Parliamo di gas ed energia. Parliamone. Ammetto che dopo l'esperienza tunisina mi sono ulteriormente appassionata alla materia; come mai - ci si potrebbe chiedere - dal momento che mi occupavo di un programma di sviluppo regionale basato fondamentalmente nel deserto? In ogni caso, la questione delle “sette sorelle” e quella dello “shock petrolifero” su di me hanno esercitato sempre un fascino inspiegabile, le ho incrociate a ogni svolta della mia carriera accademica e sento che hanno qualcosa a che fare con me ... Ma anche questa è un'altra storia.
Il gas di città. Lo diamo per scontato, vero? E invece non lo è, e non solo in Africa nera: nemmeno qui. A Tirana non c'è. Questo significa che l'energia che si usa è per la più parte elettrica, più precisamente idro-elettrica. Questo accomodamento forse era funzionale ai tempi del regime, quando il tasso di urbanizzazione (percentuale della popolazione che risiede nelle città) era bassissimo e l'industria completamente statale. Ma oggi la questione si è parecchio complicata, soprattutto nella “metropoli” (ho messo le virgolette) Tirana-Durazzo.
Le case hanno la cucina elettrica, lo scaldabagno elettrico, il riscaldamento elettrico. Considerando che la produzione idro-elettrica risente dell'alea climatica, non è proprio il migliore dei mondi possibili: quando manca la luce non puoi prendere l'ascensore, le strade sono buie, in casa fa freddo, non funzionano radio tv computer e non puoi nemmeno farti un bricco di té bollente; in tutta la città si accendono i generatori e l'aria si impregna di questo odore non proprio salubre di combustione di gasolio. Comunque quest'inverno ha piovuto e io per ora non ho avuto problemi: anzi, ne approfitto finché dura per fare largo uso di surgelati e per godermi il freezer più grosso che io abbia mai avuto in casa.
Il vero problema è che la benedetta energia elettrica costa. Anzi, costa sempre di più, coerentemente col fatto che il settore è in via di privatizzazione e che nell'Albania della pre-adesione UE si cerca di diffondere il principio che il consumo di utilità pubbliche va pagato; che tradotto significa: le bollette si pagano (e anche le tasse, possibilmente).
Mi resta da capire come mai le lampadine a risparmio (RISPARMIO) energetico non si vendano a ogni angolo di strada. Io ad esempio penso di portarmele da Pisa, quel civilissimo Comune della Toscana in cui ho eletto residenza e dove fra il 2005 e il 2006 le lampadine a basso consumo le regalavano anche al bar (e anche alla Pubblica Assistenza e alle Poste).
Il gas, invece, credo che rappresenti qui una specie di segno di modernità. Siccome il mio padrone di casa infatti è uno parecchio moderno (ha fatto i soldi in Italia e adesso è un grosso imprenditore edile), io ho la cucina a gas, con la famosa bombola che una volta ha provato a fregarmi e che adesso è “messa in sicurezza”, cioè sta sul balcone. Era così fiero della cucina a gas che non aveva nemmeno fatto collegare l'impianto elettrico: tanto che te ne fai della piastra elettrica che hai tre fornelli a gas? Ottimo: peccato che lo stesso impianto servisse ad alimentare il forno, l'aspiratore e le indispensabili lucine della cappa! Ora comunque è a posto, e anche io sono molto orgogliosa di questo mio privilegio.
I palazzi di un certo livello inoltre (come il mio) hanno già gli impianti per i termosifoni, a volte hanno persino i termosifoni. Questa cosa mi affascina: vuol dire essere lungimiranti, avere fede nel fatto che il gas di città, prima o poi, arriverà. Certo, ho il sospetto che avviare impianti mai usati per anni non sarà proprio facilissimo e senza problemi ma insomma, è l'atteggiamento mentale che conta: la fiducia nell'avvenire, lo spirito di intrapresa. Dopo un anno e mezzo di inshallah, anche io mi sento più ottimista. Ormai i moncherini di tubi degli impianti che spuntano qua e là per la casa mi sembrano un folkloristico complemento d'arredo.
Scherzo perché posso permettermelo. Ma la situazione non è per niente amena, soprattutto per il settore privato: il rischio energetico comporta un aggravio di investimento per l'industria e per la grande distribuzione, alcuni comparti dell'agro-food processing risentono gravemente della difficoltà a mantenere la catena del freddo (sto per dimenticarmi il sapore del latte fresco...), i piccoli e piccolissimi imprenditori devono pagare affitti salati per lavorare in zone meglio coperte dal punto di vista energetico o in edifici dotati di generatori. Quando manca la corrente non puoi completare una transazione, stampare un biglietto aereo, prenotare un viaggio, ricevere un fax, finire l'orlo o la messa in piega alla cliente che va di fretta. Tutto questo ha un prezzo, e chi lo paga?
Nota criptica a pie' di pagina: dedicato a quelli del cagnone :-)
Il gas di città. Lo diamo per scontato, vero? E invece non lo è, e non solo in Africa nera: nemmeno qui. A Tirana non c'è. Questo significa che l'energia che si usa è per la più parte elettrica, più precisamente idro-elettrica. Questo accomodamento forse era funzionale ai tempi del regime, quando il tasso di urbanizzazione (percentuale della popolazione che risiede nelle città) era bassissimo e l'industria completamente statale. Ma oggi la questione si è parecchio complicata, soprattutto nella “metropoli” (ho messo le virgolette) Tirana-Durazzo.
Le case hanno la cucina elettrica, lo scaldabagno elettrico, il riscaldamento elettrico. Considerando che la produzione idro-elettrica risente dell'alea climatica, non è proprio il migliore dei mondi possibili: quando manca la luce non puoi prendere l'ascensore, le strade sono buie, in casa fa freddo, non funzionano radio tv computer e non puoi nemmeno farti un bricco di té bollente; in tutta la città si accendono i generatori e l'aria si impregna di questo odore non proprio salubre di combustione di gasolio. Comunque quest'inverno ha piovuto e io per ora non ho avuto problemi: anzi, ne approfitto finché dura per fare largo uso di surgelati e per godermi il freezer più grosso che io abbia mai avuto in casa.
Il vero problema è che la benedetta energia elettrica costa. Anzi, costa sempre di più, coerentemente col fatto che il settore è in via di privatizzazione e che nell'Albania della pre-adesione UE si cerca di diffondere il principio che il consumo di utilità pubbliche va pagato; che tradotto significa: le bollette si pagano (e anche le tasse, possibilmente).
Mi resta da capire come mai le lampadine a risparmio (RISPARMIO) energetico non si vendano a ogni angolo di strada. Io ad esempio penso di portarmele da Pisa, quel civilissimo Comune della Toscana in cui ho eletto residenza e dove fra il 2005 e il 2006 le lampadine a basso consumo le regalavano anche al bar (e anche alla Pubblica Assistenza e alle Poste).
Il gas, invece, credo che rappresenti qui una specie di segno di modernità. Siccome il mio padrone di casa infatti è uno parecchio moderno (ha fatto i soldi in Italia e adesso è un grosso imprenditore edile), io ho la cucina a gas, con la famosa bombola che una volta ha provato a fregarmi e che adesso è “messa in sicurezza”, cioè sta sul balcone. Era così fiero della cucina a gas che non aveva nemmeno fatto collegare l'impianto elettrico: tanto che te ne fai della piastra elettrica che hai tre fornelli a gas? Ottimo: peccato che lo stesso impianto servisse ad alimentare il forno, l'aspiratore e le indispensabili lucine della cappa! Ora comunque è a posto, e anche io sono molto orgogliosa di questo mio privilegio.
I palazzi di un certo livello inoltre (come il mio) hanno già gli impianti per i termosifoni, a volte hanno persino i termosifoni. Questa cosa mi affascina: vuol dire essere lungimiranti, avere fede nel fatto che il gas di città, prima o poi, arriverà. Certo, ho il sospetto che avviare impianti mai usati per anni non sarà proprio facilissimo e senza problemi ma insomma, è l'atteggiamento mentale che conta: la fiducia nell'avvenire, lo spirito di intrapresa. Dopo un anno e mezzo di inshallah, anche io mi sento più ottimista. Ormai i moncherini di tubi degli impianti che spuntano qua e là per la casa mi sembrano un folkloristico complemento d'arredo.
Scherzo perché posso permettermelo. Ma la situazione non è per niente amena, soprattutto per il settore privato: il rischio energetico comporta un aggravio di investimento per l'industria e per la grande distribuzione, alcuni comparti dell'agro-food processing risentono gravemente della difficoltà a mantenere la catena del freddo (sto per dimenticarmi il sapore del latte fresco...), i piccoli e piccolissimi imprenditori devono pagare affitti salati per lavorare in zone meglio coperte dal punto di vista energetico o in edifici dotati di generatori. Quando manca la corrente non puoi completare una transazione, stampare un biglietto aereo, prenotare un viaggio, ricevere un fax, finire l'orlo o la messa in piega alla cliente che va di fretta. Tutto questo ha un prezzo, e chi lo paga?
Nota criptica a pie' di pagina: dedicato a quelli del cagnone :-)
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