venerdì 23 ottobre 2009

storiella in prestito

Il mio amico Alessio, che fa il biblotecario, mi ha gentilmente offerto la seguente storiella:

L'altro giorno sono venuti dei ragazzi al banco ad avvisarmi che c'era un utente in sala lettura che studiava numerosi libri di Platone munito di maschera antigas.
Arrivato sul posto non ho trovato niente di strano: il tipo non c'era perchè era andato al bagno ... non so se ci fosse una relazione con la maschera antigas (nera, di quelle che si sente il respiro pesante tipo Dart Fener in Guerre Stellari) ... comunque quando è uscito l'ho incrociato, mi ha guardato e, con voce ovattata dalla maschera, ha detto: "Manca la carta".
Più tardi l'ho intervistato sui motivi del suo comportamento e ha detto semplicemente: "Sai, ci sono un sacco di persone che tossiscono". Gli ho fatto presente che esistono anche le più semplici mascherine da ospedale e la sua risposta è stata: "Sì ma la mia è dell'esercito, penso che sia adatta". Quando infine gli ho rivelato che diverse persone si erano lamentate per il rumore prodotto dalla maschera, prima ha detto: "Ci starò attento"; poi, giunto alla porta di uscita della biblioteca, si è girato ed ha aggiunto con stizza: "Certo anche quelli che tossiscono fanno rumore!".


Questo a riprova della mia teoria che la vita vera, di suo, è talmente divertente che non si capisce perché la gente perda tempo a guardare le fiction in tv ...

Ci tengo a precisare che anche questo mio amico bibliotecario non è un personaggio inventato. Benché sia lo stesso che riceve un mio sms contenente la domanda "Ma era Ulcini o Cattaro la capitale dei pirati?" e, senza battere ciglio, risponde: "A parte che la capitale dei pirati era la Tortuga, sui pirati dell'Adriatico non sono sufficientemente preparato; e l'apposito volume della biblioteca ora è in prestito, per cui verifico e ti farò sapere" (era Ulcini, poi me l'ha detto a una cena).

domenica 18 ottobre 2009

inseguire l'autobus

Del fine festa dell'altra sera ricordo precisamente l'immagine di noi tutti sui divani e quella sensazione di allegrezza senza spiegazioni di quando stai bene con le persone; per il resto, ho un ricordo del tutto vago di quello che ci siamo detti (mi dicono che in effetti avevo un'aria piuttosto vaga io stessa!).
So che mi sono brevemente riconnessa quando Fulvio parlava di com'è strano venire dal Sud Italia (Napoli) e trovarsi in una città del Centro-Nord (Bologna) in cui gli autobus hanno una tabella oraria e la rispettano. "Vero! - sono intervenuta io - La prima volta che ho aspettato un autobus a Pisa e ho scoperto che alla fermata c'è fisicamente una tabella con gli orari mi è sembrato di venire da un altro pianeta!". Per non parlare del tempo che mi ci è voluto a capire che, per ottimizzare i tempi di marcia, l'autobus si ferma solo a chiamata ... ma questa è un'altra storia.
A parte noi due, però, sui divani c'erano persone nate e cresciute da Roma in su, che ascoltavano questa specie di folklore con un minimo di perplessità.

Il punto è che "da noi", invece, gli autobus passano come capita: per quello impari a camminare - metti caso - sulla ringhiera di città vecchia chiacchierando col tuo gruppetto di amici e quando senti arrivare l'autobus corri, ché magari è il tuo e riesci a prenderlo al volo. Perché l'alternativa è aspettare inutilmente per secoli alla fermata oppure camminare infinatamente con la santa pazienza fino a casa, che a 15 anni sono entrambe soluzioni da veri perdenti.
Ne ho parlato con mia sorella ieri, e lei concorda; età diversa, scuola diversa, amici diversi, altri tragitti e stesso ricordo: corri!

Forse per questo, nella mia testa, ogni volta che incomincio una storia le prime scene sono di qualcuno che corre per prendere un mezzo (un treno, un aereo, un traghetto: qualsiasi), che altrimenti parte e potrebbe non passare mai più. Deve essere una specie di allegoria, anche se non so bene di cosa.

Comunque: giusto ieri sera siamo usciti a Roma per cena io, Valeria, Gianpaolo e due amici suoi; il posto vicino casa che avevamo scelto era pieno, quindi abbiamo deciso per un altro, a una significativa passeggiata di distanza; poi Gianpaolo ha visto arrivare il tram e ha lanciato "Ma quello va nella direzione giusta?"; "Sì ma ...", stava rispondendo qualcuno; "Dai: correre che ce la facciamo!". Nel mio cervello, in una frazione di secondo, la Serena integrata nella civilizzata Toscana ha pensato "Ma no: aspetteremo educatamente il prossimo"; e la Serena tuniso-albanese attuale ha risposto "Guarda un tram! Inshallah potessimo prenderlo"; e la Serena che aveva 15 anni a Taranto (proprio come Gianpaolo) automaticamente si è messa a correre dicendo "Ehi, è una sfida? Io sono campionessa mondiale di corsa alla fermata!".

E sì: siamo andati a cena in tram; e abbiamo rifatto la stessa scenetta anche al ritorno, con quel minimo di aggravante delle due bottiglie di vino rispetto alla prontezza di riflessi di cui potevamo disporre. E lo so che non sta bene farlo (specie perché abbiamo tutti trent'anni suonati) e sono sinceramente grata e contenta quando abito in posti in cui non c'è bisogno di farlo. Epperò ...

mercoledì 14 ottobre 2009

canzoni in ordine sparso

Vincenzo mi ha detto che la canzone della nostra storia, per lui, è E ti vengo a cercare; io ho risposto che per me è Almeno tu nell'universo.

Alessio è un disco intero di Suzanne Vega, ma soprattutto Tom's Diner; Elisabetta è il best-of di Cindy Lauper (va da sé!); Gianpaolo è tutto, ma proprio tutto, De Andrè (se mi tagliassero a pezzetti), e un pochino di Loredana Bertè. Ettore è Si può fare, Ivan Compagni di viaggio, Manfro Camera a sud; Gae è La cura, ma anche I migliori anni.

Io sono Balliamo sul mondo, qualche volta - raramente - Sally.

Lo so che non ho gusti musicali raffinati, benché mi circondi sempre di amici appassionati di musica e parecchio volenterosi di educarmi ... Portare pazienza!

lunedì 12 ottobre 2009

la festa di compleanno

Ieri c'è stata la mia festa di compleanno. In realtà ho dovuto dividerla con la festa di inaugurazione di una casa con una terrazza parecchio più grande del mio balcone, nonché con una specie di accoglienza per un gruppo di ragazzi e ragazze imbarazzantemente giovani e pieni di belle speranze.
Comunque di base era la mia festa di compleanno: c'erano le torte e anche i regali; mi sono distratta e non ho comprato le candeline (è che da quando sono qui mi prendono sempre per più giovane e ieri sera mi andava di approfittarmene).

Tutto è stato bello: le persone, la cena, il barbecue; la vista su Tirana in fieri che io trovo sempre affascinante, con quel suo modo un po' perverso e un po' disperato. Incongruità ovunque. Ho ricevuto dei regali di artigianato albanese che vanno dritti nella prima valigia per Bruxelles; mi pare esprimano una certa allusione alla mia casalinghitudine prossima ventura, ma va bene così: servirò la cena sulla tovaglia albanese (non garantisco che mi metterò il grembiule!) a tutti quanti avrò il piacere di rivedere e di ospitare quando sarò lì, nella capitale delle capitali di quelli che fanno questo lavoro.

Il dopo festa è stato fantastico: spediti quelli più piccoli a dormire, noi siamo rimasti lì a ridere non so più di cosa fino alle 4 del mattino. Forse era dall'università che non mi sentivo così. Se la mia vita procede (come procede) per cicli di 10 anni, questo sta per chiudersi. È che non riesco a immaginarmi cosa verrà dopo. Non riesco a immaginarmi che possa essere più straordinario di questo.


Ieri ho dovuto rinunciare a qualcosa. Perché crescere è farsi sempre nuove domande, ma anche imparare a rinunciare a certe piccole cose. Tipo: bere troppo e fare tardi la sera (perché poi ci vogliono tre giorni per riprendersi); o metterti quel jeans che ti stava benissimo a 20 anni e non riesci a buttarlo via (perché segnala crudamente che i 10 kili non li perderai mai più); o trattare le tue sorelle piccole come se ancora non sapessero badare a sé stesse (perché invece sono perfettamente capaci a sbagliare con la loro testa). Cose così, dentro e fuor di metafora.

Però va bene, e sono contenta. Perché - in compenso - forse raccoglierò una sfida che stavo cercando di evitare; perché il giorno prima un mio amico mi ha detto qualcosa che non avevo davvero capito; e soprattutto perché ho avuto uno dei sabato mattina più pieni di sole che mi ricordi a Tirana. Le sfumature sono tantissime: è questo che mi fa stare bene.

mercoledì 7 ottobre 2009

craquelé

Sto bene, è tutto a posto. Io sono a posto. La casa è in ordine, ho ritirato i vestiti in lavanderia, il bucato che avevo lasciato steso è piegato e stirato nei cassetti; la tv via cavo non funziona ma non ho fretta di farla sistemare: ogni sera uscendo dall'ufficio passo in videoteca; la connessione internet regge radio3 in streaming, e a volte ascolto la bbc in albanese (capisco una parola ogni 10 ma tengo il senso generale!) o la radio francese, incongruamente (da qui) concentrata sulle notizie da Parigi.
Domenica ho cucinato tutto il giorno per ingannare il tempo e ora ho il frigo pieno per la settimana. C'è più silenzio in casa; fa anche buio prima e la sera è fresco; arriva davvero l'autunno. Mi sono portata dei libri dall'Italia, per farmi compagnia.

Lunedì mattina stavo già bene, tutto era normale. Normale con le virgolette, ma normale. Tranne che non mi sono ancora tolta il cerchietto al naso e nessuno nel mio ufficio - stranamente - ha ancora protestato che "non è appropriato".

Immagino che sia una coping strategy come un'altra: svegliarmi la mattina e stare bene dove sto, sentirmi confortata da quello che mi risulta familiare, qualunque cosa sia ... compreso il cane Subdolo o il tombino aperto. Compreso il letto improvvisamente troppo grande.

Se non rischi mai di farti male, perdi tutto il succo della vita. Se ti fai solo male, d'altra parte, non ha senso. Bisogna trovare una qualche forma di equilibrio (anzi: di equilibrismo); e non perdere mai di vista - credo - l'emozione del gioco, lo stupore di quando eravamo bambini.

Io non sono infrangibile, nessuno lo è; eppure prendo un sacco di botte e spesso mi faccio male. A volte mi vanto dei miei lividi, per via delle storie di come me li sono procurati (fiera come un maschiaccio!). A volte soffro così profondamente che perdo il filo dei pensieri; o così stupidamente che non ne voglio nemmeno parlare. Non piango mai, quello è vero; perché grrrls don't cry. E qualcuno si fa persino l'idea che io sia solare.

Quando ero in Tunisia, andavamo tutti da Sadika a comprare degli oggetti di vetro lavorati a mano. I miei preferiti sono stati sempre quelli craquelé: vetri attraversati da leggerissime fratture, un disegno come di vene e stelle ma integri, perfettamente solidi; e bellissimi.

In questi momenti è così che mi piace pensarmi: comme du verre craquelé.

domenica 4 ottobre 2009

la verità ...

E allora diciamola la verità: che non è possibile. Non è possibile essere felici con questa vita, in questo modo, con l'anima sempre divisa in due. Possiamo raccontarci storie, ingannare il tempo, fare viaggi, raccoglierci sui divani e sulle terrazze, al caffè e attorno alle tavole imbandite. Possiamo ridere, scherzare, discutere, fare filosofia e persino letteratura. Possiamo trascorrere molte ore su skype, scrivere lunghe lettere, scambiarci foto e videostream; ma non è la stessa cosa.
La persona che amiamo è rimasta da qualche altra parte e essere felici è un'ipotesi, un ricordo o un migliore auspicio. Non qui e ora. Nessuno ci riesce: nemmeno quelli che se lo sono scelto, nemmeno i più allenati; nessuno resta indifferente al dolore e allo smarrimento del distacco.

Mi manca casa mia, quella dove abbiamo passato insieme i primi anni e dove credevo che avremmo vissuto per sempre. Mi manca l'uomo che ho scelto, che amo in tutte le piccole cose e che mi rende felice. Mi manca disperatamente, perché abbiamo preso due aerei diversi e ogni volta è uno strattone, sempre più forte, sempre più angosciante.

Domani starò bene; o farò come se.
Domani mi lascerò di nuovo sommergere dalle piccole e grandi inezie con cui si riempiono le mie giornate: lavoro, radiogiornale, corso di albanese, caffè o birra con gli amici, chi parte chi torna chi arriva, palestra, messimpiega, manicure sempre meno sobrie. Rido, scherzo, mi appassiono, mi guardo intorno, osservo e racconto.
Mi tengo impegnata, fino al prossimo aereo; e spero segretamente che il tempo passi in fretta.

Domani starò bene.

Oggi, però, vorrei che piovesse: piovesse a dirotto. Io non sono infrangibile ...

giovedì 1 ottobre 2009

trentatre

Odio il volo dell'alba. Sono nervosa e scontrosa e stravolta; la mancanza dello sportello schenghen e l'assoluta incapacità degli albanesi a fare la fila mi rendono del tutto politicamente scorretta. Sono a casa alle 10 e non so più nemmeno come si fa ad avviare la caldaia. Vado a letto e spengo la suoneria del cellulare; di tutti i cellulari; non ho portato il computer e il telefono fisso non dà segni di vita. Oggi compio 33 anni, ma per adesso voglio solo dormire.

Quando riemergo dalle mie nebbie sono quasi le 5. Il frigo è vuoto, Vince arriva stanotte e non ho avvisato quasi nessuno che sono qui; l'unica cosa che mi pare di aver voglia di fare è andarmene a Livorno. Mi metto jeans e scarpe da tennis, mi pettino i capelli all'infuori e - dal momento che butta pioggia - cerco una giacca; mi provo il giubbino di pelle e incredibilmente mi sta; da una scatolina sulla cassettiera recupero il cerchietto che prima portavo sempre al naso. Prima di fare questo lavoro, prima di questa vita. Nessuno che conosco a Tirana mi ha mai vista così, nemmeno in foto!

Chiudendo l'armadio mi guardo allo specchio e mi riconosco più del solito. Questa è Serena: Serena a 13 anni, Serena a 23. Non mi sono persa, non mi sono tradita; ho mantenuto le promesse che mi ero fatta e sono diventata la persona che volevo essere. Questo - solo questo - è veramente importante.

Tiro un sospiro di sollievo e corro giù a inseguire l'autobus. Una volta era il numero 8 e dietro c'era il mare; me lo ricordo come fosse adesso. Vent'anni sembrano un'eternità e non c'è niente che non mi ricordi per filo e per segno.

A me non è mai dispiaciuto invecchiare.