Dopo la spooky night nel trucido "albergo", conquistiamo il diritto a una colazione di coccole e torniamo nella bakery dove eravamo già stati ieri mattina - ancora troppo rintronati dal viaggio per rendercene perfettamente conto. Croissant, cheese-cake, torta di carota ... verandina di legno, tovaglie a scacchi, clientela internazionale (ma quanti militari stranieri per abitante ci saranno in questo posto?); al tavolo dietro di me qualcuno sta dando un'intervista a dei giornalisti che parlano inglese. Good morning again, Prishtina!
La nostra destinazione di oggi è Mitrovica. Facciamo una prima tappa subito fuori città, nella Piana dei Merli, che è quella della famosa e controversa "battaglia del Kossovo". Sembra che il nazionalismo serbo sia l'unico al mondo che celebra con tanta assoluta dedizione una sconfitta militare come momento fondativo della propria storia. La battaglia ebbe luogo nel giugno del 1389: Serbi contro Turchi Ottomani, il principe Lazar contro il Sultano Murad. Nelle ricostruzioni romantico/folkloristiche volgarizzate nel XIX secolo, Lazar è un eroe-martire; Murad viene assassinato da un finto traditore dell'esercito serbo, ma sono comunque gli Ottomani a vincere la guerra.
È da qui che, nel 1989, Milošević arringò le folle con un famoso discorso sulle battaglie a venire; le Cancellerie europee, però, erano molto impegnate ad occuparsi d'altro.
La piana ospita il Bajraktar Türbe, una "tomba del santo" musulmana (derviscia, per la precisione) dedicata al portabandiera del Sultano Murad, morto nella battaglia; la cupola turchese spicca nel paesaggio di campagna. Nelle vicinanze c'è anche una türbe di Murad, però i suoi resti sono stati spostati; pare che il Governo turco stia finanziando il restauro del mausoleo per farne un museo.
Negli anni Cinquanta, a scanso di equivoci, il Governo serbo ha edificato un memoriale della battaglia: una torre di 25 metri sopra una piattaforma di cemento, fallica e sobria, in tono con lo spirito dell'architettura socialista. C'è una lapide in cirillico, ma ho trovato la traduzione:
Whoever is a Serb or of Serb birth,
And of Serb blood and heritage,
And comes not to fight in Kosovo;
May he never have the progeny his heart desires;
Neither son nor daughter,
May nothing grow that his hand sows;
Neither dark wine nor white wheat,
May he rot in rust as long as family's knees exist
Questa non è una commemorazione: è una maledizione, una curse.
I nazionalismi ottocenteschi sono disegnati a tavolino; queste sono comunità immaginate; il decostruttivismo non ci ha chiarito che siamo tutti vittime di come ci hanno raccontato la storia?
Il memoriale dei Serbi è protetto e presidiato dalla KFOR, come anche tutti i monumenti e i luoghi di culto ortodossi (serbi). Per entrare dobbiamo consegnare i passaporti, superare la barra e il filo spinato, passare oltre il cartello "discharge here your weapon". I militari ci offrono un volantino plastificato con la storia della battaglia.
Mi trattengo dal chiedergli quanto gli sembri strano essere formati e pagati per lavorare in zone di guerra e ritrovarsi a fare i guardiani del museo; i militari non brillano per ironia e io non farò niente di speciale per mettermi nei guai.
La nostra destinazione di oggi è Mitrovica. Facciamo una prima tappa subito fuori città, nella Piana dei Merli, che è quella della famosa e controversa "battaglia del Kossovo". Sembra che il nazionalismo serbo sia l'unico al mondo che celebra con tanta assoluta dedizione una sconfitta militare come momento fondativo della propria storia. La battaglia ebbe luogo nel giugno del 1389: Serbi contro Turchi Ottomani, il principe Lazar contro il Sultano Murad. Nelle ricostruzioni romantico/folkloristiche volgarizzate nel XIX secolo, Lazar è un eroe-martire; Murad viene assassinato da un finto traditore dell'esercito serbo, ma sono comunque gli Ottomani a vincere la guerra.
È da qui che, nel 1989, Milošević arringò le folle con un famoso discorso sulle battaglie a venire; le Cancellerie europee, però, erano molto impegnate ad occuparsi d'altro.
La piana ospita il Bajraktar Türbe, una "tomba del santo" musulmana (derviscia, per la precisione) dedicata al portabandiera del Sultano Murad, morto nella battaglia; la cupola turchese spicca nel paesaggio di campagna. Nelle vicinanze c'è anche una türbe di Murad, però i suoi resti sono stati spostati; pare che il Governo turco stia finanziando il restauro del mausoleo per farne un museo.
Negli anni Cinquanta, a scanso di equivoci, il Governo serbo ha edificato un memoriale della battaglia: una torre di 25 metri sopra una piattaforma di cemento, fallica e sobria, in tono con lo spirito dell'architettura socialista. C'è una lapide in cirillico, ma ho trovato la traduzione:
Whoever is a Serb or of Serb birth,
And of Serb blood and heritage,
And comes not to fight in Kosovo;
May he never have the progeny his heart desires;
Neither son nor daughter,
May nothing grow that his hand sows;
Neither dark wine nor white wheat,
May he rot in rust as long as family's knees exist
Questa non è una commemorazione: è una maledizione, una curse.
I nazionalismi ottocenteschi sono disegnati a tavolino; queste sono comunità immaginate; il decostruttivismo non ci ha chiarito che siamo tutti vittime di come ci hanno raccontato la storia?
Il memoriale dei Serbi è protetto e presidiato dalla KFOR, come anche tutti i monumenti e i luoghi di culto ortodossi (serbi). Per entrare dobbiamo consegnare i passaporti, superare la barra e il filo spinato, passare oltre il cartello "discharge here your weapon". I militari ci offrono un volantino plastificato con la storia della battaglia.
Mi trattengo dal chiedergli quanto gli sembri strano essere formati e pagati per lavorare in zone di guerra e ritrovarsi a fare i guardiani del museo; i militari non brillano per ironia e io non farò niente di speciale per mettermi nei guai.
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