venerdì 19 giugno 2009

newborn

Queste riunioni mi sembrano interminabili: forse perché non sono le mie? Il cervello mi si riconnette brevemente quando intercetta l'informazione che cercano un contatto con un certo consorzio di Pisa; pazzesco com'è piccolo il mondo, dato che ovviamente io ho quel contatto, ed è un'amica talmente stretta che posso senz'altro chiederle un favore. Take a mental note: telefonare a Elisabetta appena rientro a Tirana. Possiamo chiuderla qui e andare una mezz'oretta in albergo? Sono le 5!

"Albergo" è un parolone: questo è un motel abbastanza putrido nascosto nell'intrico di viuzze della città; uno di quelli che quando prenoti ti chiedono "per tutta la notte?". Rimpiango il glorioso sacco-lenzuolo che la mia mamma mi ha confezionato prima di partire per l'Africa (dove in realtà ho dormito sempre in alberghi per bianchi, di lusso): quando mi convincerò a tenerlo nello zaino di default, insieme a una futa pulita? Mi appoggio lo stesso sul letto, mi copro gli occhi col braccio e incredibilmente, nonostante la luce, mi addormento; faccio in tempo a chiedermi perché sono lì invece che in qualche comodo Sheraton Prishtina, ma è solo un attimo. Nel frattempo abbiamo recuperato il quarto componente della nostra strana squadra e ormai siamo al completo per il resto del viaggio.

Quando usciamo per cena incomincia - finalmente! - lo story time. Moschea grande, statua equestre di Skanderbeg, parlamento, palazzetto dello sport con gigantografia di Adem Jashari, il NEWBORN; di mattina avevamo già visto l'Università, la biblioteca nazionale, quella che doveva essere la più grande chiesa ortodossa di tutta la Yugoslavia, una galleria di arte moderna e l'ufficio dell'Ombudsperson kosovaro. A parte l'ombudsperson, il walkabout è fisso e si trova su tutte le guide. La parte interessante sono le storie, del tipo "quando hanno inaugurato il newborn, io c'ero" o "quella volta che la polizia ha caricato la manifestazione di Vetëvendosje e ci siamo ritrovati nel teatro" ...
Il Kosovo mi fa pensare continuamente all'Irlanda del Nord. Non solo per gli evidenti parallelismi, ma proprio perché anche io c'ero, nel 1998, quando hanno firmato l'accordo di pace; e me lo ricordo, e allora mi sembrava che non avrei più potuto prescinderne. Quando sono andata in autobus a Belfast, è stata la prima volta nella vita che ho attraversato un confine di terra, con tutto quel before the dawn e the price of my soul; per quanto tempo ho continuato a leggere l'Irish Times?

Non credo che mi piacerebbe vivere qui; il building dell'Osce domina la città, le macchine Eulex intasano il traffico, tutto è troppo in fieri e qualsiasi tipo di identità mi pare si generi per contrapposizione rispetto a qualcos'altro: i Serbi, gli internazionali, gli Ottomani; mi viene il sospetto che non lo sappiano nemmeno loro (cosa quanto mai ragionevole). Anyway ...

Ceniamo in un ristorante con giardino e poi mi lascio convincere a passare per un locale della "Prishtina giovane"; ma solo perché è una tappa del tour della memoria: il posto preferito del nostro cicerone, quello della festa d'addio. Il raki (che qui si chiama rakja, in serbo) è più buono che in Albania: come una grappa morbida, le uniche che mi piace bere.
Dal primo bicchiere in poi, non so più cosa racconto, e non mi interessa: il punto è che qui non sono nessuno, e magari posso essere me stessa. Raki sul Titanic!


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