
Niente da fare: stamattina sono cascata dal letto e più sono stanca meno riesco a dormire. Ho un sacco di pensieri e di tensione e tutto a causa del lavoro, cosa che mi fa ammattire, visto che fare la consulente invece che la dipendente dovrebbe giustappunto permettermi di staccare la spina in ogni momento. C'è qualcosa che non funziona in questa relazione: probabilmente si avvicina la data di scadenza.
Mi sono infilata le scarpe e sono scesa tipo zombie, in modo da far cambiare l'aria dentro casa: ho il dubbio di non essere raffreddata ma allergica - a non so cosa - e comunque questa casa è troppo piccola per contenere il mio malumore. La fruttivendola mi ha fermata per farmi un incomprensibile discorso in albanese, dal quale credo di aver capito che mi stesse chiedendo in quale giorno di novembre mi sposo e se andiamo in viaggio di nozze; solo che noi abbiamo sempre detto di essere già sposati, quindi capace che non ho capito niente (erano anche le 8:15 di domenica mattina, a mia discolpa) ... Devo recuperare il numero di telefono dell'insegnante di albanese se davvero intendo restare qui fino alla fine della prossima estate.
Sono andata all'Artist, la mia oasi di pace e coccole. Ho ordinato un nescafé shiumoso e una crepe alla marmellata, che mi è arrivata guarnita di due piccole pallozze rosso vivo simili a ricci vegetali; ho chiesto come si chiamano e naturalmente la risposta è stata "non c'è traduzione: è una cosa che esiste solo in Albania". Come quella volta delle more ... Nel dubbio, ho controllato su wikipedia, e sono corbezzoli: non specialmente buoni ma con un impatto visivo notevole. Ho visto che le signore che vengono dalle montagne li vendono dentro i cartocci all'angolo delle strade. Qui si trovano in gran quantità anche delle altre bacche che, sulla base di mie ricerche iconografiche su internet, ritengo siano le famose giuggiole. Corbezzoli e giuggiole: sono due parole talmente antiche che nessuno nato dopo il 1970 sa associarle a un'immagine, ancora meno a un sapore!
E' vero: l'Albania non è un Paese esotico e non offre niente di paragonabile all'emozione di assaggiare a colazione, insieme al tè e pane burro e marmellata, un vero mango (vero nel senso di appena raccolto sull'albero, non maturato in serra e trasportato al supermercato italiano) o una papaja, come succede in Africa. Eppure, io trovo affascinante questo passato così-vicino-così-lontano, questa cultura della montagna povera, la sapienza dei boschi che in Europa si è quasi persa e che qui sopravvive, in certe piccole cose; esiste, tanto per dirne una, una tradizione molto peculiare di farmacopea officinale documentata dagli antropologi.
L'Albania mi piace perché la vedo come una seconda chanche per il sud Italia, per non fare gli stessi errori, per trovare allo sviluppo soluzioni nuove più adatte, più eque anche. Forse è questa sensazione - personalissima, mi rendo conto - che mi fa avere voglia di restare qui, nonostante tutto. Forse è per questo che voglio rimanere convinta che loro ce la possono fare: perché questa terra dia una possibilità alla mia, di terra, quella da cui sono partita per sempre.
Perché a volte bisogna credere anche nelle cose meno probabili, nel 5% alla coda della curva normale che cade fuori dall'intervallo di confidenza; così, senza una vera ragione, ma crederci. A volte, dicono, funziona.
Mi sono infilata le scarpe e sono scesa tipo zombie, in modo da far cambiare l'aria dentro casa: ho il dubbio di non essere raffreddata ma allergica - a non so cosa - e comunque questa casa è troppo piccola per contenere il mio malumore. La fruttivendola mi ha fermata per farmi un incomprensibile discorso in albanese, dal quale credo di aver capito che mi stesse chiedendo in quale giorno di novembre mi sposo e se andiamo in viaggio di nozze; solo che noi abbiamo sempre detto di essere già sposati, quindi capace che non ho capito niente (erano anche le 8:15 di domenica mattina, a mia discolpa) ... Devo recuperare il numero di telefono dell'insegnante di albanese se davvero intendo restare qui fino alla fine della prossima estate.
Sono andata all'Artist, la mia oasi di pace e coccole. Ho ordinato un nescafé shiumoso e una crepe alla marmellata, che mi è arrivata guarnita di due piccole pallozze rosso vivo simili a ricci vegetali; ho chiesto come si chiamano e naturalmente la risposta è stata "non c'è traduzione: è una cosa che esiste solo in Albania". Come quella volta delle more ... Nel dubbio, ho controllato su wikipedia, e sono corbezzoli: non specialmente buoni ma con un impatto visivo notevole. Ho visto che le signore che vengono dalle montagne li vendono dentro i cartocci all'angolo delle strade. Qui si trovano in gran quantità anche delle altre bacche che, sulla base di mie ricerche iconografiche su internet, ritengo siano le famose giuggiole. Corbezzoli e giuggiole: sono due parole talmente antiche che nessuno nato dopo il 1970 sa associarle a un'immagine, ancora meno a un sapore!
E' vero: l'Albania non è un Paese esotico e non offre niente di paragonabile all'emozione di assaggiare a colazione, insieme al tè e pane burro e marmellata, un vero mango (vero nel senso di appena raccolto sull'albero, non maturato in serra e trasportato al supermercato italiano) o una papaja, come succede in Africa. Eppure, io trovo affascinante questo passato così-vicino-così-lontano, questa cultura della montagna povera, la sapienza dei boschi che in Europa si è quasi persa e che qui sopravvive, in certe piccole cose; esiste, tanto per dirne una, una tradizione molto peculiare di farmacopea officinale documentata dagli antropologi.
L'Albania mi piace perché la vedo come una seconda chanche per il sud Italia, per non fare gli stessi errori, per trovare allo sviluppo soluzioni nuove più adatte, più eque anche. Forse è questa sensazione - personalissima, mi rendo conto - che mi fa avere voglia di restare qui, nonostante tutto. Forse è per questo che voglio rimanere convinta che loro ce la possono fare: perché questa terra dia una possibilità alla mia, di terra, quella da cui sono partita per sempre.
Perché a volte bisogna credere anche nelle cose meno probabili, nel 5% alla coda della curva normale che cade fuori dall'intervallo di confidenza; così, senza una vera ragione, ma crederci. A volte, dicono, funziona.
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