mercoledì 7 ottobre 2009

craquelé

Sto bene, è tutto a posto. Io sono a posto. La casa è in ordine, ho ritirato i vestiti in lavanderia, il bucato che avevo lasciato steso è piegato e stirato nei cassetti; la tv via cavo non funziona ma non ho fretta di farla sistemare: ogni sera uscendo dall'ufficio passo in videoteca; la connessione internet regge radio3 in streaming, e a volte ascolto la bbc in albanese (capisco una parola ogni 10 ma tengo il senso generale!) o la radio francese, incongruamente (da qui) concentrata sulle notizie da Parigi.
Domenica ho cucinato tutto il giorno per ingannare il tempo e ora ho il frigo pieno per la settimana. C'è più silenzio in casa; fa anche buio prima e la sera è fresco; arriva davvero l'autunno. Mi sono portata dei libri dall'Italia, per farmi compagnia.

Lunedì mattina stavo già bene, tutto era normale. Normale con le virgolette, ma normale. Tranne che non mi sono ancora tolta il cerchietto al naso e nessuno nel mio ufficio - stranamente - ha ancora protestato che "non è appropriato".

Immagino che sia una coping strategy come un'altra: svegliarmi la mattina e stare bene dove sto, sentirmi confortata da quello che mi risulta familiare, qualunque cosa sia ... compreso il cane Subdolo o il tombino aperto. Compreso il letto improvvisamente troppo grande.

Se non rischi mai di farti male, perdi tutto il succo della vita. Se ti fai solo male, d'altra parte, non ha senso. Bisogna trovare una qualche forma di equilibrio (anzi: di equilibrismo); e non perdere mai di vista - credo - l'emozione del gioco, lo stupore di quando eravamo bambini.

Io non sono infrangibile, nessuno lo è; eppure prendo un sacco di botte e spesso mi faccio male. A volte mi vanto dei miei lividi, per via delle storie di come me li sono procurati (fiera come un maschiaccio!). A volte soffro così profondamente che perdo il filo dei pensieri; o così stupidamente che non ne voglio nemmeno parlare. Non piango mai, quello è vero; perché grrrls don't cry. E qualcuno si fa persino l'idea che io sia solare.

Quando ero in Tunisia, andavamo tutti da Sadika a comprare degli oggetti di vetro lavorati a mano. I miei preferiti sono stati sempre quelli craquelé: vetri attraversati da leggerissime fratture, un disegno come di vene e stelle ma integri, perfettamente solidi; e bellissimi.

In questi momenti è così che mi piace pensarmi: comme du verre craquelé.

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