A me piaccione le persone, davvero: mi affascinano. Mi piace osservarle, frequentarle, conoscerle, mi piacciono le loro storie. E' come guardare le serie in tv, con la differenza che le storie vere sono enormemente più interessanti e imprevedibili, quindi più belle. Io sono curiosa per natura, e mi appassiono.
Quando abitavo a via Montello e stavo per finire il mio dottorato, Nicolone una volta mi fa: "serena, ma tu cos'è che studi? demografia? e che sarebbe?". Io glielo spiego a parole semplici: la popolazione, misurare e interpretare la società, i fenomeni più direttamente legati alla vita: nascite, morti, spostamenti, malattie, lavoro, istruzione, comportamenti ... Lui mi guarda assorto e risponde: "insomma, conti le persone". Resto un attimo perplessa: non credo, non direi, non esattamente ... Ma questo era il bello della mia vita di quegli anni: avere attorno gente che mi costringeva a guardare sempre le cose da un'altra prospettiva, ancora meno scontata, ancora più sfumata.
Conto le persone? Proprio io, che mi rendo la carriera accademica difficile perché di ogni indicatore vedo chiaramente la povertà "esplicativa", il limite narrativo, quello che si chiama tecnicamente "il danno", cioè la perdita di informazioni? Io, che della curva normale ho sempre trovato appassionanti solo le code?
Non conto le persone. Le rac-conto, sì. "Contare" e "raccontare" si dice con la stessa parola in certe lingue, per esempio in spagnolo. E io osservo e racconto, da tutta la vita: è il mio modo di stare al mondo, come a un cinematografo infinito. E scrivo, ma solo a volte. Le persone mi piacciono, e quel dialogo con Nicolone è un altro dei miei ricordi preferiti.
Quando abitavo a via Montello e stavo per finire il mio dottorato, Nicolone una volta mi fa: "serena, ma tu cos'è che studi? demografia? e che sarebbe?". Io glielo spiego a parole semplici: la popolazione, misurare e interpretare la società, i fenomeni più direttamente legati alla vita: nascite, morti, spostamenti, malattie, lavoro, istruzione, comportamenti ... Lui mi guarda assorto e risponde: "insomma, conti le persone". Resto un attimo perplessa: non credo, non direi, non esattamente ... Ma questo era il bello della mia vita di quegli anni: avere attorno gente che mi costringeva a guardare sempre le cose da un'altra prospettiva, ancora meno scontata, ancora più sfumata.
Conto le persone? Proprio io, che mi rendo la carriera accademica difficile perché di ogni indicatore vedo chiaramente la povertà "esplicativa", il limite narrativo, quello che si chiama tecnicamente "il danno", cioè la perdita di informazioni? Io, che della curva normale ho sempre trovato appassionanti solo le code?
Non conto le persone. Le rac-conto, sì. "Contare" e "raccontare" si dice con la stessa parola in certe lingue, per esempio in spagnolo. E io osservo e racconto, da tutta la vita: è il mio modo di stare al mondo, come a un cinematografo infinito. E scrivo, ma solo a volte. Le persone mi piacciono, e quel dialogo con Nicolone è un altro dei miei ricordi preferiti.
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