domenica 20 aprile 2008

paesaggi incongrui

Stamattina c'era il sole, un bel sole di primavera di quelli che scaldano tantissimo. Ho approfittato di un passaggio (ma non da uno sconosciuto) per fare una gita fuori Tirana, di quelle fortemente raccomandate per prendere fiato da tutto questo smog della città.

Come prima tappa siamo saliti sul monte Dajti, dove c'è come un belvedere su Tirana. Mi dicono che ci si può arrivare anche con una comoda (e sicura?) funicolare (o funivia? essendo cresciuta nella regione più piatta d'Italia, la differenza mi sfugge...) e che il passaggio è suggestivo, oltre che senz'altro più corto e probabilmente più agevole di quello in auto. Poi siamo andati a Petrela, dove c'è quello che resta di uno dei castelli del sistema difensivo di Skanderberg. Pare che i diversi castelli potessero comunicare fra loro con un sistema di lanterne. Quello che c'è oggi è un piccolo bar-ristorante che la guida Bradt (praticamente l'unica sul mercato dedicata interamente all'Albania) definisce benignamente “incongruo”. E “incongruo” è sicuramente la parola adatta per questo paesaggio di pendii verdeggianti scavato e sventrato e edificato come nella peggiore tradizione della speculazione edilizia degli anni Sessanta in Italia e nel sud della Spagna. Alcuni edifici sono più che incongrui: francamente osceni.
Mi pare di capire che questo renda l'idea di quello che sta succedendo in tutto il Paese. Lo spirito d'iniziativa non manca, e oramai ci sono anche i soldi, spesso in cash, da investire (nella migliore delle ipotesi le rimesse degli emigranti o i risparmi di quelli che sono tornati); il problema è che non c'è una guida, un piano regolatore, una normativa di qualsiasi genere che prevenga lo scempio. I materiali da costruzione di ogni tipo sono accatastati ovunque. Fino a pochi anni fa l'Albania era considerata l'ultimo paese “wild” d'Europa; ma fra poco non ci sarà più niente da vedere e ovunque si avrà questa strana sensazione - che già a Tirana, per esempio, è molto forte - di trovarsi in una qualsiasi provincia (brutta) del sud Italia. Della Puglia, in particolare; anzi, del baresotto. Una roba stile “lacapagira”, non so se mi spiego. E confesso che la prospettiva di questo déjà-vu mi risulta un po' urtante.
E del resto: passare dall'oggi al domani da una dittatura comunista, paranoide e isolazionista al libero mercato anarco-capitalista, da solo Stato a niente Stato... nessun Paese poteva uscirne indenne. E si nota...

Sempre a proposito di incongruità (ma stavolta interiore), a un certo punto mi ha chiamato Matteo da Rjim Maatoug, che è un posto in cui devi avere davvero una buona ragione per andarci a passare dieci giorni. In mezzo al nulla ma con un sacco di palme; e i famosi datteri più buoni del mondo, i deglet nour. In meno di un secondo ero di nuovo là, con la mia magliettina celeste e il cappello di paglia dei contadini del sud, impegnata a farmi rispettare da non so più quali gradi della gerarchia militare dell'Esercito tunisino.

E' come la storia di tenere un piede in due scarpe: non si può. E un solo cuore in due luoghi così lontani - nessuno dei quali è casa mia - nemmeno. Ma “casa” è dove abita il nostro cuore ... motivo per cui, infatti, mi capita di soffrire di questa strana multiple homesickness!
Comunque, va bene così: la curiosità che mi muove resta la cosa più importante. Del resto, essendo io priva di precise ambizioni e ampi progetti; essendo la mia vita in questa fase pending rispetto a un'ipotesi bruxelloise che ho smesso di ignorare; essendo nata e cresciuta insofferente per la terra ferma; tutto ciò considerato, quello che conta è essere in viaggio, e avere cose da raccontare. Perché spesso mi capita di invidiare le persone della mia età (o anche più giovani di me) che avevano le idee chiare fin dall'inizio su quello che volevano nella vita e hanno agito di conseguenza e ora sono esattamente dove si immaginavano di essere. Le invidio perché guardo al mio percorso personale e vedo chiaramente che non ho mai capito come si leggevano le cartine e ogni volta che potevo fare una scelta semplice e chiara non ho potuto impedirmi di fare invece quella scomoda e contorta, fra cui lasciare la Tunisia. Salvo poi cercare di darmi - come tutti - delle giustificazioni a posteriori assai ragionevoli e piene di senso, anche letterario. Eppure, se scavo molto sinceramente nei miei ricordi di bambina, io lo so cosa volevo dalla vita. Scrivere e viaggiare. Niente di meno di quello che sto facendo adesso. Certo, crescendo ho scoperto che collateralmente avrei dovuto anche lavorare per permettermelo, ma la sostanza non cambia. E i miei percorsi forse alla fine dei conti non sono contorti: solo un pochino inusuali.

Scrivo per chi può capirmi. Perché se non fossimo curiosi non faremmo questi mestieri. E anche il pensiero del tombino aperto, un giorno, mi farà sorridere. Perché la vita è quello che ci facciamo capitare. E io a Pisa mi annoiavo.

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