Rientravo a casa direttamente dall'ufficio; ho fatto un po' tardi ma ormai c'è luce anche fino alle 8:00. Sono passata dal Conad e ho riempito di frutta e verdura (proveniente dall'Italia) la mia nuova borsa di tela “Holland”, debitamente decorata a tulipani. E così sono arrivata al mio isolato: con la giacchetta di tailleur e le scarpe buone, la borsa dell'ufficio, la sporta della spesa; l'iPod nelle orecchie. Come fosse normale.
La stradina su cui dà il portone della mia scala - e anche il mio nuovo balcone - è un vicoletto senza uscita, per cui le macchine non ci passano e i bambini (un sacco di bambini: l'Albania è il paese più giovane d'Europa) ci giocano; gli uomini stanno seduti permanentemente al bar; le donne fanno le faccende in casa, scendono dalla fruttivendola, chiacchierano con la parrucchiera, tornano su, le incrocio in ascensore. Per un po' ho creduto che i bambini appartenessero ad un'unica tribù, ma ora non sono più tanto sicura; forse sono solo vicini. Sono anche piuttosto educati: non urlano, non si picchiano, non si spintonano e fanno giocare anche le bambine; preferisco quando sono giù a quando c'era brutto tempo e giocavano a rimpiattino nelle scale del palazzo: quello era abbastanza triste, oltre che decisamente rumoroso.
Sono la sola e unica straniera in tutto il building. E qui le persone sono estremamente discrete: nessuno sa chi sono e cosa faccio perché a nessuno interessa. Certo, ormai si è capito che sono italiana da quella volta che la serratura del portone si era rotta e ho avuto bisogno di un'interprete che spiegasse al guardiano che, se a una certa ora della sera lui chiudeva a chiave e io non ero ancora rientrata, poi di fatto rimanevo fuori; anche perché no, non c'era mio marito a cui citofonare per farmi aprire (che poi, se avessi avuto un marito a casa, sarebbe stato lì la sera tardi ad aspettare me che tornavo dalla birreria? ma in quale dimensione parallela?). A parte il simpatico folklore, comunque, si sente l'anonimato della città. Per questo mi fa piacere, arrivando, trovare queste scene di quartiere, anzi di cortile, a cui non ero più abituata.
Mi sono accorta che mentre ero via hanno tinteggiato nelle scale, una bella tonalità crema. Senza gli operai, peraltro, l'androne adesso è sempre pulito: il building ha evidentemente delle aspirazioni. Al primo piano, ad esempio, deve essere venuta ad abitare una famiglia molto rispettabile; per un mese hanno fatto lavori in casa (dalla quantità di rumore mi immagino che abbiano sfondato tutti i muri), poi hanno sistemato attorno alla porta un'elegante (?) cornice di marmo in forma di frontone di tempio greco, infine hanno installato vari dispositivi elettronici non meglio identificati (non so se si tratti di un allarme, di luci di sicurezza o di un videocampanello della porta); mi piacerebbe chiedere meglio, ma non vorrei risultare indiscreta.
Comunque della tinta non mi sono davvero accorta per via del colore, anche perché qui non usa fare le finestre nelle scale, quindi le pareti si vedono solo alla luce elettrica. E' che però ho trovato la mia porta, la soglia e lo zerbino tutti macchiati di un distinto color crema; stessa sorte per le ciabatte di diversi vicini, che spesso sono sullo zerbino (le ciabatte, dico; il senso profondo di quest'ultima usanza ancora mi sfugge, ma indagherò).
Eppure resto ottimista, persino da sobria: secondo me loro ce la possono QUASI fare. Forse considerare l'Italia come un faro illuminante nel cammino verso il progresso non giocherà proprio a loro favore, ma quella - come si dice - è tutta un'altra storia.
Sono la sola e unica straniera in tutto il building. E qui le persone sono estremamente discrete: nessuno sa chi sono e cosa faccio perché a nessuno interessa. Certo, ormai si è capito che sono italiana da quella volta che la serratura del portone si era rotta e ho avuto bisogno di un'interprete che spiegasse al guardiano che, se a una certa ora della sera lui chiudeva a chiave e io non ero ancora rientrata, poi di fatto rimanevo fuori; anche perché no, non c'era mio marito a cui citofonare per farmi aprire (che poi, se avessi avuto un marito a casa, sarebbe stato lì la sera tardi ad aspettare me che tornavo dalla birreria? ma in quale dimensione parallela?). A parte il simpatico folklore, comunque, si sente l'anonimato della città. Per questo mi fa piacere, arrivando, trovare queste scene di quartiere, anzi di cortile, a cui non ero più abituata.
Mi sono accorta che mentre ero via hanno tinteggiato nelle scale, una bella tonalità crema. Senza gli operai, peraltro, l'androne adesso è sempre pulito: il building ha evidentemente delle aspirazioni. Al primo piano, ad esempio, deve essere venuta ad abitare una famiglia molto rispettabile; per un mese hanno fatto lavori in casa (dalla quantità di rumore mi immagino che abbiano sfondato tutti i muri), poi hanno sistemato attorno alla porta un'elegante (?) cornice di marmo in forma di frontone di tempio greco, infine hanno installato vari dispositivi elettronici non meglio identificati (non so se si tratti di un allarme, di luci di sicurezza o di un videocampanello della porta); mi piacerebbe chiedere meglio, ma non vorrei risultare indiscreta.
Comunque della tinta non mi sono davvero accorta per via del colore, anche perché qui non usa fare le finestre nelle scale, quindi le pareti si vedono solo alla luce elettrica. E' che però ho trovato la mia porta, la soglia e lo zerbino tutti macchiati di un distinto color crema; stessa sorte per le ciabatte di diversi vicini, che spesso sono sullo zerbino (le ciabatte, dico; il senso profondo di quest'ultima usanza ancora mi sfugge, ma indagherò).
Eppure resto ottimista, persino da sobria: secondo me loro ce la possono QUASI fare. Forse considerare l'Italia come un faro illuminante nel cammino verso il progresso non giocherà proprio a loro favore, ma quella - come si dice - è tutta un'altra storia.
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