La scuola per me finisce oggi, con queste 6 (SEI) ore di EU migration law and policy, che sono state la parte decisamente migliore di tutto il corso. Stasera riparto per Roma, domattina ho il cast.
Ho proposto un saggio finale su "Approaching migration and development via labour policies: the case of pre-accession Albania", che mi è stato accettato. Non sono obbligata a farlo, potrei tenermi il certificato di frequenza, passare un agosto spensierato e evitare di scrivere un articolo scientifico da sottomettere al giudizio del collegio dei docenti per conseguire un diploma che, di fatto, non mi serve a niente. Ma sono recidiva e incorreggibile: mi secca rinunciare di fronte a una sfida. Ho cercato, evidentemente, un compromesso e ho selezionato un tema molto specifico che comporta studiarmi una documentazione che mi torna comunque utile (volevo scrivere "di cui ho bisogno", ma mi è rimasto nella tastiera ...) per il mio lavoro.
Ho molti pensieri abbozzati nella testa dopo questa esperienza, e cercherò di metterli giù in ordine nei prossimi post. Ora è il momento di chiudere e di avviarmi alla stazione. Solo una riflessione, a proposito di quello che in filosofia si chiama "sapere situato" e a proposito anche - più semplicemente - di quello che la vita suggerisce.
Questa scuola è riservata a migration experts. Io sono quella che sono, notoriamente senza radici, e sono quasi la più sfigata di tutti qua dentro. La ragazza seduta accanto a me è greco-egiziana e viveva a Bruxelles prima di venire a studiare all'IUE. Accanto ancora una francese di orgini burkinabé che ha vissuto in Mali, poi è tornata in Francia, poi ha reclamato la cittadinanza del Burkina Faso per scoprire infine che un passaporto europeo è molto più comodo di uno africano per attraversare le frontiere, anche in Africa. Poi c'è una ragazza australiana che ha fatto le scuole superiori e l'università in Francia e ora sta chiedendo la cittadinanza francese, anche se in effetti abita fra Napoli e Fier perché studia l'emigrazione albanese in Campania. Un'americana con una faccia completamente irlandese e un cognome libanese, sposata a un italiano, che ora lavora in UK. Una mezza messicana mezza spagnola che studia in Francia ma sta per trasferirsi negli USA. Un'altra messicana che abita in Spagna. Una turca che ha studiato in Olanda; una moldava che insegna in Francia; un'altra moldava che lavora a Bruxelles (sua sorella vive a Londra con un inglese mezzo indiano); un'italiana che vive in Portogallo, un'altra in Olanda. E così via.
Studiare le migrazioni aumenta la mobilità personale? O viceversa? Io ho una sola cittadinanza, un solo passaporto, statisticamente non è chiaro se posso essere considerata emigrata oppure no (praticamente sono un'immigrata in situazione irregolare in Albania, il che è abbastanza ironico). Sono mobilissima, su questo non c'è dubbio. Studiamo quello che siamo? Ci applichiamo alla ricerca scientifica per capire qualcosa di noi stessi?
Ma soprattutto: quanto è univoca la risposta alla domanda "da dove vieni"? Sfumature ...
Ho proposto un saggio finale su "Approaching migration and development via labour policies: the case of pre-accession Albania", che mi è stato accettato. Non sono obbligata a farlo, potrei tenermi il certificato di frequenza, passare un agosto spensierato e evitare di scrivere un articolo scientifico da sottomettere al giudizio del collegio dei docenti per conseguire un diploma che, di fatto, non mi serve a niente. Ma sono recidiva e incorreggibile: mi secca rinunciare di fronte a una sfida. Ho cercato, evidentemente, un compromesso e ho selezionato un tema molto specifico che comporta studiarmi una documentazione che mi torna comunque utile (volevo scrivere "di cui ho bisogno", ma mi è rimasto nella tastiera ...) per il mio lavoro.
Ho molti pensieri abbozzati nella testa dopo questa esperienza, e cercherò di metterli giù in ordine nei prossimi post. Ora è il momento di chiudere e di avviarmi alla stazione. Solo una riflessione, a proposito di quello che in filosofia si chiama "sapere situato" e a proposito anche - più semplicemente - di quello che la vita suggerisce.
Questa scuola è riservata a migration experts. Io sono quella che sono, notoriamente senza radici, e sono quasi la più sfigata di tutti qua dentro. La ragazza seduta accanto a me è greco-egiziana e viveva a Bruxelles prima di venire a studiare all'IUE. Accanto ancora una francese di orgini burkinabé che ha vissuto in Mali, poi è tornata in Francia, poi ha reclamato la cittadinanza del Burkina Faso per scoprire infine che un passaporto europeo è molto più comodo di uno africano per attraversare le frontiere, anche in Africa. Poi c'è una ragazza australiana che ha fatto le scuole superiori e l'università in Francia e ora sta chiedendo la cittadinanza francese, anche se in effetti abita fra Napoli e Fier perché studia l'emigrazione albanese in Campania. Un'americana con una faccia completamente irlandese e un cognome libanese, sposata a un italiano, che ora lavora in UK. Una mezza messicana mezza spagnola che studia in Francia ma sta per trasferirsi negli USA. Un'altra messicana che abita in Spagna. Una turca che ha studiato in Olanda; una moldava che insegna in Francia; un'altra moldava che lavora a Bruxelles (sua sorella vive a Londra con un inglese mezzo indiano); un'italiana che vive in Portogallo, un'altra in Olanda. E così via.
Studiare le migrazioni aumenta la mobilità personale? O viceversa? Io ho una sola cittadinanza, un solo passaporto, statisticamente non è chiaro se posso essere considerata emigrata oppure no (praticamente sono un'immigrata in situazione irregolare in Albania, il che è abbastanza ironico). Sono mobilissima, su questo non c'è dubbio. Studiamo quello che siamo? Ci applichiamo alla ricerca scientifica per capire qualcosa di noi stessi?
Ma soprattutto: quanto è univoca la risposta alla domanda "da dove vieni"? Sfumature ...
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