domenica 18 ottobre 2009

inseguire l'autobus

Del fine festa dell'altra sera ricordo precisamente l'immagine di noi tutti sui divani e quella sensazione di allegrezza senza spiegazioni di quando stai bene con le persone; per il resto, ho un ricordo del tutto vago di quello che ci siamo detti (mi dicono che in effetti avevo un'aria piuttosto vaga io stessa!).
So che mi sono brevemente riconnessa quando Fulvio parlava di com'è strano venire dal Sud Italia (Napoli) e trovarsi in una città del Centro-Nord (Bologna) in cui gli autobus hanno una tabella oraria e la rispettano. "Vero! - sono intervenuta io - La prima volta che ho aspettato un autobus a Pisa e ho scoperto che alla fermata c'è fisicamente una tabella con gli orari mi è sembrato di venire da un altro pianeta!". Per non parlare del tempo che mi ci è voluto a capire che, per ottimizzare i tempi di marcia, l'autobus si ferma solo a chiamata ... ma questa è un'altra storia.
A parte noi due, però, sui divani c'erano persone nate e cresciute da Roma in su, che ascoltavano questa specie di folklore con un minimo di perplessità.

Il punto è che "da noi", invece, gli autobus passano come capita: per quello impari a camminare - metti caso - sulla ringhiera di città vecchia chiacchierando col tuo gruppetto di amici e quando senti arrivare l'autobus corri, ché magari è il tuo e riesci a prenderlo al volo. Perché l'alternativa è aspettare inutilmente per secoli alla fermata oppure camminare infinatamente con la santa pazienza fino a casa, che a 15 anni sono entrambe soluzioni da veri perdenti.
Ne ho parlato con mia sorella ieri, e lei concorda; età diversa, scuola diversa, amici diversi, altri tragitti e stesso ricordo: corri!

Forse per questo, nella mia testa, ogni volta che incomincio una storia le prime scene sono di qualcuno che corre per prendere un mezzo (un treno, un aereo, un traghetto: qualsiasi), che altrimenti parte e potrebbe non passare mai più. Deve essere una specie di allegoria, anche se non so bene di cosa.

Comunque: giusto ieri sera siamo usciti a Roma per cena io, Valeria, Gianpaolo e due amici suoi; il posto vicino casa che avevamo scelto era pieno, quindi abbiamo deciso per un altro, a una significativa passeggiata di distanza; poi Gianpaolo ha visto arrivare il tram e ha lanciato "Ma quello va nella direzione giusta?"; "Sì ma ...", stava rispondendo qualcuno; "Dai: correre che ce la facciamo!". Nel mio cervello, in una frazione di secondo, la Serena integrata nella civilizzata Toscana ha pensato "Ma no: aspetteremo educatamente il prossimo"; e la Serena tuniso-albanese attuale ha risposto "Guarda un tram! Inshallah potessimo prenderlo"; e la Serena che aveva 15 anni a Taranto (proprio come Gianpaolo) automaticamente si è messa a correre dicendo "Ehi, è una sfida? Io sono campionessa mondiale di corsa alla fermata!".

E sì: siamo andati a cena in tram; e abbiamo rifatto la stessa scenetta anche al ritorno, con quel minimo di aggravante delle due bottiglie di vino rispetto alla prontezza di riflessi di cui potevamo disporre. E lo so che non sta bene farlo (specie perché abbiamo tutti trent'anni suonati) e sono sinceramente grata e contenta quando abito in posti in cui non c'è bisogno di farlo. Epperò ...

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