domenica 25 maggio 2008

chocolat noir et cannelle

Tempo di gelato, ormai. Fine settimana pieno di sole che passo in casa, come una gatta pigra, minimizzando le vie di fuga fra me e i libri che devo studiare. Non sono uscita nemmeno per andare al parco a prendere il sole e mi è mancato il mare. Glace chocolat noir et cannelle, minfadlek; deux boules, aishk. Lo so che questa cosa non tornerà mai più e vorrei un giorno scrivere una storia e farne un regalo di non-compleanno. O forse no, tanto non ne vale la pena. Il mare azzurro, comunque, e quel gusto speciale di cioccolata amara e cannella. Strani pensieri della domenica sera?

E' che ho acceso la tv e ho trovato un cantante che mi faceva impazzire quando ero ragazzina, l'unico di cui sono andata a vedere i concerti. Le canzoni più vecchie sono dell'epoca che facevo ancora il liceo, e poi tutta l'Università, quando avevo vent'anni e la rabbia che portavo dentro era energia e credevo di prendere il mondo a grandi morsi, con la fretta di chi pensa di avere avuto poco dalla vita e anche di non avere abbastanza tempo. La mia golosità è cambiata crescendo: piccoli morsi, adesso, e sapori non banali. Cioccolata amara e cannella, di nuovo.

Che strano rivedere quel cantante; che peraltro lui è sempre più famoso, sono io che non ho più l'età per scrivere i testi delle canzoni sul diario! E, sempre per quegli strani giri che fanno a volte i pensieri, mi accorgo che ora quelle canzoni sono anche la colonna sonora di una serata ventosa su una terrazza a Gammarth, quella volta che sono stata iniziata al pericoloso rito del "negroni sbagliato" e come conseguenza la mattina dopo Vincenzo è dovuto andare in aeroporto da solo perché io non mi reggevo in piedi...

Dopo quella sera Vincenzo ha capito che nessun costoso concerto di musica colta mi avrebbe mai resa felice quanto il paroliere di Ligabue, e si è arreso amorevolmente a questa evidenza. Perché per me "le parole contano", e il resto di meno.

Ho messo via, insomma. Ricordi, soprattutto, istantanee che non avrei potuto scattare e che non so raccontare. Devo fare posto, come è normale. Ho assaggiato il gelato albanese (akullore), ma non mi sembra buono per niente...

domenica 18 maggio 2008

kitsch

La parrucchiera mi ha fratto una capa di lacca che nemmeno negli anni Ottanta! Ska problem, tanto con due colpi di spazzola si ridimensiona, e comunque mi ha preso l'equivalente di poco meno di 5 euro per aggiustarmi il taglio contro i 20 euro del parrucchiere sciccosetto di Roma, per cui sono molto contenta. Pare che, almeno qui a Tirana, ci sia un surplus di offerta di parrucchiere da donna: ci sono un sacco di negozi e li vedo sempre vuoti; non so se questo dipenda da una programmazione superficiale dell'offerta di formazione professionale in Albania, o se sia come per quelle sospette agenzie di viaggio sempre vuote che ci sono a Torre Drin ... Nal dubbio, eviterò ancora una volta di farmi troppe domande.

L'estetista invece (che poi è la sorella della parrucchiera) è brava anche lei ma fa dei prezzi decisamente italiani. Credo che questo determinerà la triste fine della mia frequentazione col massaggio rilassante e anche un certo recupero dell'auto-manicure. Qui a Tirana va moltissimo la ricostruzione delle unghie, che è una tecnica più avanzata rispetto all'unghia posticcia di quando io ero piccola: praticamente, prima si stende sull'unghia naturale una specie di gel cementificante, poi si incolla con l'attack un'unghia finta ipercoriacea che si modella con l'ausilio di una minipiallatrice elettrica tipo quelle che usano i dentisti, infine si passa al decoro. La svolta di questa complessa e costosa operazione è che le unghie diventano indistruttibili e necessitano solo di una piccola manutenzione periodica.
Sono così informata perché ovviamente non ho potuto trattenermi dal farmele anche io. Devo ammettere che ho una decisa propensione per il decoro a strass; ciononostante, con buona pace del mio datore di lavoro, dell'istituzione che a volte rappresento e anche della dignità dei miei trent'anni suonati, ho invece optato per una semplice french squadrata un po' lunga, di cui sono abbastanza fiera. Comunque, la nota più significativa è che l'estetista ha un salone di lusso arredato in ZEBRATO, comprese ciabattine e asciugamani.

Se il kitsch vi intriga, troverete l'Albania irresistibile.

sabato 17 maggio 2008

la mia nuova governante

Questo è uno di quei sabato tranquilli che a me - sarà che sono cresciuta nella “provincia” - sono sempre piaciuti. Sono sveglia dalle 7:00 perché avevo una lista lunghissima di cosette da fare e mi serve anche tempo per leggere e studiare.

La casa è finalmente davvero pulita e ordinata dopo che il proprietario mi ha mandato gli operai a fare gli ultimi lavori. Ora la cabina doccia HA il silicone: non che abbia smesso completamente di perdere, però non corro più il rischio di allagarmi ogni volta che mi lavo. Il cavo di uno dei miei condizionatori, la cui spina si inserisce per imperscrutabili ragioni (e con una certa acrobazia da parte degli installatori) in una presa sul balcone, ora non penzola più fuori dalla finestra della camera da letto ed è invece accuratamente fissato con appositi chiodini alla parete. Sempre a proposito del balcone, l'applique della lampadina esterna è stata rimessa al suo posto, solo leggermente spostata da una parte, dopo che gli installatori di cui sopra, montando l'altro condizionatore dall'interno della casa senza aver preso le misure sulla parete esterna, avevano deciso di toglierla. Di questi ultimi due successi sono particolarmente fiera, in quanto fra me e gli operai non sussisteva alcuna lingua veicolare e, ciononostante, al mio rientro ho potuto constatare con somma gioia che avevano davvero capito tutto quello che gli avevo chiesto di fare.

La grande novità è che ora ho le piastrelle in cucina, un bel colpo di colore contro le pareti bianche (che rinomatamente mi mettono tristezza) e soprattutto una considerevole agevolazione per pulire il muro dietro ai fornelli. Il colore è, come avevo chiesto e non osavo quasi sperare, perfettamente intonato con le tende e con il divano. Lo so: di solito le piastrelle nelle cucine si mettono PRIMA di montare i mobili; me la sono annotata fra le moltissime cose che, una volta che metti i piedi fuori dal tuo paese, ce n'est pas évident. Magari un giorno pubblicherò il repertorio: è decisamente simpatico... tipo “spazzare prima di lavare per terra” oppure “portare al cliente le stesse cose che ha ordinato” oppure ancora “non tirare una secchiata di acqua saponata dal negozio sul marciapiede affollato”, eccetera (still, I did love Tunisia).

Soprattutto adesso una signora si prende cura di me e della mia casa, ed è per questo che ho il sabato libero. Una signora che sa davvero fare le pulizie, alla quale non devo nascondere i capi delicati per evitare che me li squagli col ferro da stiro o me li tocchicci con le mani di candeggina, che non lascia fazzoletti di carta sotto il letto e poi “giuro certo che spazzo prima di lavare”, che si relaziona al mocho vileda non come se fosse un ufo, che sposta le cose per spolverare. Insomma, un vero sollievo. L'ho dovuta corteggiare e rincorrere per due mesi (ho visto come tiene la casa di Giorgio, che è grande il doppio della mia, e ho deciso che doveva essere lei o nessun'altra), ma ora ce l'ho, e la qualità della mia vita sta già migliorando. Ci pensa lei: ah, l'ebbrezza della delega...

Oggi ho finalmente capito dove comprare delle pile, per cui adesso ascolto le radio albanesi e, quando butta bene, prendo anche la BBC radio, cosa che trovo strepitosa. Inoltre ho decifrato che un decoder che ho qui in casa deve essere per la parabola e non per il digitale terrestre; quindi non appena capisco dove procurarmi una presa scart sarò libera da questa maledizione della cable tv albanese con 30 canali in italiano e quegli altri in lingue che non parlo. E anche questo mi sembra un bel progresso.

venerdì 16 maggio 2008

gas & power

Parliamo di gas ed energia. Parliamone. Ammetto che dopo l'esperienza tunisina mi sono ulteriormente appassionata alla materia; come mai - ci si potrebbe chiedere - dal momento che mi occupavo di un programma di sviluppo regionale basato fondamentalmente nel deserto? In ogni caso, la questione delle “sette sorelle” e quella dello “shock petrolifero” su di me hanno esercitato sempre un fascino inspiegabile, le ho incrociate a ogni svolta della mia carriera accademica e sento che hanno qualcosa a che fare con me ... Ma anche questa è un'altra storia.

Il gas di città. Lo diamo per scontato, vero? E invece non lo è, e non solo in Africa nera: nemmeno qui. A Tirana non c'è. Questo significa che l'energia che si usa è per la più parte elettrica, più precisamente idro-elettrica. Questo accomodamento forse era funzionale ai tempi del regime, quando il tasso di urbanizzazione (percentuale della popolazione che risiede nelle città) era bassissimo e l'industria completamente statale. Ma oggi la questione si è parecchio complicata, soprattutto nella “metropoli” (ho messo le virgolette) Tirana-Durazzo.
Le case hanno la cucina elettrica, lo scaldabagno elettrico, il riscaldamento elettrico. Considerando che la produzione idro-elettrica risente dell'alea climatica, non è proprio il migliore dei mondi possibili: quando manca la luce non puoi prendere l'ascensore, le strade sono buie, in casa fa freddo, non funzionano radio tv computer e non puoi nemmeno farti un bricco di té bollente; in tutta la città si accendono i generatori e l'aria si impregna di questo odore non proprio salubre di combustione di gasolio. Comunque quest'inverno ha piovuto e io per ora non ho avuto problemi: anzi, ne approfitto finché dura per fare largo uso di surgelati e per godermi il freezer più grosso che io abbia mai avuto in casa.

Il vero problema è che la benedetta energia elettrica costa. Anzi, costa sempre di più, coerentemente col fatto che il settore è in via di privatizzazione e che nell'Albania della pre-adesione UE si cerca di diffondere il principio che il consumo di utilità pubbliche va pagato; che tradotto significa: le bollette si pagano (e anche le tasse, possibilmente).
Mi resta da capire come mai le lampadine a risparmio (RISPARMIO) energetico non si vendano a ogni angolo di strada. Io ad esempio penso di portarmele da Pisa, quel civilissimo Comune della Toscana in cui ho eletto residenza e dove fra il 2005 e il 2006 le lampadine a basso consumo le regalavano anche al bar (e anche alla Pubblica Assistenza e alle Poste).

Il gas, invece, credo che rappresenti qui una specie di segno di modernità. Siccome il mio padrone di casa infatti è uno parecchio moderno (ha fatto i soldi in Italia e adesso è un grosso imprenditore edile), io ho la cucina a gas, con la famosa bombola che una volta ha provato a fregarmi e che adesso è “messa in sicurezza”, cioè sta sul balcone. Era così fiero della cucina a gas che non aveva nemmeno fatto collegare l'impianto elettrico: tanto che te ne fai della piastra elettrica che hai tre fornelli a gas? Ottimo: peccato che lo stesso impianto servisse ad alimentare il forno, l'aspiratore e le indispensabili lucine della cappa! Ora comunque è a posto, e anche io sono molto orgogliosa di questo mio privilegio.
I palazzi di un certo livello inoltre (come il mio) hanno già gli impianti per i termosifoni, a volte hanno persino i termosifoni. Questa cosa mi affascina: vuol dire essere lungimiranti, avere fede nel fatto che il gas di città, prima o poi, arriverà. Certo, ho il sospetto che avviare impianti mai usati per anni non sarà proprio facilissimo e senza problemi ma insomma, è l'atteggiamento mentale che conta: la fiducia nell'avvenire, lo spirito di intrapresa. Dopo un anno e mezzo di inshallah, anche io mi sento più ottimista. Ormai i moncherini di tubi degli impianti che spuntano qua e là per la casa mi sembrano un folkloristico complemento d'arredo.

Scherzo perché posso permettermelo. Ma la situazione non è per niente amena, soprattutto per il settore privato: il rischio energetico comporta un aggravio di investimento per l'industria e per la grande distribuzione, alcuni comparti dell'agro-food processing risentono gravemente della difficoltà a mantenere la catena del freddo (sto per dimenticarmi il sapore del latte fresco...), i piccoli e piccolissimi imprenditori devono pagare affitti salati per lavorare in zone meglio coperte dal punto di vista energetico o in edifici dotati di generatori. Quando manca la corrente non puoi completare una transazione, stampare un biglietto aereo, prenotare un viaggio, ricevere un fax, finire l'orlo o la messa in piega alla cliente che va di fretta. Tutto questo ha un prezzo, e chi lo paga?

Nota criptica a pie' di pagina: dedicato a quelli del cagnone :-)

giovedì 15 maggio 2008

definizioni

Oggi pomeriggio chiacchieravo del più, del meno e del mio futuro professionale con un mio amico, occasionale datore di lavoro, strepitoso accumulatore di cose disparate (informazioni, dati statistici, documenti di policy, paper di ricerca, spunti casuali, idee geniali di cui poi si scorda, traccie mp3, eccetera eccetera). Io mi diverto molto con lui (tranne quando cerca di convincermi a votare), anche perché è una delle poche persone che conosco che trova interessante il mio lavoro sulle questioni di genere; almeno così credo, visto che a volte me lo ha anche pagato... Quando parlo con lui divento creativa: tiro fuori dal cassetto la curiosità e la voglia (la capacità?) di vedere le cose da un altro punto di vista, recupero il gusto di fare un lavoro intellettuale - che è cosa diversa dal lavoro di concetto che faccio adesso.

Ora, mi rendo conto che questa cosa delle definizioni è un po' contorta ma cercherò di semplificare: nel settore in cui più o meno mi muovo io c'è un gran bailamme fra: esperti ricercatori collaboratori amministrativi tecnici funzionari strutturati non strutturati precari consulenti. Di fatto non ci si capisce niente, soprattutto perché - molto italianamente - da un lato si fa confusione fra tipologia contrattuale e inquadramento contrattuale, dall'altro ognuno si vuole chiamare in un modo che gli permetta di darsi importanza e di bulleggiare quelli “più sotto”.
In generale trovo la questione poco interessante. Mi ricordo sempre che, la prima volta che ebbi la brillante idea di presentarmi come “esperta di genere”, il mio interlocutore non riuscì a trattenersi dal domandarmi: scusa, ma di che genere? Da allora ho imparato a usare una perifrasi (esperta in questioni di genere, ma mentre che lo dici la persona con cui stai parlando si è già distratta da un pezzo) oppure la traduzione inglese/francese della stessa espressione, che non dà adito a questi simpatici giochi di parole. Ma soprattutto ho imparato che, quando si hanno argomenti solidi e/o buone competenze, le definizioni, come i titoli, sono decisamente poco importanti; e vale anche il contrario. Certo, se poi proprio mi bulleggiano... ammetto che un po' mi innervosisco!

Per la cronaca: di formazione io sono analista di politica internazionale e demografa. Sono dottore di ricerca, il che fa di me una ricercatrice. Conosco approfonditamente almeno due argomenti: migrazioni e questioni di genere, quindi sono un'esperta (collaborazioni accademiche, pubblicazioni, consulenze). Attualmente lavoro come PAT (personale amministrativo e tecnico) per una struttura ministeriale, ma sono assunta con un contratto di lavoro para-subordinato... quindi forse sono una para-PAT?!? Certo, capisco che sarebbe più semplice dire: sono ingegnere (o geometra, o cardiologa, o maestra) ... Ma tutto questo davvero dice qualcosa di interessante su di me?

Insomma il mio amico mi fa: inserisco anche te nello staff che lavora a questo progetto, dammi due righe di presentazione. E io ho un'illuminazione, mi è improvvisamente chiaro parola per parola chi sono io e cosa faccio nella vita: FORTUITOUS EXPERT, KINDLY PROVIDING BRIGHT ADVICE AND MORAL SUPPORT FOR PROJECT DESIGN AND IMPLEMENTATION. Che lui peraltro è anche capace di proiettare davvero una slide con quella scritta, non fosse altro perché si è scordato di cancellarla...

In tutto ciò, mi accorgo che il lavoro d'ufficio ricomincia a starmi stretto. Sono stanca di scarpe scomode da donna, tailleur (per quanto mai di color grigio fumo) e ore vuote alla scrivania: ho nostalgia di quella me che si aggira in pigiama per la casa rumuginando sulla frase più chiara possibile per dire convincentemente quello che pensa. Quando nel lavoro devi metterci anche delle idee tue, non solo saper fare delle cose. Mi sa che mi annoio. E io detesto annoiarmi.

PS: and he actually did!

venerdì 9 maggio 2008

la mia nuova sarta

Trovare una sarta in Italia che ti faccia un orlo ai pantaloni? Me la ricordo come una fatica improba! Anzi, una volta credevo di aver fatto un affarone a Roma perché a fine saldi avevo trovato un paio di pantaloni che mi piacevano ma non era proprio proprio la mia taglia ma “basterà qualche ritocchino”... maledetta commessa in malafede! Tipo 20 euro di pantaloni e 18 di ritocchi! GIURO che se rinasco femmina imparerò a cucire a ricamare e a fare la calza, indipendentemente dal peso atavico della pressione sociale mirata a programmare la definizione dell'identità di genere femminile come intrinsecamente subalterna eccetera eccetera. Insomma: mi farò gli orli da sola.

In questa vita, invece, in Albania ho trovato una sarta nella quale ripongo ottimistica fiducia: secondo me è una sveglia. Anzitutto ha montato la sua boutique praticamente nel sottoscala di Torre Drin, un building di uffici internazionali a quattro/cinque stelle, compresa una banca e la cooperazione italiana, e negozi carissimi (e agenzie di viaggio molto sospette, ma questa è un'altra storiella); dove con “sottoscala” intendo proprio sotto una rampa di scale. Geniale. Poi parla italiano, il che senza dubbio la avvantaggia.
Come prima cosa, per metterla alla prova, le ho chiesto di farmi dei buchi a una cintura. LO SO che le sarte normalmente non fanno i buchi alle cinture, ma insomma ... Sta di fatto che lei coglie la palla al balzo e mi dice: “io non faccio ma ti faccio fare, tu lascia me due giorni”. Questa donna ha una marcia in più.
Dopo ho provato con un task più difficile: fare i buchi E ANCHE accorciare un'altra cintura. Questa ho dovuto riportargliela perché l'aveva fatta accorciare ma ancora i buchi non erano abbastanza (sì: l'avevo comprata da uomo!!) quindi ero un po' delusa, ma oggi mi ha stupita: invece di fare questi benedetti buchi l'ha fatta accorciare di più, così mi sta decisamente meglio e non “avanza” troppo fra un passante e un altro. Sono conquistata.
Ora le ho lasciato una tuta da accorciare e un paio di pantaloni da copiare uguali e identici. Siccome io non so comprare le stoffe, non ho il tempo di andarci e soprattutto non parlo albanese, le ho chiesto di pensarci lei, che mi fido. E il colore? “Prendo pezzettini di tutti i colori per scegliere”, mi dice. Sono più che conquistata: già sogno di modellini di Burda che si materializzano su misura per me ...

Ma sarà meglio non correre troppo, per non rimanerci male: vedremo come andrà a finire!

NB: per capire davvero questa storiella bisogna aver provato (e riprovato, e riprovato) come me a ottenere qualcosa dal più sveglio dei ciabattini in Tunisia ... o dei falegnami ... o degli idraulici ... o dei camerieri ...

giovedì 8 maggio 2008

radio tirana

Il mio amico Andrea (quello cintura nera di citazioni) mi ha ricordato ieri sera che “radio Tirana trasmette musiche balcaniche” ...

Forse è giunto il momento che io trovi il modo di sintonizzarmi. Non so se esiste il mal di Balcani. So che, anche mossi - come me - da imperterrita determinazione a cambiare esplorare scoprire costi quel che costi, il dolore di lasciare quello che si conosce non è trascurabile e non è nemmeno facile da gestire. Se quel che si lascia poi è l'Africa (persino l'Africa del nord!), è inevitabile giocare con l'idea di aver contratto quella misteriosa malattia chiamata “mal d'Africa”. Non lo so.

I giorni passano e ho già girato due fogli di calendario da quando sono qui. La Tunisia, inevitabilmente, si allontana, trova posto nei cassetti della mia memoria, quelli pieni di storie che amerei poter (saper) raccontare. Ma non ho abbastanza parole per dire il mare perfettamente azzurro sotto la mia finestra, il rumore delle onde che riempie lo spazio di una casa rimasta sempre di passaggio. Come non ho parole per dire la sabbia fine del deserto e la luce indecifrabile del mattino sullo Chott el-Djerid. Conservo ricordi con infinita tenerezza, e la complicità di chi era con me (come me) mi salva. Ho portato qui un pesciolino di terracotta azzurro, per tenere lontani gli spiriti cattivi e per tenere il segno in quella pagina della mia storia, quella da cui - qui e adesso - provengo. Ho trovato un appunto nel mio diario che dice “con la nostalgia farò gomitoli e poi maglioni per il freddo di Tirana”; mi sento rassicurata.

E questi sono i Balcani, praticamente un altro universo. E io sono ancora del tutto analfabeta. Devo sintonizzarmi. E restare il tempo che ci vorrà per avere la tentazione di perdermi, quel gioco pericoloso che faccio con me stessa, la mia personalissima coazione a ripetere.

Ho lasciato a Bruxelles il mio ultimo libro in francese. Si intitolava Tunis blues.

martedì 6 maggio 2008

back in Tirana

Rientravo a casa direttamente dall'ufficio; ho fatto un po' tardi ma ormai c'è luce anche fino alle 8:00. Sono passata dal Conad e ho riempito di frutta e verdura (proveniente dall'Italia) la mia nuova borsa di tela “Holland”, debitamente decorata a tulipani. E così sono arrivata al mio isolato: con la giacchetta di tailleur e le scarpe buone, la borsa dell'ufficio, la sporta della spesa; l'iPod nelle orecchie. Come fosse normale.
La stradina su cui dà il portone della mia scala - e anche il mio nuovo balcone - è un vicoletto senza uscita, per cui le macchine non ci passano e i bambini (un sacco di bambini: l'Albania è il paese più giovane d'Europa) ci giocano; gli uomini stanno seduti permanentemente al bar; le donne fanno le faccende in casa, scendono dalla fruttivendola, chiacchierano con la parrucchiera, tornano su, le incrocio in ascensore. Per un po' ho creduto che i bambini appartenessero ad un'unica tribù, ma ora non sono più tanto sicura; forse sono solo vicini. Sono anche piuttosto educati: non urlano, non si picchiano, non si spintonano e fanno giocare anche le bambine; preferisco quando sono giù a quando c'era brutto tempo e giocavano a rimpiattino nelle scale del palazzo: quello era abbastanza triste, oltre che decisamente rumoroso.

Sono la sola e unica straniera in tutto il building. E qui le persone sono estremamente discrete: nessuno sa chi sono e cosa faccio perché a nessuno interessa. Certo, ormai si è capito che sono italiana da quella volta che la serratura del portone si era rotta e ho avuto bisogno di un'interprete che spiegasse al guardiano che, se a una certa ora della sera lui chiudeva a chiave e io non ero ancora rientrata, poi di fatto rimanevo fuori; anche perché no, non c'era mio marito a cui citofonare per farmi aprire (che poi, se avessi avuto un marito a casa, sarebbe stato lì la sera tardi ad aspettare me che tornavo dalla birreria? ma in quale dimensione parallela?). A parte il simpatico folklore, comunque, si sente l'anonimato della città. Per questo mi fa piacere, arrivando, trovare queste scene di quartiere, anzi di cortile, a cui non ero più abituata.

Mi sono accorta che mentre ero via hanno tinteggiato nelle scale, una bella tonalità crema. Senza gli operai, peraltro, l'androne adesso è sempre pulito: il building ha evidentemente delle aspirazioni. Al primo piano, ad esempio, deve essere venuta ad abitare una famiglia molto rispettabile; per un mese hanno fatto lavori in casa (dalla quantità di rumore mi immagino che abbiano sfondato tutti i muri), poi hanno sistemato attorno alla porta un'elegante (?) cornice di marmo in forma di frontone di tempio greco, infine hanno installato vari dispositivi elettronici non meglio identificati (non so se si tratti di un allarme, di luci di sicurezza o di un videocampanello della porta); mi piacerebbe chiedere meglio, ma non vorrei risultare indiscreta.
Comunque della tinta non mi sono davvero accorta per via del colore, anche perché qui non usa fare le finestre nelle scale, quindi le pareti si vedono solo alla luce elettrica. E' che però ho trovato la mia porta, la soglia e lo zerbino tutti macchiati di un distinto color crema; stessa sorte per le ciabatte di diversi vicini, che spesso sono sullo zerbino (le ciabatte, dico; il senso profondo di quest'ultima usanza ancora mi sfugge, ma indagherò).

Eppure resto ottimista, persino da sobria: secondo me loro ce la possono QUASI fare. Forse considerare l'Italia come un faro illuminante nel cammino verso il progresso non giocherà proprio a loro favore, ma quella - come si dice - è tutta un'altra storia.