domenica 17 agosto 2008

i camerieri

Il settore turistico-alberghiero in Albania rappresenta un potenziale incredibile; per il momento, però, più che di “industria” si può parlare - a grandi linee - di “artigianato” alberghiero e, considerando che fino a poco tempo fa il Paese viveva nel più totale isolamento, mi sento di dire che sono stati già fatti dei passi da gigante.

Le imprese nel settore (in qualsiasi settore in effetti) sono familiari; uno, massimo due componenti sono spesso ex emigrati che hanno imparato in Italia il mestiere - non necessariamente esercitandolo: ho incontrato dei maitres de salle ex operai edili - e il modo di fare il business e di trattare la clientela; molte costruzioni sono abusive perché la questione fondiaria è ancora del tutto aperta qui, e l'investimento è rischioso. Ma loro, come spesso ripeto, sono spinti da uno spirito di intrapresa impressionante (forse le Istituzioni dovrebbero guidare e orientare il mercato privato per salvaguardare i “beni pubblici” tipo la sicurezza sul lavoro o il parco naturale, ma confido che ci arriveranno).

La conduzione familiare dell'impresa ha inevitabilmente dei limiti. Più la stagione si fa alta, ad esempio, più si abbassa l'età media (e l'esperienza) dei camerieri, nel senso che piuttosto che reclutare un estraneo si mette a bottega il cugino piccolo, molto piccolo. Inoltre nessuna famiglia è talmente allargata da permettere la turnazione: il personale è fisso 24 ore su 24 e chiaramente ne risulta provato. Ma la cosa più sintomatica è che se il patron deve pensare a tutto, da gestire la sala e la cassa sia a pranzo che a cena fino a curare i rapporti coi fornitori, è inevitabile che si creino dei cortocircuiti ...
Il primo giorno quando ci hanno rifatto la stanza ci hanno buttato via delle saponette appena scartate per cambiarcele con un paio nuovo: noi che siamo environment sensitive stile nord-europeo, l'abbiamo trovato uno spreco ma abbiamo pensato che magari qui “fa moderno”; ieri però abbiamo trovato al posto delle saponette una dotazione extra di boccette di shampoo e solo due asciugamani da doccia: pensando - ingenuamente - si trattasse di una svista, Vince è andato a cercare quello che mancava, per scoprire che le saponette sono finite e gli asciugamani piccoli puliti anche. Oggi dopo pranzo siamo andati in un ristorante affollatissimo per il caffè; io mi sono allontanata un attimo a scegliere il gelato e al ritorno Vince, costernato, mi ha annunciato: è finito il caffè. Come può FINIRE il caffè in un ristorante?
Tuttavia, io reagisco in modo molto zen a queste situazioni. Per lavoro parlo a volte con gli imprenditori, capisco lo sforzo enorme che fanno per inventarsi praticamente il mercato, conosco i loro problemi e resto ammirata. Perché non si può proprio dire che non si ammazzino di lavoro né che il contesto istituzionale sia particolarmente business friendly, quindi quelli che riescono a stare a galla devono essere davvero avanti.

Poi i camerieri, in particolare, ci piacciono: sono reattivi, risolvono i problemi, propongono soluzioni alternative, gli diamo delle grosse mance perché siamo ancora stupiti tutte le volte dalla precisa rispondenza fra quello che ordiniamo e quello che ci portano in tavola. Credo anche che l'Albania sia finora il Paese in cui essere vegetariana mi ha creato meno difficoltà: anzitutto la rivelazione di questo mio status non genera panico e sconcerto - che è già un passo avanti - e soprattutto non ho più bisogno di quelle ridondanti specificazioni del tipo “non mangio carne né pesce: NEMMENO tonno e NEMMENO pollo” a cui avevo fatto l'abitudine in Tunisia; e questo persino in un posto di montagna dove ci siamo fatti l'idea che la base della dieta sia l'agnello arrosto (di cui, contrariamente al caffè, sembrano avere scorte inesauribili).
Oggi alla fine abbiamo preso il caffè in una specie di ristorante/chiosco con l'aria di un prefabbricato smontabile, clientela esclusivamente albanese; il nostro livello di competenza linguistica ci consente di ordinare comprensibilmente nje kafe dhe nje makiato, ma intanto che mi chiedevo come avrei potuto a gesti farmi spiegare cos'era una specie di gelatina a cubetti che avevo identificato come il possibile dessert locale, la signora ci ha autorevolmente messi a sedere da una parte dove non stessimo fra i piedi e ce ne ha offerto una bella piattata mentre aspettavamo il caffè (Vincenzo dice che è perché si è accorta che osservavo la cosa con aria interrogativa: fantastico).

Abbiamo assaggiato tutto il menu locale, che è anche praticamente l'unico disponibile: agnello arrosto, salsa di yogurt, insalata tipo greca con delle olivette amare e una feta troppo puzzona persino per me, formaggio fritto, riso con sugo di agnello, polenta con fegatelli, yogurt col miele locale e questa gelatina di noci. Io ho ottenuto senza troppi sforzi un piatto di spaghetti con un sugo di pomodoro semplice e profumato e persino delle penne con spinaci e gorgonzola. Il tutto accompagnato con delle belle Korça piccole, che per ora sono le nostre birre preferite.

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