinazioni con pochi aerei e i collegamenti non sono giornalieri. Motivo per cui, seguendo la simpatica geografia commerciale della compagnia low-cost italo-albanese, ci siamo ritrovati a Verona.
Un gioiello di marmi rossi e mattoni, un fiume (Adige) sontuoso e fasti scaligeri che mi hanno riportata ad antiche letture liceali e alla mia sempre troppo povera frequentazione con la storia. Perché nessuno mi aveva avvisato che Verona è così bella? Perché nessuna stupida gita scolastica mi ha mai portata più a nord delle tombe etrusche? E perché la gente si fissa a fotografare un insulso balcone mentre tutto attorno è la corte di Cangrande della Scala?
Secondo la mia guida, peraltro, il nome "cangrande" deriva dal fatto che, grazie ai commerci sulla via della seta, si sapeva che i grandi re e condottieri mongoli si chiamavano Khan, come il Kublai Khan di Marco Polo. E noi oggi pensiamo di essere molto intelligenti perché abbiamo "scoperto" la globalizzazione ...

A mo' di chiosa: la geografia dei voli BelleAir risponde a una strategia commerciale precisa e geniale, che consiste nello scegliere aeroporti in corrispondenza di insediamenti importanti di immigrati albanesi. Altro che Alitalia e i suoi voli vuoti con destinazione vicino casa di qualche parlamentare ...

sabato 6 dicembre 2008

brief from Trieste

Trieste ha la piazza più bella che abbia mai visto: tre lati di scenografia urbana civile (non religiosa), imponente e lussuosa e un quarto lato completamente aperto sul mare. E dalla Guida Rossa del Touring Club apprendo che il piccolo teatro romano, oggi chiuso fra i palazzi, era concepito originariamente con lo stesso spirito: delle quinte fisse e dietro, come scenario, il mare.
Sono quelle occasioni in cui inevitabilmente mi domando cosa ne farò di una casa proprio a Pisa - l'antica Repubblica marinara senza più mare - e cerco di indovinare il senso remoto dei miei personali simbolismi.

Non spirava la bora in questi giorni, con mio inconfessabile disappunto. Ripenso a quanto profondamente e permanentemente mi abbia segnata il fatto di essere cresciuta in una città sul mare, con la sua mitopoietica liquida di arrivi e partenze e la sua gente insolente e bugiarda, sempre presa di nostalgia per il posto in cui non si trova in quel momento. Penso ai miti di fondazione e alle storie di santi marinai e alle madonne miracolose che deviano i maremoti. Penso all'unica lealtà che conta, che è quella sulla barca che vale la vita o la morte.
E mi chiedo: come deve essere, allora, crescere in una città dove tira un vento che ti porta via?


PS: Questo lungo fine settimana è un anticipo del viaggio di nozze !!!

sabato 29 novembre 2008

internet

Ho provato a cercarmi con google.

Con mia grande soddisfazione, è quasi impossibile trovarmi, perché sono omonima di una famosa scrittrice che ora è anche la legale proprietaria del dominio composto col nostro "nomecognome.it". Peraltro alcuni anni fa, quando maneggiavo questo tipo di cose, mi aveva rapidamente sfiorato l'idea di acquistare io tutti i domini collegati - che all'epoca erano ancora liberi - perché prima o poi me li sarei potuti rivendere; ma, come spesso mi capita, mi sono rapidamente distratta e non ho concluso un bel niente.
Certo, facebook un po' mi frega (anche se ho trovato una decina di omonime italiane), motivo per cui credo che all'inizio del 2009 chiuderò il mio profilo e tornerò nel mio beato e discreto anonimato. Sono più una tipa da skype, così posso restare in contatto con un gran numero di persone a costi contenuti e ovunque nel mondo, senza l'effetto collaterale di essere rintracciabile da un motore di ricerca pubblico.

Anche questo blog è piuttosto discreto. Diciamo che non ci si finisce per caso, a meno di stare facendo delle ricerche sull'Albania (a proposito: sto preparando una mini serie su Tirana per quegli altri blogger che mi hanno invitata ... ), che è appunto l'unica ragione per cui mi fa piacere essere trovata anche dai lettori occasionali. Il resto è voyeurismo, e lo trovo abbastanza inquietante.

In fondo, sono cresciuta sotto il sole del sud e sono abituata alle persiane (blu) alle finestre: sono gelosa della mia intimità! Anche per questo il blog ha una data di scadenza, oltre che per il fatto che sento il bisogno di fare un salto, di raccontare altre storie in un altro modo e con tutto un altro spessore. Ci sto pensando.

venerdì 28 novembre 2008

festa nazionale

Oggi è la festa nazionale dell'Albania. E' il giorno dell'indipendenza, come il nostro 2 giugno, e si commemorano sia la Dichiarazione di Valona del 1912 che diede vita all'Albania moderna e risorgimentale, sia la gloriosa insorgenza di unità nazionale capeggiata da Skanderbeg nel 1443.

Per me significa restare a casa in totale modalità stand by. Sono stata costretta a uscire solo quando è venuta la governante perché non ama che le stiamo fra i piedi; almeno sono riuscita a spiegarle che il plaid che trova sul divano dovrebbe lasciarcelo perché lo uso la sera per guardare la tv, invece di riporlo tutte le volte talmente in cima all'armadio che devo fare le acrobazie per tirarlo fuori.

Sono andata banalmente al bar, a leggere e bere un costosissimo nescafé schiumoso al caramello che costituisce la mia personale addiction del momento. Non fa ancora tanto freddo e comunque ci sono in media 10 gradi in più che nelle altre capitali balcaniche; anche a partire da questa semplice constatazione si potrebbe riflettere su fino a che punto qui sia "Balkans" (ma sarà per un'altra volta). Quest'aria nuova mi fa pensare continuamente all'Irlanda, come se - per qualche strana ragione - quella fosse l'ultima volta che ho vissuto in inverno, benché siano passati ormai talmente tanti anni che trovo quasi imbarazzante contarli. Forse è l'unico inverno seriamente freddo in cui mi sia mai imbattuta e il mio cervello tira fuori i ricordi per prepararmi al peggio?

In occasione della festa ci sono le giostre in città; cioè proprio IN CENTRO città: piazza madre Teresa e piazza Italia. L'emplacement è bizzarro ma tutto sommato funzionale. Il mio amico Ettore sostiene che a Tirana in questi giorni ci sono le notti bianche, ma non ho ancora riscontri oggettivi per questa informazione. D'altra parte, non sarà mica per niente che Edi Rama ha vinto il concorso di Mister Sindaco del Mondo nel 2004 ... (Veltroni si è classificato terzo).

martedì 18 novembre 2008

novembre a Tirana

Quando sono uscita dall'aeroporto ho sentito nell'aria l'odore della neve, anche se deve essere ancora lontana sulle montagne e a Tirana - a quanto mi dicono - nevica di rado. Forse sta per cominciare davvero l'inverno, anche se mi sembra ancora presto.

A casa, mentre ero sotto la doccia, è saltata la corrente. Fortuna che ho importato, dal mio precedente viaggio in Italia, una di quelle lampade di sicurezza che si accendono per qualche ora se c'è un calo di tensione. Posto che la governante SMETTA di staccarla dalla presa e riporla nell'armadio, quindi, confido che non resterò completamente al buio durante i black out. Il problema è se mi sono appena fatta lo shampoo ...

La luce comunque in questo caso è tornata quasi subito, e io non mi sono congelata. E' stata un'anteprima d'inverno? Uno spiritoso "bentornata" da parte della mia nuova città ospite? Quando sono venuta qui per la prima volta l'anno scorso era novembre, faceva molto più freddo e c'erano i tagli tutti i giorni. Mi ricordo perfettamente che trovavo la cosa divertente ed eccitante, almeno quanto l'idea di poter dire a qualcuno "occhio al tombino" mentre passeggiamo per strada ... (sarò sempre grata a Quaini per avermi dato questa soddisfazione!).

Non lo so cos'è che mi produce questo strano effetto: un misterioso mélange di pazienza africana, destino pugliese e arie balcaniche?

lunedì 17 novembre 2008

ci sposiamo #4

Domani mattina io e mio marito andiamo insieme in aeroporto. Solo che io parto per Tirana e lui invece per Palermo.

Forse siamo il prodotto di questi tempi strani e "metrosexual" (anche se io, onestamente, lo trovo abbastanza stancante!). Oppure siamo figli non voluti di un Paese che non ci capisce. Di sicuro era vero che, come ho ripetuto infinite volte, il matrimonio non avrebbe cambiato nella sostanza la nostra relazione ...

Per un po' porterò l'anello con cui mi sono sposata, anche se è abbastanza impegnativo. Ma col tempo e in generale terrò solo la fede, la solita, quella di sempre. Perché ora la porta anche lui uguale: mio marito ...

domenica 16 novembre 2008

ci sposiamo #3


Mentre andavamo in Comune, mia sorella Valeria si è fermata al mercato a chiedere il prezzo di un paio di stivali. Sia io che Vincenzo ci siamo molto emozionati alla lettura dell'atto di matrimonio da parte del funzionario (è che siamo burocrati dentro). Alessio, che faceva da testimone, è riuscito a distrarsi durante i cinque minuti che dura la cerimonia e alla domanda "i testimoni hanno inteso?" ha risposto solo Palma. Il Manfro è arrivato in ritardo, stavamo già per scendere le scale. GP non c'era, trattenuto a New York da improrogabili impegni di lavoro. Quaini si era scordato le scarpe buone e ha fatto tornare indietro la macchina per riprenderle. Fabri a una certa ora voleva intonare i canti alpini. Due fusti da 30 litri di birra non sono bastati. Tutti si sono trovati a piazza dei Miracoli e sono saliti sulla Torre. Il cielo era azzurro e il lungarno faceva la cartolina, con quelle sue moine di colori e forme e tramonti di novembre che alla fine mi emozionano, anche senza il mare.

Ogni cosa era al suo posto, insomma. E' stato davvero un bel matrimonio ...

giovedì 6 novembre 2008

ci sposiamo #2

Ho preparato la valigia, senza sapere bene cosa metterci dentro. Del resto, cosa si mette in valigia quando si parte per andarsi a sposare? Sarò a Pisa domani, se tutto va bene; ho voglia di casa. Sospetto che troverò pioggia e la cosa mi fa sorridere: ci sarà un motivo se metà novembre NON è periodo di matrimoni! Ho voglia di fare foto, di raccontare moltissime storie.

So che tutti ci chiederanno dell'Albania, e noi saremo ambasciatori del fascino misterioso della storia che sentiamo qui. So che vedere le persone della mia Tunisia sotto il cielo piccolo fra il fiume Arno e i Monti Pisani mi risulterà incredibilmente incongruo. So che ci saranno persone del passato, persone che tornano, persone di tutta la vita. Ci saremo, quelli di Via Montello. Quelli della laurea. L'Aula R ma quella vecchia. I colleghi dell'altro lavoro, di altri lavori. Eccetera.

Considerando che il primo brindisi sarà verso mezzogiorno e alle 19 comincia l'open bar in birreria, in quale momento della giornata sarò già così ubriaca da commuovermi coi miei stessi ricordi?

Non ho ancora comprato il vestito. Mi sposo con lo stesso anello che già porto al dito. Indosserò delle perle, ma nere. Una volta tornando a Pisa ho trovato a casa un mazzo di girasoli e un foglio A4 ripiegato scritto a mano che diceva "vuoi sposarmi?". Sì, ho pensato io.


Voglio sposarti da quella sera che mi avevi preparato una sorpresa per il mio compleanno, ma io ero bloccata in ufficio dalle buste paga. E tu, dopo più di un'ora che mi aspettavi, sei venuto a cercarmi con un ingombrante regalo nello zaino. Perché avevi deciso di stupirmi, di dimostrarmi che sapevi stupirmi (perché si sa che io non amo restare dove mi manca lo stupore). A occhio e croce, direi che ti ho sposato già da allora ...

mercoledì 5 novembre 2008

a caccia

Qualche giorno fa mi raccontavano di un gruppo di italiani venuti in Albania per andare a caccia, sulle montagne al nord. Niente di nuovo, ho pensato io: ne abbiamo incrociati anche in Tunisia di questi (rincoglioniti) fanatici delle armi che partono in gruppo per fare gli sbruffoni in deroga alla normativa italiana sulla caccia e sulla tutela delle specie selvatiche. Tralascio qui i discorsi che ho sentito fare a questa gente, traboccanti di una specie di razzismo da colonialisti di provincia che è tanto antico quanto - sfortunatamente - sempre attuale.

Comunque, avevo imparato che esiste tutta una regolamentazione di sicurezza sul trasporto speciale di armi, che devono viaggiare a parte in aereo, con documenti appositi, con le munizioni separate, controlli specifici e presa in consegna da parte delle autorità di polizia alla frontiera, eccetera. Così mi sono chiesta: e per venire in Albania via nave con le armi chissà che controlli ...

"Controlli? - mi hanno risposto - Ma no, che controlli? Vengono senza niente, dice che le armi gliele danno direttamente qui quelli che organizzano le battute di caccia".

Segue un momento di perplesso silenzio.

A volte ci sono cose su cui è meglio non farsi troppe domande.

lunedì 3 novembre 2008

un paese per vecchi

Sono di quelli che guardano "Che tempo che fa": tutti i sabati e le domeniche, a fine stagione anche i best of. In realtà Fazio mi fa innervosire con quel suo personaggio da 100% understatement (non è credibile) e trovo che non sia per niente all'altezza della sua stessa idea (pare che il format sia suo); il fatto poi che sia prodotto da Endemol per Rai3 mi scortica automaticamente l'ulcera. Ciononostante lo guardo, perché mi piacciono quasi sempre gli ospiti, soprattutto quelli italiani, anche se in realtà passano in trasmissione solo per promozione editoriale.

C'è un particolare che mi colpisce in modo ricorrente: i personaggi più interessanti spesso sono della "quarta età", cioè hanno 70 anni suonati! Perché l'Italia è un Paese per vecchi, dove i settantenni governano in tutti i settori della società e quelli più giovani (si fa per dire) aspettano di diventare abbastanza vecchi da prendere il posto di quelli che nel frattempo ... muoiono! E noi trentenni siamo penalizzati, vituperati, bulleggiati in continuazione. Molto frustrante.

L'Albania, al contrario, è il Paese più giovane d'Europa e i giovani ricoprono cariche istituzionali chiave. Questo chiaramente dipende anche dalla transizione, dallo smantellamento del regime, dalla larga emigrazione, oltre che dalla demografia in quanto tale. Ma la discrepanza con l'Italia dà quasi le vertigini, gli incontri istituzionali diventano spesso imbarazzanti, mi verrebbe da ridere se non mi venisse da piangere.

domenica 2 novembre 2008

e domenica mattina


Niente da fare: stamattina sono cascata dal letto e più sono stanca meno riesco a dormire. Ho un sacco di pensieri e di tensione e tutto a causa del lavoro, cosa che mi fa ammattire, visto che fare la consulente invece che la dipendente dovrebbe giustappunto permettermi di staccare la spina in ogni momento. C'è qualcosa che non funziona in questa relazione: probabilmente si avvicina la data di scadenza.

Mi sono infilata le scarpe e sono scesa tipo zombie, in modo da far cambiare l'aria dentro casa: ho il dubbio di non essere raffreddata ma allergica - a non so cosa - e comunque questa casa è troppo piccola per contenere il mio malumore. La fruttivendola mi ha fermata per farmi un incomprensibile discorso in albanese, dal quale credo di aver capito che mi stesse chiedendo in quale giorno di novembre mi sposo e se andiamo in viaggio di nozze; solo che noi abbiamo sempre detto di essere già sposati, quindi capace che non ho capito niente (erano anche le 8:15 di domenica mattina, a mia discolpa) ... Devo recuperare il numero di telefono dell'insegnante di albanese se davvero intendo restare qui fino alla fine della prossima estate.

Sono andata all'Artist, la mia oasi di pace e coccole. Ho ordinato un nescafé shiumoso e una crepe alla marmellata, che mi è arrivata guarnita di due piccole pallozze rosso vivo simili a ricci vegetali; ho chiesto come si chiamano e naturalmente la risposta è stata "non c'è traduzione: è una cosa che esiste solo in Albania". Come quella volta delle more ... Nel dubbio, ho controllato su wikipedia, e sono corbezzoli: non specialmente buoni ma con un impatto visivo notevole. Ho visto che le signore che vengono dalle montagne li vendono dentro i cartocci all'angolo delle strade. Qui si trovano in gran quantità anche delle altre bacche che, sulla base di mie ricerche iconografiche su internet, ritengo siano le famose giuggiole. Corbezzoli e giuggiole: sono due parole talmente antiche che nessuno nato dopo il 1970 sa associarle a un'immagine, ancora meno a un sapore!

E' vero: l'Albania non è un Paese esotico e non offre niente di paragonabile all'emozione di assaggiare a colazione, insieme al tè e pane burro e marmellata, un vero mango (vero nel senso di appena raccolto sull'albero, non maturato in serra e trasportato al supermercato italiano) o una papaja, come succede in Africa. Eppure, io trovo affascinante questo passato così-vicino-così-lontano, questa cultura della montagna povera, la sapienza dei boschi che in Europa si è quasi persa e che qui sopravvive, in certe piccole cose; esiste, tanto per dirne una, una tradizione molto peculiare di farmacopea officinale documentata dagli antropologi.

L'Albania mi piace perché la vedo come una seconda chanche per il sud Italia, per non fare gli stessi errori, per trovare allo sviluppo soluzioni nuove più adatte, più eque anche. Forse è questa sensazione - personalissima, mi rendo conto - che mi fa avere voglia di restare qui, nonostante tutto. Forse è per questo che voglio rimanere convinta che loro ce la possono fare: perché questa terra dia una possibilità alla mia, di terra, quella da cui sono partita per sempre.
Perché a volte bisogna credere anche nelle cose meno probabili, nel 5% alla coda della curva normale che cade fuori dall'intervallo di confidenza; così, senza una vera ragione, ma crederci. A volte, dicono, funziona.

sabato 1 novembre 2008

sabato pomeriggio

I miei sabati sono così: pigri. Per quante cose mi riproponga di fare (passeggiata al parco, spedizione al mega centro commerciale, spesa della settimana, acquisto di jeans già scelti e provati, studio del francese, letture, extra palestra e piscina ... ), finisco sempre per passare la giornata sul divano. Da questo punto di vista, certo, la casa di La Marsa aveva l'incomparabile pregio di affacciarsi sul mare, su quello stesso mare che ho sempre guardato - dall'altro lato - quando mi immaginavo quanto è grande il mondo.

Il mio divano di Tirana non ha la stessa visuale e il cielo oggi è color bambagia: uno di quei giorni che anche scendere a comprare il pane e le arance mi sembra una fatica immane. Il problema è che, con il tipo di lavoro che faccio, sono costretta a stare tutti i giorni fuori casa e proprio non riesco ad abituarmi; mi stanca enormemente perché non mi sento padrona del mio tempo. Nel fine settimana ne approfitto per riappropriarmene, almeno un po'.

La prima metà della giornata, comunque, passa velocemente perché guardo i magazine del sabato su Rai3. Fanno parte di quella (piccola) parte di programmazione Rai che giustifica il fatto di pagare il canone; anzi: sono fatti così bene che c'è da chiedersi per quale imperscrutabile motivo il telegiornali siano invece così poveri e pessimi da gettare discredito sulla professione! I magazine sono belli anche in tv perché si guardano proprio come si sfoglia una rivista, ancora col letto sfatto e il pigiama addosso. Il mio preferito resta "Mediterraneo" ma ora che vivo qui mi sto appassionando anche a "EstOvest" e "Levante", dove spesso mandano servizi sull'Albania.

Mi piace quel modo di raccontare le storie: storielle, come le mie. Come fare un viaggio in treno e scendere nelle stazioni a caso e chiacchierare con la gente. Tutti hanno qualcosa da raccontare e a tutti piace ascoltare. Questo sarebbe il senso del giornalismo, no? Almeno, io così me lo immaginavo quando ho sempre pensato che avrei fatto la giornalista.

Che poi però, tecnicamente, non ho ancora cominciato ... Ma questa è un'altra storia, e oggi è sabato!

venerdì 17 ottobre 2008

mumble

Non c'è nessuna solida ragione per la quale io debba essere così stanca; e comunque lo sono. Forse è che da quando Vince è partito dormo poco e male. Forse penso troppo e concludo poco e mi stanco a fare i conti. In ogni caso, scioperi italiani permettendo, oggi parto per la Puglia; forse è questo che mi stanca (al solo pensiero!) ...

Mi sono collegata al sito dell'aeroporto di Bari per cercare alcune informazioni logistiche. E ho scoperto, con mia somma costernazione, che si chiama "Aeroporto internazionale Karol Wojtyla". Questo implica che farò un viaggio AR da Madre Teresa (Tirana Rinas) a Karol Wojtyla (Bari Palese) e il dubbio che il gemellaggio NON sia involontario mi turba profondamente.

Inoltre: posso magari accettare che l'Albania intitoli il proprio hub principale all'unico personaggio di nazionalità albanese noto nel mondo. Ma Bari??? Se non ce l'hanno nemmeno in Polonia l'aeroporto intestato al papa!

mercoledì 15 ottobre 2008

ci sposiamo #1

Io e Vincenzo ci sposiamo fra un mese. Sono grata al mio lavoro che mi tiene lontana dall'Italia, al riparo da fornitori, parenti, aggressive sollecitazioni di un intero smisurato segmento di mercato wedding-related (ho visto cose che voi umani non potete immaginare ... ). Sono anche beatamente aliena alla strana, incomprensibile euforia che agita le donne - mamme, amiche, conoscenti, sorelle - nell'imminenza dell'evento matrimonio.
Sì, mi sposo. Ma, onestamente, DOPO CINQUE ANNI DI CONVIVENZA ... I would hardly say it is big news. Motivo per cui tendo a dissociarmi, facendo un grosso sforzo di concentrazione solo per specifici task organizzativi, come nei 10 giorni che abbiamo passato a Pisa alla fine di settembre. Perché quello che vedo io del matrimonio è essenzialmente la festa, e mi importa che sia bella, che tutti siano felici come lo siamo noi.

Mi sono fermata a pensare e mi sono annotata alcune cose.

Non mi sposo perché sono "cresciuta", non sono diventata una "donna matura" e non ho "messo la testa a posto". Non mi sposo perché ho cambiato idea sul matrimonio e non rinnego l'accezione liberata e libertaria che ho delle relazioni fra persone. Non mi sposo perché ho già compiuto 32 anni e l'alternativa è essere "la zia zitella" (fenomeno ricorrente in un ramo della mia famiglia). Giuro che non nascondo nel profondo dell'armadio - meno che mai dei miei sogni - nessun costosissimo abito bianco. Ovviamente non mi serve la lista di nozze per arredarmi la casa e il viaggio di nozze non è l'unica occasione che ho nella vita per visitare un paese straniero. Non mi sposo per farmi mantenere, non per avere un tetto sopra la testa, nemmeno per "promozione sociale". E soprattutto non mi sposo per "tenermelo stretto che un ragazzo d'oro così quando mai lo ritrovo" (e che in più mi sopporti). Niente di tutto questo. Il matrimonio NON E' il momento cruciale della mia esistenza.

Ci sposiamo perché in questi cinque anni siamo stati felici e pensiamo di continuare ad esserlo. Perché noi due formiamo una squadra e insieme ci divertiamo moltissimo. Perché il sabato mattina a colazione discutiamo di grandi temi di sociologia, letteratura e politica internazionale e poi guardiamo i cartoni animati. Perché lui vive serenamente a Tirana e io mi abituo a Bruxelles. Perché ci conosciamo dal 1994 e abbiamo fatto insieme tutta l'Università, che è quando eravamo vergognosamente giovani. Perché i primi tempi che vivevamo insieme ho compilato una lista di differenze insuperabili e abbiamo scelto di andare avanti lo stesso, di vedere come andava a finire. Quando lui ha lasciato la casa di via Roma e ha preso la residenza a casa mia, QUELLO SI' è stato un momento cruciale della mia esistenza.

Ci sposiamo per celebrare questa alliançe (come si dice in francese) che non ci lega affatto ma ci tiene insieme, con la voglia ogni sera di tornare a casa per ritrovarsi. Da cinque anni, trecentosessantacinque giorni in un anno, due bisestili, fa ad oggi diciamo milleottocento sere. Il 15 novembre non è una data a caso: è il quinto anniversario di quella prima sera, quella cominciata con la nostra improbabile partecipazione a una festa degli skonvolts e finita al d'note. Qualcuno c'era e se ne ricorderà.

Per questo ci sposiamo così: senza cravatta, senza abito da sogno, senza cascate di fiori, senza decorazioni sulla torta, senza bomboniere. Però con molte persone e molta birra, che è come a noi piace passare la vita!

lunedì 13 ottobre 2008

l'orgine del mondo

Ieri ho finito di leggere questo libro bello e documentato sulle mestruazioni, in perfetta coincidenza con la mia casalinghitudine del fine settimana e col mio stesso ciclo. Disponendo del costoso privilegio dell'otium, ho trascorso sabato e domenica in casa: leggendo, scrivendo, studiando, confondendo il mio cervello con lo zapping multilingue (coltivo la pretesa di essere poliglotta), facendo telefonate internazionali, evitando accuratamente ogni possibile contatto con i connazionali in loco, riflettendo sugli archetipi del patriarcato, sui limiti della psicoanalisi freudiana, sull'importanza della comunicazione sociale come strumento pedagogico, sul ricorrente mistero della mia inettitudine a fare il bucato.

Mettendo in ordine i miei appunti mi sono accorta che, senza averlo davvero pianificato, ho ripreso le mie letture di women's studies, e ne sono contenta. Ciclicamente torno a interessarmene, con una consapevolezza sempre più profonda di molti dettagli. Questo viaggio in Albania è anche tornare a me, sotto diversi punti di vista; fra cui questo. Ancora non saprei dove conduce questo percorso, ma va bene così: perdersi e ritrovare la strada è un esercizio che mi è sempre stato assai congeniale.

Per celebrare questa fase lunare ho scelto come nuovo desktop il quadro di Courbet intitolato "L'origine del mondo". Persino io, con tutto il femminismo retro, le riflessioni sul corpo e la mia lunga ricerca sulla scrittura erotica femminile, ancora resto un po' stranita!


http://www.musee-orsay.fr/it/collezioni/opere-commentate/cerca/commentaire_id/lorigine-du-monde-125.html?no_cache=1

domenica 12 ottobre 2008

Quaini non è un personaggio inventato


Ho avuto qualche problema con un post di agosto, che è rimasto non up-loaded a lungo: racconta della visita del mio amico Quaini, che è stato qui da noi una settimana e - ci tengo a sottolinearlo - è per ora il primo e unico che ci sia venuto a trovare, familiari inclusi (e qui si aprirebbe tutta una lunga riflessione, che per ora rimando).

Questo piccolo accidente informatico ha generato un divertente equivoco: un paio di lettori che non appartengono al "gruppo della Tunisia" mi hanno chiesto se Quaini esiste davvero o è un personaggio inventato. Trovo la cosa estremamente divertente e anche molto intensa.

Anzitutto, perché Andrea è anche uno a cui - tutto sommato - credo possa fare piacere essere stato scambiato per una specie di personaggio dei cartoni animati; cosa che, peraltro, anche io mi sono sentita dire spesso di me stessa in una certa fase della mia vita (epico resta uno scambio di battute col mio amico Fabri, al tempo remoto in cui preparavamo l'esame di Storia delle Relazioni internazionali).
In secondo luogo, perché questo mi riporta alla già citata questione del vero e del verosimile (il cane Subdolo ha guadagnato tanto alto riferimento letterario!), che rappresenta senza dubbio uno dei topoi centrali di tutta la mia personale riflessione, della mia occasionale scrittura e del modo stesso che ho di stare al mondo. Di vivere per raccontare, raccontarla, raccontarmela.
E, infine, perché significa che ci sono riuscita. A comunicare fuori di me quel senso stupito del mondo, delle straordinarie persone che mi stanno intorno, delle piccolissime cose che mi succedono, dei dettagli improbabili che ritaglio e colleziono e racconto.

Perché, in effetti, io non sono mai stata brava a inventare le storie: le racconto e basta. Osservo molto, e poi racconto. E se cose "vere" e qualunque e domestiche diventano storie che fanno sorridere, che catturano anche il lettore occasionale, che creano persino attesa per "la prossima puntata", mi sento immensamente onorata di essere diventata anche io una piccola cantastorie (contacuentos).
E se le persone vere che incontro e racconto (e ne avrei ...) sembrano a tratti inventate, è perché la vita è molto più colorata di quello che ci siamo abituati a pensare. Direi che tenerlo presente aiuta a sentirsi felici, strada facendo.


Se questo blog funziona davvero, ditemelo:
usate 'sta benedetta funzione "commenti" in fondo al testo!!!

venerdì 19 settembre 2008

waiting

A me sta simpatica la BelleAir, questa compagnia low-cost albanese che mi permette soprattutto di volare direttamente su Firenze o Pisa, riducendo i costi, i tempi e il numero di volte che bisogna sottoporsi agli inutili e paranoici controlli di sicurezza. Naturalmente ha un significativo difetto: pochi apparecchi, quindi frequenti ritardi (la nebbia in Val Padana blocca a catena tutta una serie di altri trasferimenti previsti per lo stesso aereo).
Ora ad esempio sono qui che aspetto, e il mio volo è già ritardato di un'ora e mezza. Casa mia si allontana come un miraggio: a che ora riuscirò a toccare il letto?

Ciononostante, mi piace sottolineare che il Tirana International Airport (a parte chiamarsi infelicemente "Madre Teresa", come l'unico personaggio albanese noto nella storia) dispone di una connessione wireless GRATUITA che ora sto usando. Peccato che ieri sera, avendo fatto tardi a cena fuori, mi sono scordata di caricare le batterie del laptop e dei cellulari. Quindi per il resto del tempo dovrò accontentarmi di leggere, come ai vecchi tempi ... in francese, così scoraggio qualsiasi italiano nella sala d'attesa dal proposito di attaccare bottone con me.

Stamattina in ufficio abbiamo discusso a lungo della "European perspective" dell'Albania. Io resto sulla mia posizione: LORO CE LA POSSONO FARE.

mercoledì 17 settembre 2008

subdolo!

Noi (io, Vince e Quaini) abbiamo un modo di dire speciale, in codice: "sei più subdolo del cane Subdolo!". Lo so che è una scemenza incomprensibile, ma la dicevamo in continuazione (l'abbiamo persino diffusa nel gruppo degli strani gitanti con cui siamo stati a Berat) ed è quindi candidata a diventare uno slogan, l'equivalente del "non ce la possono fare" o "normalment" che usavamo sempre in Tunisia.

Tutto nasce dal fatto che sotto casa vegeta un cane pulcioso che sta sempre spalmato sul pavimento, non si sposta di un centimentro nemmeno se fai la mossa di pestarlo; il massimo che sembra fare è trascinarsi seguendo l'ombra. Così, quando Vincenzo ha cominciato a lamentarsi che non riusciva a dormire a causa del cane che abbaiava tutta la notte, non ho creduto possibile che fosse QUEL cane, dall'età apparente di 85 anni ... Tanto più che nella scala accanto alla nostra vive un enorme dobermann, decisamente più plausibile come abbaiatore notturno furioso.

Senonché una notte, esasperato, Vince si è affacciato al balcone per controllare, pronto a tirare un secchio d'acqua, e ha verificato che effettivamente sì: il cane che lo tiene sveglio tutte le notti è proprio il pulcioso finto addormentato (ma strategicamente fuori tiro). Quindi la bestia lì è SUBDOLO: finge di essere mezzo morto per tutto il giorno e poi di notte si scatena!! Per noi "Subdolo" adesso è il suo nome e essere "più subdolo del cane Subdolo" è un insulto pesantissimo!

Questa stupida storia mi diverte per due ragioni. Uno: perché è una di quelle innumerevoli cose che mi capitano nella vita e che se mi decidessi a metterle dentro un racconto sembrerebbero "poco verosimili" (azzardo la citazione pirandelliana). Due: perché mi sono immaginata che un giorno, quando avrò - mettiamo - 42 anni e sarò da tutt'altra parte del mondo, va a finire che da una delle mie scatole "piene di niente" tiro fuori la foto del cane Subdolo e scoppiamo a ridere senza essere capaci di spiegare perché.

martedì 16 settembre 2008

enlargement


Un giorno ho visto una vecchia Mercedes con la targa albanese ritoccata per somigliare a quelle che si usano adesso in Europa: con la striscina blu verticale, il cerchietto di stelle dell'UE e la sigla AL. Ho anche visto su più di un taxi l'adesivo con la bandierina dell'Albania accanto a quella dell'UE (devo scoprire assolutamente dove si vende e procurarmelo). Persino sul palazzo del Comune di Durazzo sventola la bandiera con le stelle in campo blu, come se fossero già "in Europa".

Mi è venuto il dubbio che ci possa essere un'incomprensione culturale fra la DG Enlargement e l'Albania: nella cultura albanese basata sul kanun la parola data è un impegno definitivo ... Metti che qui ora la gente pensa che siccome c'è l'Accordo di Stabilizzazione e Associazione e all'Albania è stato riconosciuto lo status di "potenziale candidato", allora vuol dire che sicuramente il Paese accederà all'Unione europea? Come se nel mezzo non ci fossero negoziati e riforme penosi e un monitoraggio continuo e stringente nel quale anche un capitolo chiuso può sempre essere riaperto "qualora le circostanze lo richiedano" (chiedetelo ai Turchi ... )?

Ma questa spiegazione è troppo contorta persino per me! Propendo invece per un più generico e affascinante senso di appartenenza, che viene rivendicato con una determinazione carica di inevitabilità da un Paese che è uscito da cinquant'anni di pazzesco isolamento e oggi conta un terzo della propria popolazione in emigrazione. Per l'Albania non esistono alternative all'Ue, e anche per l'Unione "lasciare fuori" l'Albania non avrebbe alcun senso.

Lavorare qui mi sta facendo recuperare la passione per la politica internazionale con cui ho fatto l'Università. Vedo - chiaramente - i grandi interessi, le strategie, le famose "scacchiere". Ma quello che mi piace davvero resta soprattutto l'adesivo sulla targa ...

lunedì 15 settembre 2008

una valigia piena di niente

Quando Vince non c'era, a Tunisi, avevo preso l'abitudine di dormire nella stanzetta degli ospiti, nel letto singolo. Qui ho scelto apposta una casa più piccola: per sentirmi meno sola quando sono sola; al massimo potrei spostarmi a dormire sul divano ma - come il mio amico Quaini ha potuto sperimentare - il frigo non è nuovo e fa un rumore pazzesco che non concilia il sonno.

Ho comprato degli altri libri di grammatica francese, come se per l'ennesima volta pretendessi che sto preparando il DALF. Mi ripeto che è perché "se eventualmente Bruxelles", ma so che non è vero. È invece che - confusamente - il francese fa parte della mia vita a Tunisi e laggiù avevo una specie di famiglia, che qui mi manca.

Lo so che succede. E questi post-it che incollo sullo schermo sono l'unico filo che ancora mi tiene lì. L'altra sera una collega che fino a pochi mesi fa era in Angola mi ha chiesto: "ti manca la Tunisia?". "No", ho risposto io. Ed è vero: non mi manca; mi piace stare qui, mi divertono i bunker, la pioggia, i profili delle montagne. Eppure quando Rym mi parla del "nostro quartiere" so che sinceramente apparterrò ancora a lungo a quel mondo immaginato/immaginario fatto di luce intensa, blu perfetto, il rumore delle onde, la campanella del métro léger che passa in centro, francesi e italiani impiantati a La Marsa senza quasi più ricordarsi perché.

Andrea mi ha portato una mini chicha in regalo, e ha anche lasciato qui - senza saperlo - questa specie di valigia piena di niente che aveva dietro, fatta di parole in tunisino che mi tornavano improvvisamente sulla lingua (come un codice segreto fra di noi: un farfallino per grandi!), abitudini private e insignificanti, volti che mi ricordo, toni di voce, momenti. Soprattutto momenti. Non so cosa darei, adesso come adesso, per mangiare un vero gelato ...

domenica 14 settembre 2008

septembre, tout d'un coup

Piove, finalmente: piove moltissimo. E si tratta di veri e propri temporali, con tuoni e lampi che illuminano a giorno.

Bene: se piove ci sarà più energia elettrica. Per ora va e viene, ma ancora niente di preoccupante. Ho già spento il freezer in previsione e tengo la torcia a portata di mano. Abbiamo scoperto che le luci di sicurezza nelle scale restano accese solo per pochi minuti, il tempo di ritrovare la porta di casa, poi si spengono. Sto cercando una lampada beghelli per casa, ma non se ne trovano.

A me piace questo tempo, mi piace che sia settembre e che cominci l'autunno. Pare che alla tv italiana si faccia un gran parlare di questo repentino abbassamento della temperatura: fino a 10 gradi ... come se si trattasse di chissà quale scoop giornalistico (e come se non ci fosse NEL MONDO INTERO niente di più interessante su cui attirare l'attenzione del pubblico).

Sarà. Io mi ricordo che per me l'estate è sempre finita così: tout d'un coup; si indovina la pioggia dall'odore dell'aria, poi cominciano a cadere le foglie e arriva il mio compleanno. Ho sempre pensato di avere un carattere molto autunnale, lo trovo poetico e - come dire - intenso, in un certo qual modo; i colori autunnali soddisfano il mio bisogno di sfumature.

Devo ricordarmi di portare da Pisa gli stivali da pioggia colorati che mi ero comprata prima di trasferirmi in Tunisia; ho l'impressione che qui mi saranno utili ...

Vince è partito per l'Italia e questo rende le mie giornate insolite. Devo preparare anche io le mie valige: torno a casa, per un po'.

domenica 7 settembre 2008

la via egnatia


Siamo stati in gita a Durazzo. Siamo partiti all'avventura, determinati a visitare la Durazzo culturale, con le sue rovine di epoche sovrapposte: i Romani, i Veneziani, gli Ottomani, il Risorgimento, poi il regime; in quella che è rimasta fino agli anni Trenta la capitale del Paese.

Non abbiamo trovato nessuno che condividesse il nostro entusiasmo; Durazzo in estate è piena di turisti spalmati di crema solare e al massimo ci si va da Tirana la sera per prendere il fresco e mangiare il pesce. Entrambe le cose mi lasciano perplessa, dal momento che il mare di Durazzo è noto per essere quello più inquinato dell'Adriatico. So I stick to ruins ... e anche l'argomento molto diffuso fra i miei colleghi che "tanto guarda che sono giusto 4 sassi" su me e Vincenzo non fa presa: dopo un anno e mezzo sulle coste di Cartagine (e dopo essere nata e cresciuta a Taranto) so bene che l'immaginazione è la chiave del turismo culturale e che bisogna rassegnarsi a trovare affascinante la "stratificazione urbanistica".

Avevamo persino deciso di prendere il treno, pur consapevoli che ci sarebbero volute tre ore per un percorso che si fa in macchina in 30 minuti. Quindi il giorno prima siamo partiti in avanscoperta, ma la situazione della stazione di Tirana (la principale del Paese, direi) ci ha scoraggiati definitivamente. Allora abbiamo cercato la stazione dei "furgoni", che sono in pratica l'equivalente dei louages. Infine abbiamo deciso che potevamo permetterci di andarci in taxi e viaggiare comodi puliti e veloci: s'ka problem. La tariffa è fissa e applicata da tutti i taxisti, che poi in genere ti aiutano anche a cercare il posto preciso in cui vuoi scendere e sono molto cortesi; questo risolve in prospettiva molti dei nostri problemi di mobilità per le gite fuori porta.

Durazzo è effettivamente una città di rara bruttezza: una temibile via di mezzo fra Brindisi e Follonica. Ciononostante, abbiamo visitato il più grande anfiteatro dei Balcani (praticamente una miniatura) e il più grande museo archeologico del Paese (ugualmente una miniatura, ma molto ben organizzato), oltre a ritrovare vari altri pezzetti di antichità lungo le vie principali. Ovviamente attorno all'anfiteatro è tutto edificato: una casa spicca in particolare (non ho avuto il coraggio di fotografarla) per il caratteristico intonaco rosa "fotonico" che tanto aveva colpito Andrea.
La cosa buffa per noi era ritracciare l'idea della colonizzazione romana anche qui, dopo tanta Africa romana di ben più significativa imponenza. Mi sono accorta che per qualche strana ragione associo la presenza (incongrua) di palme a quella delle rovine romane: e spesso ci piglio.

La cosa più interessante (sapevatelo!) è che Durrachium era per gli antichi Romani l'inizio della via Egnatia, considerata la naturale continuazione della via Appia e quindi in pratica il collegamento fra Roma e Bisanzio (poi Costantinopoli, oggi Istanbul). Come se su quel braccio di mare ci fosse - che so - un ponte. La cartina storica con il tracciato della via Egnatia è piuttosto impressionante, specie se si confronta con la cartina dell'attuale processo di pre-adesione all'Unione europea (Balcani e Turchia). Mi piacerebbe percorrere un giorno quello che ne resta, nel bene e nel male: le storie poco raccontate sono sempre quelle che preferisco.

In un panificio in cui siamo entrati per caso ho trovato il pane del Ramazan (qui si chiama così, con la zeta) e mi sentivo felice come una bimba a portarmelo a casa.

mercoledì 27 agosto 2008

una settimana con Quaini

Il mio amico Quaini è più che un mito: è UN EROE. Perché solo un eroe compra, nel culmine dell'alta stagione, un biglietto aereo Tunisi-Tirana (via Roma) per passare una settimana di ferie in Albania. Inutile aggiungere che si è esposto a facili e gratuite ironie da parte di chiunque e che, ciononostante, non ha desistito dal suo eroico intento. Corre invece l'obbligo di precisare che il mio amico Quaini, pur vivendo nella super turistica Tunisi, passa la maggior parte del suo tempo spostandosi in macchina per chilometri in mezzo al nulla lungo la linea del gasdotto tunisino; il che - in genere - produce il sano desiderio di usare le ferie per riconciliarsi col mondo europeo civilizzato (quello, per intenderci, con le strade e i ristoranti) invece che per visitare un paese che nell'immaginario italiano resta ancora oggi una specie di punto non meglio identificato sulla carta geografica, ma sicuramente sfigato. Insomma: c'è dell'eroismo, senza dubbio.

Andrea mi ha ricordato un evento significativo che segnò in effetti - a ripensarci - l'inizio della nostra amicizia. Ad agosto dello scorso anno io avevo praticamente già deciso che mi sarei trasferita a Tirana; detta così, la cosa risultava talmente poco sensata che mi sembrò opportuno verificare la reazione degli altri (sì: ho un atteggiamento molto scientifico e sono una seguace del metodo sperimentale). Cominciai col testare la reazione dei numerosi ospiti della nostra estate, tutte persone però che mi conoscono da una vita, condizionate dal fatto di sapere che l'Albania era una mia antica e ricorrente fissazione.
Poi io e Vince siamo partiti per un bellissimo fine settimana a Mahdia, una di quelle situazioni in cui ti ritrovi con gli amici degli amici che ancora non sono tuoi amici: praticamente fra estranei. Ci diamo appuntamento sul pianerottolo dell'hotel, dove in pratica più o meno ci presentiamo per la prima volta, soprattutto con questo Quaini, che a me già mi fa ridere dal primo momento perché - essendo genovese - usa l'intercalare belin (che io associo a un gruppo di amici miei liguri dell'università che meriterebbero un approfondimento a parte).
Non so bene come, fatto sta che il discorso cade su possibili altre destinazioni dopo la Tunisia e io non perdo l'occasione per buttare lì il mio: "io sto pensando di chiedere il trasferimento in Albania". Segue un momento di imbarazzato silenzio. Quaini lo rompe col suo: "Massimo rispetto", battendosi il petto. Tutti ridono.

Molti mesi dopo verrà il mio viaggio esplorativo a Tirana (perché io sono stata la prima a inaugurare la strana tratta Tunisi/Roma/Tirana andata e ritorno!). Poi le moltissime questioni su come e quando e perché e a che condizioni e l'ottima e definitiva osservazione da parte di Federica che "tanto Serena nel suo cuore è un pezzo che ha già deciso". Poi il colpo di scena della controfferta, il dolore misterioso della partenza, il mare come non l'avevamo mai visto.
Ma prima di tutto questo c'è Quaini, ancora un estraneo, che mi sente annunciare il mio progetto di lasciare Tunisi per Tirana e, senza ulteriori indagini speculative, mi risponde "massimo rispetto".

Quel viaggio a Mahdia ha cambiato la mia vita tunisina, regalandomi l'accesso ad un gruppo di persone con cui era divertente passare il mio tempo e che condividevano il mio stesso approccio stupito e ironico al nostro mondo di espatriati confusi precari sperduti innamorati testardi. Se quel viaggio fosse avvenuto prima della mia decisione, forse ora non sarei qui. Ma ogni cosa ha la sua ragione, e niente avviene per caso. Senza quel viaggio non esisterebbero nemmeno queste righe, che scrivo soprattutto per loro, per restare lì come parte della stessa storia.

E il mio amico Quaini si è materializzato alla mia porta accompagnato da Vincenzo, e tutto ci sembrava normale. Ovviamente ha beccato subito un black out (ci tenva tanto); si è appassionato in maniera compulsivo-ossessiva alla storia di Skanderbeg; ha dichiarato di preferire Fan Noli ai fratelli Frasheri (ma solo per darmi noia); ha decisamente ravvivato le nostre gite con l'improbabile gruppo di turisti fai-da-te di Vivalbania; ha sostenuto di parlare albanese meglio di me; è diventato un fan sfegatato della korça e della qofta; ha condiviso la mia indignazione anticlericale; ha riempito il frigo di birrini di varie marche che non siano la Celtia. Credo sia oggi anche lui un ambasciatore della riabilitazione dell'immagine dell'Albania (soprattutto dei camerieri albanesi) nel mondo, specialmente in Italia.
Il divano senza di lui mi sembra irrimediabilmente vuoto.

see u in pisa

lunedì 18 agosto 2008

parassiti

Stamattina all'alba, subito prima di partire, mi sono sentita malissimo: siamo riusciti a rientrare per un soffio, prima che mi scoppiasse la febbre alta. Vomitavo talmente tanto che non ho potuto prendere l'aspirina fino al pomeriggio; io ero tutto sommato abbastanza tranquilla, ma Vince pensava già a come fare per infilarmi sotto la doccia ghiacciata in caso la temperatura mi arrivasse a 40 ... forse dovremmo cominciare a disintossicarci dalle medical fiction!

So che c'è un virus in giro: tutti in ufficio sono stati male e anche amici e parenti in visita, ma pensavo di essermela scampata. Ovviamente no. Da quando sono in Albania è la prima volta che sto davvero male (giusto a marzo avevo avuto qualche giorno di mal di gola e una buffissima afasia). Di solito l'influenza intestinale mi prende una o due volte durante i primi mesi in un nuovo Paese, come una specie di pedaggio ai batteri alimentari locali, ma la reggo piuttosto bene; questa invece mi ha ricordato quella epica volta in Marocco che tremavo al punto da non riuscire a tirare fuori la tachipirina dal suo blister. Comunque, considerato che sono anche uscita indenne da un mese in Africa nera, direi che la mia performance è mediamente buona.

C'è però un'altra possibilità. Dato che eravamo in montagna, presa dall'entusiasmo ho pensato bene di riempire una bottiglina d'acqua a una fontana e di berne metà prima di realizzare che nessuno degli autoctoni che affollavano i numerosi ristoranti lì intorno sembrava ritenerla potabile. D'altronde l'acqua corrente in città NON E' potabile, e non perché manchino gli impianti di potabilizzazione (che anzi sono moderni e funzionali) ma perché la rete di distribuzione è obsoleta, fatiscente e corre simpaticamente accanto alla rete di scarico delle acque reflue, pure quella non proprio nuova di zecca. Insomma: c'è un serio problema di infiltrazioni; e, collateralmente, nel Paese prolifera un parassita che si chiama giardia. Quindi a questo punto non so se ho un virus - che passa da solo - o se ho bevuto il parassita, parecchio più noioso da eliminare ...

La parassitologia è un argomento di conversazione corrente fra gli espatriati che fanno il mio lavoro: di necessità virtù - come si dice - ognuno di noi accumula conoscenze sperimentali che si preoccupa di diffondere, in modo che i nuovi arrivati siano allertati su sintomatologia, trattamento, medici di fiducia, eccetera. Dalle informazioni in mio possesso mi sento di escludere la giardia; ma indagherò.

Il punto è che questo Paese trae un po' in inganno: con l'Unione europea praticamente dietro l'angolo e al tempo stesso l'acqua non potabile e i tagli di corrente elettrica. Come si "misura", allora, lo sviluppo? E quanto sarà davvero difficile vivere qui?

domenica 17 agosto 2008

i camerieri

Il settore turistico-alberghiero in Albania rappresenta un potenziale incredibile; per il momento, però, più che di “industria” si può parlare - a grandi linee - di “artigianato” alberghiero e, considerando che fino a poco tempo fa il Paese viveva nel più totale isolamento, mi sento di dire che sono stati già fatti dei passi da gigante.

Le imprese nel settore (in qualsiasi settore in effetti) sono familiari; uno, massimo due componenti sono spesso ex emigrati che hanno imparato in Italia il mestiere - non necessariamente esercitandolo: ho incontrato dei maitres de salle ex operai edili - e il modo di fare il business e di trattare la clientela; molte costruzioni sono abusive perché la questione fondiaria è ancora del tutto aperta qui, e l'investimento è rischioso. Ma loro, come spesso ripeto, sono spinti da uno spirito di intrapresa impressionante (forse le Istituzioni dovrebbero guidare e orientare il mercato privato per salvaguardare i “beni pubblici” tipo la sicurezza sul lavoro o il parco naturale, ma confido che ci arriveranno).

La conduzione familiare dell'impresa ha inevitabilmente dei limiti. Più la stagione si fa alta, ad esempio, più si abbassa l'età media (e l'esperienza) dei camerieri, nel senso che piuttosto che reclutare un estraneo si mette a bottega il cugino piccolo, molto piccolo. Inoltre nessuna famiglia è talmente allargata da permettere la turnazione: il personale è fisso 24 ore su 24 e chiaramente ne risulta provato. Ma la cosa più sintomatica è che se il patron deve pensare a tutto, da gestire la sala e la cassa sia a pranzo che a cena fino a curare i rapporti coi fornitori, è inevitabile che si creino dei cortocircuiti ...
Il primo giorno quando ci hanno rifatto la stanza ci hanno buttato via delle saponette appena scartate per cambiarcele con un paio nuovo: noi che siamo environment sensitive stile nord-europeo, l'abbiamo trovato uno spreco ma abbiamo pensato che magari qui “fa moderno”; ieri però abbiamo trovato al posto delle saponette una dotazione extra di boccette di shampoo e solo due asciugamani da doccia: pensando - ingenuamente - si trattasse di una svista, Vince è andato a cercare quello che mancava, per scoprire che le saponette sono finite e gli asciugamani piccoli puliti anche. Oggi dopo pranzo siamo andati in un ristorante affollatissimo per il caffè; io mi sono allontanata un attimo a scegliere il gelato e al ritorno Vince, costernato, mi ha annunciato: è finito il caffè. Come può FINIRE il caffè in un ristorante?
Tuttavia, io reagisco in modo molto zen a queste situazioni. Per lavoro parlo a volte con gli imprenditori, capisco lo sforzo enorme che fanno per inventarsi praticamente il mercato, conosco i loro problemi e resto ammirata. Perché non si può proprio dire che non si ammazzino di lavoro né che il contesto istituzionale sia particolarmente business friendly, quindi quelli che riescono a stare a galla devono essere davvero avanti.

Poi i camerieri, in particolare, ci piacciono: sono reattivi, risolvono i problemi, propongono soluzioni alternative, gli diamo delle grosse mance perché siamo ancora stupiti tutte le volte dalla precisa rispondenza fra quello che ordiniamo e quello che ci portano in tavola. Credo anche che l'Albania sia finora il Paese in cui essere vegetariana mi ha creato meno difficoltà: anzitutto la rivelazione di questo mio status non genera panico e sconcerto - che è già un passo avanti - e soprattutto non ho più bisogno di quelle ridondanti specificazioni del tipo “non mangio carne né pesce: NEMMENO tonno e NEMMENO pollo” a cui avevo fatto l'abitudine in Tunisia; e questo persino in un posto di montagna dove ci siamo fatti l'idea che la base della dieta sia l'agnello arrosto (di cui, contrariamente al caffè, sembrano avere scorte inesauribili).
Oggi alla fine abbiamo preso il caffè in una specie di ristorante/chiosco con l'aria di un prefabbricato smontabile, clientela esclusivamente albanese; il nostro livello di competenza linguistica ci consente di ordinare comprensibilmente nje kafe dhe nje makiato, ma intanto che mi chiedevo come avrei potuto a gesti farmi spiegare cos'era una specie di gelatina a cubetti che avevo identificato come il possibile dessert locale, la signora ci ha autorevolmente messi a sedere da una parte dove non stessimo fra i piedi e ce ne ha offerto una bella piattata mentre aspettavamo il caffè (Vincenzo dice che è perché si è accorta che osservavo la cosa con aria interrogativa: fantastico).

Abbiamo assaggiato tutto il menu locale, che è anche praticamente l'unico disponibile: agnello arrosto, salsa di yogurt, insalata tipo greca con delle olivette amare e una feta troppo puzzona persino per me, formaggio fritto, riso con sugo di agnello, polenta con fegatelli, yogurt col miele locale e questa gelatina di noci. Io ho ottenuto senza troppi sforzi un piatto di spaghetti con un sugo di pomodoro semplice e profumato e persino delle penne con spinaci e gorgonzola. Il tutto accompagnato con delle belle Korça piccole, che per ora sono le nostre birre preferite.

sabato 16 agosto 2008

il passo di Cesare

Vincenzo occhio-di-lince ha scorto un sentiero al bordo della strada pericolosamente trafficata. Forse si tratta degli unici resti ancora fruibili dei passati investimenti nella “valorizzazione” del Parco Nazionale: un sentiero che sale per la montagna, verso l'interno, facile da percorrere perché fatto con un largo acciottolato, quasi pavimentato. A giudicare dalla spazzatura abbandonata ai bordi, il primo tratto deve essere battuto dai vacanzieri, anche perché conduce a uno spiazzo con chiari segni di passati barbecue; subito dopo lo spiazzo, però, comincia la vera passeggiata, non troppo impegnativa, sufficientemente ombreggiata e con dei punti panoramici davvero belli. Peccato che poi il sentiero finisca all'improvviso in un grande campo di felci e non ce la siamo sentita di addentrarci oltre sulla pista.

Secondo la guida Bradt, a poca distanza dal nostro albergo ci sarebbe il famoso (?) “passo di Cesare”, laddove il futuro imperatore di Roma, all'inseguimento di Pompeo, avrebbe attraversato con le sue truppe quello che allora era la provincia del Nuovo Epiro. Visto e considerato che la fondatezza archeologica di questa collocazione ci pare labile, abbiamo stabilito che quello su cui ci siamo incamminati sarà per noi l'inizio del passo di Cesare. E se non lo è, pazienza: per noi rimane l'epico baluardo di tranquillità e montagna in mezzo al caos di questo strano ferragosto.

Abbiamo cercato di camminare su altri sentieri battuti, che però non si addentrano nel bosco ma corrono quasi paralleli alla strada; abbiamo verificato che sono luoghi di pic-nic abusivi, con tanto di falò (in mezzo alle conifere a 40 minuti di macchina dalla prima città in un Paese che non dispone di un servizio tipo vigili del fuoco).
Credo che tutto questo sia molto triste per la montagna, che invece per me mantiene una bellezza altera e magica, con queste cime di verde scurissimo, quasi nero, e le nubi che si levano come vapore dalle vette. Siamo riusciti a riconoscere giusto un paio di piante molto facili (rose selvatiche, agrifoglio, lamponi, more, forse una quercia) e abbiamo visto delle grosse farfalle arancioni e altre piccole color lilla intenso. Siamo senza dubbio gli unici presenti venuti per la montagna e non per mangiare l'agnello arrostito prima o dopo il mare o sulla strada verso la discoteca (abbiamo dedotto che deve essere un must delle vacanze, da queste parti).

Domani rifaremo la stessa passeggiata, perché è piacevole. E anche perché Vince trova divertente il fatto di essere venuto al passo di Cesare, già provincia del Nuovo Epiro, accompagnato da una tarantina e con un autista che si chiama Pirro ...

venerdì 15 agosto 2008

ferragosto in montagna

Il posto ci piace. Ha quel qualcosa di leggermente incongruo e/o pacchiano che ci aspettavamo ma complessivamente si sta bene e soprattutto si sta freschi e c'è una gran pace, che è quello che stavamo davvero cercando. Gli albanesi di città, infatti, hanno questa socievolezza ad alta voce a ogni e qualsiasi ora del giorno e della notte che può riuscire abbastanza urtante ... Certo: niente in confronto alla temibile saison des mariages della Tunisia, per cui io mi sono adeguata rapidamente al vocio che viene dai tavolini del bar fino a tarda notte (e anzi che c'è solo un bar e non un'intera strada di locali alla moda!) e anche ai rumori di faccende domestiche e bricolage che spesso comincia all'alba. Vincenzo accusa un po' di più, e portarlo in montagna era l'unica soluzione per fargli recuperare il sonno perduto.

Questa mattina abbiamo cominciato una timida esplorazione dei dintorni. Come preannunciato da tutti quelli che mi hanno vista partire da Tirana con gli scarponcini da trekking, non sembra ci sia molto da camminare nei boschi. Il Llogarà sarebbe un parco nazionale, come si intuisce da alcuni cartelli arrugginiti che sopravvivono ai margini della strada con indicazione di importanti enti finanziatori (UNDP, GEF, Commissione europea ... a proposito di “sostenibilità” dei progetti ... ) e conteggio della fauna locale: tot caprioli, tot scoiattoli, tot cinghiali. C'è invece un gran numero di ristoranti che alle 12:00 erano già pienissimi di vacanzieri saliti in macchina dalla spiaggia e con la musica a tutto volume.

Complessivamente un paesaggio triste, come spesso mi capita di pensare. Perché posso trovare moderatamente divertente il fatto che il piano di sviluppo urbanistico di Tirana preveda sette nuovi grattacieli dal momento che, fatto salvo il boulevard con la sua “architettura scenografica” all'italiana, per il resto la città non aveva nulla di storico da conservare e ogni metro quadro che viene riqualificato la avvicina ad apparire - forse essere - una piccola, potenzialmente graziosa, capitale europea. La periferia di Tirana resta un enorme problema sociale e urbanistico che tutti per ora si ostinano a ignorare; ma questo sarebbe un altro discorso. Fuori Tirana, però, quello che succede è lo scempio, l'urbanizzazione anarchica, il mattone spinto dalle rimesse degli emigrati e con la consueta rincorsa alla casa più grossa, al porticato più pacchiano, ai colori più squillanti. Tutte cose che chi viene dal Sud Italia conosce bene. E l'industria turistica ugualmente senza guida, senza criteri, senza controllo, che si affanna a stare dietro a una domanda crescente e pressante da parte di una clientela molto specifica: gli emigrati che tornano per le vacanze, con quell'irresistibile tendenza allo show-off che pure è ben documentata in letteratura.

Triste perché il turismo sostenibile e ambientale qui sarebbe perfetto: il Paese è piccolo e montagnoso, si raggiunge facilmente dall'Europa e sarebbe la meta ideale per viaggiatori intelligenti, persone curiose che hanno voglia di scoprire e di ascoltare storie e luoghi ancora poco battuti, poco conosciuti, poco “souvenirizzati”. So di cosa parlo, perché col mio lavoro mi capita di vivere in questi “strani Paesi” e di vedere cose che ai turisti decisamente sfuggono; e lo considero un privilegio (oltre a essere la ragione fondamentale per cui mi tengo questo lavoro col bello e col cattivo tempo). E vengo da una terra che di questi - e altri correlati - problemi vive e muore, d'altronde.

Magari è solo che è ferragosto. Mi piacerebbe tornare qui fuori stagione, verso la fine dell'autunno, quando c'è già la prima neve.

giovedì 14 agosto 2008

destinazione Llogarà

Destinazione Llogarà. Ci proviamo.

Abbiamo prenotato uno chalet in montagna tramite un sito di hotel-booking on line. Mi sono già accorta che mi hanno caricato due volte la loro percentuale sul pagamento e ho pronta una e-mail di protesta, che però spedirò lunedi onde evitare possibili ritorsioni sulla nostra gita.
C'è stato giusto un malinteso, con ogni probabilità originato dal fatto che l'operatrice si è ostinata a scrivermi in italiano, benché io mi sia rivolta sempre a lei in inglese e non abbia mai dichiarato la mia nazionalità (credo sia per via del mio indirizzo e-mail che ha l'estensione .it). Ho notato che gli albanesi, anche quelli che studiano in Italia, parlano benissimo l'italiano ma lo scrivono con difficoltà (come anche molti italiani!!) e idem per le altre lingue, perché sono apprese a orecchio e non grammatica e ortografia alla mano.
Si tratta di 10 euro di extra, niente di che, ma cercherò di riaverli!

Per il trasporto abbiamo ingaggiato un autista che ci porta e ci viene a riprendere e ci costa meno che noleggiare un auto ... che in ogni caso, come noto, non sapremmo guidare. Abbiamo quindi in animo di rimanere lì, se tutto va bene, in perfetta pace fino a lunedi mattina. Per sicurezza ci siamo portati anche il costume da bagno, casomai provassimo l'irresistibile impulso di negoziare con un altro tassista abusivo il passaggio fino a Valona o, dall'altro lato, a Dhermi. Ma non escludo di dormire su una sdraio fuori dallo chalet per quattro giorni di seguito.

Stamattina ho una t-shirt, i pantaloni "da Africa" (leggeri e con molte tasche con zip) e le scarpette da trekking che avevo comprato con GP prima di partire per il Sahel. Mi sento incomparabilmente meglio che non con un completo di lino da signorina per bene: è che proprio non posso farci niente ...
Le scarpe hanno fatto un piccolo passaggio sullo chott el-djerid e hanno gli elementi metallici leggermente corrosi: mi sono sempre scordata di chiedere se gli scarponcini antinfortunistica della dotazione Eni l'avevano spuntata meglio quella volta!

mercoledì 13 agosto 2008

parasole

Non so come mai, ma a Tirana è usanza femminile girare per la città con il parasole. Una volta distrattamente commentavo con un autista che la cosa mi sembra buffissima e lui mi ha guardato perplesso e mi ha risposto "ma se c'è il sole, scusa ... come si fa?".

In effetti la città è calda e assolata e non ci sono viali alberati per ripararsi. Anche i dieci minuti dall'ufficio al ristorante dove andiamo a pranzo possono significare serio rischio di colpo di sole, con la conseguenza che raramente in questa stagione ci arrischiamo ad allontanarci dal building climatizzato di Torre Drin nella fascia oraria compresa fra le 10 e le 17. A meno che ...

Mi sono procurata anche io un parasole. Ho giudicato eccessivo camminare per strada in pieno gusht con l'ombrellino vero e proprio, quello da pioggia insomma. Quindi ne ho comprato uno cinese, un "parasole" propriamente detto. Tutte lo usano qui a Tirana, creando questo incongruo paesaggio umano/urbano di ombrellini di carta colorati lungo il bulevard, con i suoi edifici metà fascisti metà real-socialisti e il traffico di grosse Mercedes.

La domanda è: l'uso dell'ombrellino di carta risalirà mica ai tempi in cui Hoxha intratteneva relazioni internazionali solo ed esclusivamente con la Cina, prima di chiudere defintivamente il Paese nell'isolamento?

martedì 12 agosto 2008

compleanni e altri eventi di rilievo

Oggi è il compleanno di una mia (giovane) collega e abbiamo festeggiato, come usanza, mangiando qui in ufficio la torta e brindando a spumante. Ha preparato un tiramisù, che in altri tempi deve essere anche stato il mio dolce preferito.

Mi sono ricordata che appena arrivata qui a Tirana mangiare un VERO tiramisù (con del VERO mascarpone) mi sembrava una cosa incredibilmente lussuriosa ... Questo perché tutto è sempre relativo, la nostra identità è posizionale e io ero un'italiana che veniva dalla Tunisia, dove la vera cucina italiana e i veri ingredienti italiani, nonostante la prossimità geografica, erano una specie di lusso da mercato nero. Tanto che, in effetti, de bouche à oreille si diffondeva la notizia che il mascarpone si poteva trovare in un centro di smistamento di prodotti importati à la valise, situato in un altrimenti anonimo baracchino di frutta e verdura a La Marsa. E "alla valigia" in senso letterale, visto che una volta ci ho trovato una confezione di fette biscottate marca Coop, che non sono commercializzate nemmeno in Italia fuori dai circuiti Coop!

Comunque, a proposito di compleanni, ho appena scoperto che dovrò passare il mio a Tirana (invece che a Pisa come speravo), causa impegni di lavoro, il che implica anticipare il mio previsto rientro dalle ferie di fine settembre. Peraltro in quegli stessi giorni Vince ha il concorso a ricercatore e COME AL SOLITO io sarò altrove.
Certo, rispetto al concorso a funzionario è già un passo avanti: quella volta lui era a Bruxelles per il colloquio finale e io a Bamako. E quando ha ricevuto la notifica di essere entrato "nella lista" cercava insistentemente di avvisarmi sul cellulare tunisino, ma io avevo finito il credito e non potevo ricevere telefonate in roaming perché nel frattempo ero in CdA al Cairo.

Magari anche questa volta porta bene ...

lunedì 11 agosto 2008

chiuso per ferie

L'Artist ha chiuso per ferie. Questo rappresenta per me e Vince un gravissimo evento ... e in effetti il personale ha avuto l'accortezza di avvisarci per tempo, per evitare che ci presentassimo il prossimo sabato mattina affamati e disperati.

L'Artist è attualmente il nostro posto preferito. Il sabato e la domenica mattina siamo clienti fissi: arriviamo verso le 11:30 - 12:00, consumiamo lunghissimi brunch, chiaccheriamo, leggiamo riviste, ridiamo tantissimo. Ha praticamente sostituito le colazioni a letto del fine settimana a casa a Pisa. I camerieri conoscono a memoria le nostre fissazioni: frappé di caffé senza latte per lui e senza zucchero per me, frullato ma senza banana, col gelato / senza gelato, oggi sono a dieta, e la frittata stamattina non c'è?, oggi ho voglia di cheese cake, eccetera. Ci tentano con le proposte del giorno, ci servono sanduiç me perime e sallata e frutat sempre diverse. Sospetto che trovino particolarmente spassosi i nostri tentativi di decifrare il menu. A volte la casa ci offre un supplemento di frutta o un "triple chocolate" caldo col gelato: siamo decisamente dei top client!

Come faremo per le prossime due settimane???

Meno male che nel frattempo abbiamo scovato un potenziale concorrente con un taglio un po' nordeuropeo, better advertising, elaborazioni moderne sul tema del byrek (byrek me kashkaval e girella di byrek con spinaci, il mio preferito) e soprattutto ... dei frozito buonissimissimi!!!

domenica 10 agosto 2008

xhiro

Siamo usciti vestiti bene per fare anche noi, come i tiranesi, un po' di xhiro (che si legge /giro/!!!), cioè di "struscio".

Seguendo le indicazioni della guida, ci siamo avventurati a cena al Sarajet, già dimora della potente famiglia Toptani - ben tre strade dedicate a loro nei dintorni - e apparentemente "one of Tirana's finest examples of Ottoman urban architecture [...] with beautifully carved wooden ceilings whose workmanship and state of preservation must be unique in Tirana". Benché molto affollato di giorno, il posto è praticamente vuoto la sera, forse anche a causa della scarsa illuminazione che lo rende poco riconoscibile: gli unici avventori eravamo noi due e tre francesi muniti anche loro di guida turistica fuorviante. Di soffitti intarsiati nemmeno l'ombra, pare a causa di lavori di restauro (o così ci è sembrato di capire).

Mentre che c'eravamo siamo rimasti. Intendersi col cameriere è stato particolarmente laborioso, e il menu bilingue albanese/tedesco non era di grande aiuto. Fortunatamente a forza di fare la spesa e leggere ostinatamente qualsiasi parola albanese che riesco a distinguere, ce la siamo cavata riconoscendo peperoni con formaggio bianco, carpaccio di melanzane e due risotti. Non particolarmente buoni, ma bisogna dire che ci mettono tutta la buona volontà!

sabato 9 agosto 2008

walkabout Tirana

Fa caldo. E se lo sento io, che ho dormito il sonno dei giusti in Africa nera per un mese di fila in luglio senza condizionatore né ventilatore, vuol dire che fa VERAMENTE caldo. Più che altro è un problema di umidità, di cappa, e il mare è troppo lontano per portare sollievo.

Abbiamo dovuto aspettare le 18:30 per poter uscire a fare una passeggiata turistica, un walkabout Tirana, seguendo le indicazioni della guida Bradt (un po' troppo sintetiche) e i commenti molto più lively e ironici della nuova guida “In-your-pocket” che abbiamo comprato (400 lek spesi benissimo nel principale international bookshop, per il resto tristemente sguarnito) e che conferma la nostra impressione di questa città come un posto divertente e con tantissime piccole cose da scoprire. Questo Paese è davvero unico, ed è un privilegio trovarsi qui in questa fase finale dell'apertura sul resto del mondo, quando ancora i turisti attirano curiosità, cenare nel ristorante più chic della città costa 1.000 lek a testa e l'italiano è la lingua straniera che tutti conoscono.

Alla fine della passeggiata lungo il bulevard, comprensiva dei principali monumenti cittadini e di tre quarti della communist nostalgia, abbiamo fatto una fermata al Kolonat e poi ci siamo infilati nel cinema (kinema), alla ricerca di pace, frescura artificiale e lingua inglese. La scelta non è amplissima, ma rinuncio volentieri ai film d'essai dato che i sottotitoli sono in albanese e non sono di quelli che sostengono di capire perfettamente tutti i dialoghi a orecchio. L'unico problema è che io e Vince abbiamo praticamente lo stesso livello di listening comprehension, quindi ci perdiamo gli stessi identici pezzi di conversazione e solo alla fine della proiezione, confrontandoci, siamo riusciti a ricostruire intuitivamente i passaggi oscuri! Il biglietto del cinema è numerato: fila = radha e poltrona = karrigia, che mi suona tanto a “cadrega”.

Mi accorgo che la città ci sta assorbendo. Non vedo l'ora di avere qui qualcuno con cui condividere questa nostra nuova buffissima passione ...

Da consultare ASSOLUTAMENTE (free download) http://www.inyourpocket.com/albania/city/tirana.html

domenica 3 agosto 2008

pazari i ri

Ho convinto Vincenzo a fare una passeggiata per la città, cominciando con una destinazione non specialmente avventurosa: il mercato centrale. Non ho mai conosciuto una persona meno dotata di senso dell'orientamento, per cui siamo usciti muniti di mappe della città e abbiamo percorso solo strade principali, tracciando contemporaneamente il percorso sulla cartina, controllando i nomi delle strade, scegliendo punti di riferimento chiari e ben visibili anche da lontano.

Al mercato centrale - che sia chiama pazari i ri: mercato nuovo - ci siamo intrattenuti per circa 20 minuti con un venditore di frutta secca che ci parlava solo in albanese, poi abbiamo comprato (sospetto con un deciso sovrapprezzo turistico) una gran quantità di una strana bacca rossa: una specie di ribes però massiccio e allungato, che secondo la venditrice sarebbe tipik. C'erano anche le more, che donnine scese dalla montagna in questa stagione vendono a ogni angolo di strada, già comodamente sporzionate in bicchieri di plastica. Noi invece, incapaci di dire in albanese “di meno, di meno”, abbiamo finito per comprarne al mercato una quantità adatta a farci la marmellata; la fruttivendola sosteneva che anche le more sono “tipiche albanesi”, al che sono stata seriamente tentata di rispondere: “va bene che sono vestita da turista, ma ti sembro per caso, che so io, SVEDESE che non conosco le more?!?” (ma non l'ho fatto).

C'erano anche molte varietà di olive conce, ortaggi sottaceto e le piccole melanzane che si trovano qui, in una pittoresca preparazione ripiene di peperoni (!) e formaggio locale, una specie di feta molliccia che si ricava - a quanto ho decifrato - dal caglio dello yogurt. Vincenzo però si è opposto all'acquisto, con la ragionevole argomentazione che c'erano almeno 38 gradi e niente che lasciasse immaginare che il formaggio fosse stato conservato al fresco prima di essere esposto per la strada. Per questa volta ho lasciato correre ...

Questo primo giro è stato divertente, limitatamente esplorativo ma utile per cominciare ad appropriarsi della mappa della città, ampliando quello che i sociologi - nel loro consueto esercizio di attribuire nomi affascinanti a concetti di senso comune - chiamano “lo spazio vissuto”. Ho anche comprato alcune delle bamboline di terracotta in abiti tradizionali che avevo visto e ho trovato la toppa albanese per il mio zaino da campeggio (un'altra delle mie piccole fissazioni da viaggio). Sfortunatamente c'erano davvero 38°, la scelta dell'orario non è stata felice e, per come mi sento, credo di averne ricavato un colpo di calore.

sabato 2 agosto 2008

souvenir


Anche a Tirana esistono dei negozi di souvenir: pochi, poco forniti e ancor meno frequentati, ma esistono. Dal momento che i turisti (incredibilmente!) ancora non accorrono a frotte, mi sono fatta l'idea che i clienti possano essere gli albanesi emigrati che, quando tornano qui in vacanza, si comprano piccole cose da portare con sé, tipo le bandiere. Per esempio, un giorno a Firenze aspettando l'autobus ho visto passare un furgoncino con la bandiera albanese nell'abitacolo; quando si emigra si diventa sentimentali: confesso di avere tenuto il gagliardetto di Taranto appeso in camera mia per anni ...

Passo spesso davanti a uno di questi negozi perché è sulla strada per andare dall'estetista (quella col salone zebrato). In genere non hanno niente di interessante, sono riuscita a comprare solo il nuovo portachiavi per la mia collezione (uno per ogni Paese in cui vivo, per usarlo mentre abito nel Paese successivo...), con la solita aquila bicefala nera in campo rosso, e alcune cartoline poco meno che orripilanti. Oggi invece ho notato delle graziose bamboline di terracotta in abiti tradizionali che portano l'acqua o ricamano la bandiera. Be' sì: magari sono un tantino fissati col loro simbolo nazionale, ma forse è perché non ce ne sono altri con cui identificarsi. A me piace molto anche l'elmetto cornuto di Skanderbeg, ma forse è meno iconico della bandiera; d'altra parte, Shqipëria - il nome originale dell'Albania - pare che significhi appunto "il paese delle aquile".


Tornando alle bambole, ho notato una coppia, femmina e maschio, in abiti tradizionali: lei è praticamente uguale a Barbie (anche se lui non somiglia affatto a Ken né a Big Jim). Però dubito che la Mattel sia arrivata a tanto ... quindi mi immagino che si tratti di una barbie farlocca vestita da albanese e non escludo che sulla scatola possa esserci un logo del tipo "Mattef" o "Mattej". A suo modo, questa audacia imprenditoriale mi affascina ...

venerdì 25 luglio 2008

rac-contare

A me piaccione le persone, davvero: mi affascinano. Mi piace osservarle, frequentarle, conoscerle, mi piacciono le loro storie. E' come guardare le serie in tv, con la differenza che le storie vere sono enormemente più interessanti e imprevedibili, quindi più belle. Io sono curiosa per natura, e mi appassiono.

Quando abitavo a via Montello e stavo per finire il mio dottorato, Nicolone una volta mi fa: "serena, ma tu cos'è che studi? demografia? e che sarebbe?". Io glielo spiego a parole semplici: la popolazione, misurare e interpretare la società, i fenomeni più direttamente legati alla vita: nascite, morti, spostamenti, malattie, lavoro, istruzione, comportamenti ... Lui mi guarda assorto e risponde: "insomma, conti le persone". Resto un attimo perplessa: non credo, non direi, non esattamente ... Ma questo era il bello della mia vita di quegli anni: avere attorno gente che mi costringeva a guardare sempre le cose da un'altra prospettiva, ancora meno scontata, ancora più sfumata.
Conto le persone? Proprio io, che mi rendo la carriera accademica difficile perché di ogni indicatore vedo chiaramente la povertà "esplicativa", il limite narrativo, quello che si chiama tecnicamente "il danno", cioè la perdita di informazioni? Io, che della curva normale ho sempre trovato appassionanti solo le code?

Non conto le persone. Le rac-conto, sì. "Contare" e "raccontare" si dice con la stessa parola in certe lingue, per esempio in spagnolo. E io osservo e racconto, da tutta la vita: è il mio modo di stare al mondo, come a un cinematografo infinito. E scrivo, ma solo a volte. Le persone mi piacciono, e quel dialogo con Nicolone è un altro dei miei ricordi preferiti.