lunedì 15 settembre 2008

una valigia piena di niente

Quando Vince non c'era, a Tunisi, avevo preso l'abitudine di dormire nella stanzetta degli ospiti, nel letto singolo. Qui ho scelto apposta una casa più piccola: per sentirmi meno sola quando sono sola; al massimo potrei spostarmi a dormire sul divano ma - come il mio amico Quaini ha potuto sperimentare - il frigo non è nuovo e fa un rumore pazzesco che non concilia il sonno.

Ho comprato degli altri libri di grammatica francese, come se per l'ennesima volta pretendessi che sto preparando il DALF. Mi ripeto che è perché "se eventualmente Bruxelles", ma so che non è vero. È invece che - confusamente - il francese fa parte della mia vita a Tunisi e laggiù avevo una specie di famiglia, che qui mi manca.

Lo so che succede. E questi post-it che incollo sullo schermo sono l'unico filo che ancora mi tiene lì. L'altra sera una collega che fino a pochi mesi fa era in Angola mi ha chiesto: "ti manca la Tunisia?". "No", ho risposto io. Ed è vero: non mi manca; mi piace stare qui, mi divertono i bunker, la pioggia, i profili delle montagne. Eppure quando Rym mi parla del "nostro quartiere" so che sinceramente apparterrò ancora a lungo a quel mondo immaginato/immaginario fatto di luce intensa, blu perfetto, il rumore delle onde, la campanella del métro léger che passa in centro, francesi e italiani impiantati a La Marsa senza quasi più ricordarsi perché.

Andrea mi ha portato una mini chicha in regalo, e ha anche lasciato qui - senza saperlo - questa specie di valigia piena di niente che aveva dietro, fatta di parole in tunisino che mi tornavano improvvisamente sulla lingua (come un codice segreto fra di noi: un farfallino per grandi!), abitudini private e insignificanti, volti che mi ricordo, toni di voce, momenti. Soprattutto momenti. Non so cosa darei, adesso come adesso, per mangiare un vero gelato ...

Nessun commento: