È tardissimo, il fatto è che è già tardissimo e che ero già stanca da prima e anche che io il pub scrolling non l'ho mai potuto soffrire. Comunque mi rassegno: tutti sembrano più svegli e più in forma di me ...
Oggi nel pomeriggio abbiamo abbandonato Antonio al suo destino di riunioni e abbiamo provato a vagolare per Mitrovica. Il paesaggio urbano non è specialmente incoraggiante. Ci siamo ritrovati a un certo punto al mercato, dove un signore piuttosto gentile ha cercato di contrattare con Marco (che era l'unico maschio del gruppo, ergo il capo!) un possibile matrimonio con me; io l'ho detto che ero già sposata, ma forse in quanto femmina non ero troppo credibile.
Poi ci siamo addentrati in un negozio di souvenir, dove ho trovato una cosa che cercavo dal momento stesso che siamo atterrati in Kossovo: la divisa della nazionale. Rapido scambio di sms internazionali (santa tecnologia moderna!) per verificare la taglia col diretto interessato, il buon Quaini (quello che non è un personaggio inventato), che immancabilmente manifesta massimo rispetto.
Allora, qui la storia si fa un pochino intricata. Il fatto è che mesi fa, in uno dei nostri primi scambi di email (e simpatici mismatch comunicativi, che ancora oggi segnano varie nostre conversazioni), Antonio mi ha segnalato il blog di un suo amico che scrive dal Kossovo. Uno dei miei post preferiti - fra quelli che ho letto - spiegava l'incredibile storia della nazionale che non c'è. Anzi, per esserci c'è, ma non è riconosciuta dalla Fifa, quindi non può giocare nei campionati internazionali e gioca solo in una specie di torneo delle "nazioni senza stato", assieme tipo alla Palestina, al Kurdistan e altre squadre meno condivisibili. Quindi la divisa non è proprio "ufficiale", è un po' farlocca.
Mi sembrava giusto che il mio amico Quaini - che dal suo viaggio in Albania si è portato a casa la divisa della nazionale shqiptare - avesse anche questa.
Ascolto distrattamente le conversazioni al tavolo. Antonio parla col suo collega serbo/kosovaro; a un certo punto gli dice i nostri programmi per domani: siamo diretti in un posto che sia chiama Skenderaj. Esita un attimo, è fuori allenamento; poi gli viene in mente: a Srbrica, domani andiamo a Srbrica.
Ci ho fatto caso perché è una delle prime cose che mi aveva raccontato della vita in Kossovo: l'ansia dei toponomi. L'etichetta internazionale prescrive di utilizzare sempre la doppia dizione, quella in albanese e quella in serbo; prima si mette il nome nella lingua della comunità maggioritaria, poi l'altro. Esempio: Prishtìna/Prìština. Nella maggior parte dei casi, il nome in realtà è uno e suona uguale per tutti, solo che si trascrive in modo leggermente diverso in albanese o in serbo. A volte, invece, sono parole del tutto diverse e questo capita specialmente nelle zone più contese, come Skenderaj/Srbrica. In più: quando parli con un serbo è buona educazione usare i nomi in serbo, anche di località abitate al 100% da albanesi; e viceversa. Ugualmente, per riferirsi a un luogo di culto ortodosso che si trova in una località albanese, si usa il nome in serbo; quindi la città è Peja/Peć, ma il Patriarcato è di Peć.
Già a spiegarlo mi ci viene mal di testa. La toponomastica, qui, è un campo minato.
Oggi nel pomeriggio abbiamo abbandonato Antonio al suo destino di riunioni e abbiamo provato a vagolare per Mitrovica. Il paesaggio urbano non è specialmente incoraggiante. Ci siamo ritrovati a un certo punto al mercato, dove un signore piuttosto gentile ha cercato di contrattare con Marco (che era l'unico maschio del gruppo, ergo il capo!) un possibile matrimonio con me; io l'ho detto che ero già sposata, ma forse in quanto femmina non ero troppo credibile.
Poi ci siamo addentrati in un negozio di souvenir, dove ho trovato una cosa che cercavo dal momento stesso che siamo atterrati in Kossovo: la divisa della nazionale. Rapido scambio di sms internazionali (santa tecnologia moderna!) per verificare la taglia col diretto interessato, il buon Quaini (quello che non è un personaggio inventato), che immancabilmente manifesta massimo rispetto.
Allora, qui la storia si fa un pochino intricata. Il fatto è che mesi fa, in uno dei nostri primi scambi di email (e simpatici mismatch comunicativi, che ancora oggi segnano varie nostre conversazioni), Antonio mi ha segnalato il blog di un suo amico che scrive dal Kossovo. Uno dei miei post preferiti - fra quelli che ho letto - spiegava l'incredibile storia della nazionale che non c'è. Anzi, per esserci c'è, ma non è riconosciuta dalla Fifa, quindi non può giocare nei campionati internazionali e gioca solo in una specie di torneo delle "nazioni senza stato", assieme tipo alla Palestina, al Kurdistan e altre squadre meno condivisibili. Quindi la divisa non è proprio "ufficiale", è un po' farlocca.
Mi sembrava giusto che il mio amico Quaini - che dal suo viaggio in Albania si è portato a casa la divisa della nazionale shqiptare - avesse anche questa.
Ascolto distrattamente le conversazioni al tavolo. Antonio parla col suo collega serbo/kosovaro; a un certo punto gli dice i nostri programmi per domani: siamo diretti in un posto che sia chiama Skenderaj. Esita un attimo, è fuori allenamento; poi gli viene in mente: a Srbrica, domani andiamo a Srbrica.
Ci ho fatto caso perché è una delle prime cose che mi aveva raccontato della vita in Kossovo: l'ansia dei toponomi. L'etichetta internazionale prescrive di utilizzare sempre la doppia dizione, quella in albanese e quella in serbo; prima si mette il nome nella lingua della comunità maggioritaria, poi l'altro. Esempio: Prishtìna/Prìština. Nella maggior parte dei casi, il nome in realtà è uno e suona uguale per tutti, solo che si trascrive in modo leggermente diverso in albanese o in serbo. A volte, invece, sono parole del tutto diverse e questo capita specialmente nelle zone più contese, come Skenderaj/Srbrica. In più: quando parli con un serbo è buona educazione usare i nomi in serbo, anche di località abitate al 100% da albanesi; e viceversa. Ugualmente, per riferirsi a un luogo di culto ortodosso che si trova in una località albanese, si usa il nome in serbo; quindi la città è Peja/Peć, ma il Patriarcato è di Peć.
Già a spiegarlo mi ci viene mal di testa. La toponomastica, qui, è un campo minato.
http://www.samopravo.net/
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