venerdì 19 giugno 2009

good morning Prishtina

Quando si dice che un aereo parte all'alba ... Appuntamento col tassista alle 5 del mattino; si innervosisce perché abbiamo quasi dieci minuti di ritardo, ma le strade sono vuote e arriviamo in tempo lo stesso per il check-in. A quest'ora la guardia di frontiera nella mia fila ha voglia di chiacchierare in italiano: ti piace l'Albania?; sì moltissimo; sicura?; certo!. In generale, mai contraddire la guardia di frontiera quando il tuo passaporto testimonia chiaramente che dal 2008 violi la legge nazionale sui permessi di soggiorno; sorridi piena di entusiasmo e usa le parole faleminderit o mirupafshim più o meno a proposito per testimoniare affetto e simpatia; le conversazioni sul campionato di calcio (per gli uomini) o sulle più famose trasmissioni tv italiane (che io non guardo) sono utili come diversivi. Facciamo colazione in dormiveglia e dormiamo profondamente sull'aeroplanino per tutti i 45 minuti di volo. Mi sveglio all'atterraggio e sono ancora le 7 del mattino: good morning Prishtina.

Dall'aeroporto alla città c'è un lungo tragitto in taxi per una strada accidentata dai lavori e piena di traffico. Osservo fuori dal finestrino e vedo i famosi corvi: pare che Kossovo/Kosova venga dalla parola slava kos, che dovrebbe significare merlo (in inglese black bird, che non so precisamente a cosa corrisponda), ma di merli non ce ne sono per niente; in compenso è pieno di corvi che - ripensando a quella storia che ultimo venne il corvo - mi sembrano un paesaggio abbastanza inquietante su una terra che è stata tutta un campo di battaglia. Vedo anche moltissimi papaveri: ecco dov'erano, in effetti! Leggo un'insegna "Restoran Aviano"; ripenso all'università e sono piuttosto sicura che per un certo periodo della mia vita devo aver saputo qualcosa su questa guerra; ora comunque non sono nelle condizioni per ricordarmene. Ho dormito poche ore, un enorme imprevisto si è abbattuto sulla mia vita, rischio di dover rientrare in Europa a fine mese e sono in viaggio con delle persone che quasi non conosco che sono qui per lavoro. E non sono ancora nemmeno le 8.

Prishtina è una strana, piccola, caotica capitale; oserei dire postmoderna, se pensassi che esiste un piano regolatore. È come Tirana ma senza la parte costruita dagli italiani, in pratica tutta periferia. Passeggio senza meta, compro una cartina che poi non mi serve e un poster abecedario di albanese che probabilmente non userò mai. A una certa ora mi arrendo alla stanchezza e raggiungo l'ufficio: sono disposta ad ascoltare pezzi di riunione che non mi riguardano se mi prestano una sedia o anche solo un pezzetto di pavimento; fa caldissimo.

Dopo la prima mattinata di riunioni comincia quel rito degli espatriati a cui non so come sottrarmi senza risultare scostante: e tu chi sei? e cosa fai in Albania? Fino a due settimane fa avrei dato risposte luminose, ottimistiche e felici; oggi mi pesa iniziare le frasi con il passato prossimo o l'imperfetto determinati dal dubbio su cosa succederà da qui a luglio. Indipendentemente dal mio lavoro, comunque, resta la domanda più strana di tutte: e come mai sei qui?
Dunque ... possibili risposte. Avevo urgenza di scappare dal mio ufficio e di non pensare a niente perché si respira un'atmosfera da titanic e non ce la posso proprio fare. Mi pare pertinente ma la scarto per evidenti ragioni diplomatiche. È un anno che sono in Albania e non ero mai venuta in Kosovo, ho deciso di approfittare. Questa può funzionare, anche se non si capisce cosa c'è da approfittare in un viaggio di lavoro di qualcun altro, peraltro con un'agenda fittissima. Non lo so nemmeno io: ieri notte sono passata da Castro e dopo un certo numero di corona ho pensato quasi quasi vado anche io a Prishtina con l'aereo delle 6. Questa è meno assurda di quello che sembra, ma non va bene lo stesso.

È che la vera risposta è inutilmente complicata e anche inutilmente poetica. Da aprile a oggi mi è capitato diverse volte di cominciare una cena che doveva essere più o meno di lavoro col solito: e da dove arrivi quindi? dal Kosovo, giusto? due anni e mezzo? E di ritrovarmi fino a tardi ad ascoltare storie, soprattutto sui confini. Quella che doveva essere un'introduzione di cortesia (io invece sono arrivata qui a fine febbraio dell'anno scorso, direttamente da Tunisi ... eccetera) è diventata l'argomento della conversazione, poi la ragione stessa per incontrarsi. È anche successo che dal ristorante ci siamo spostati al noto divano; solo che al posto di Ettore che non mi faceva domande e preparava il risotto c'era Antonio che non mi faceva domande e mi raccontava il Kosovo (lui non cucina per me: compra la pizza halal giù di fronte e io porto le korça scure).
E poi un giorno, già in piena aria titanic, gli ho detto: mi piacerebbe vedere queste cose; e lui ha risposto: ci vado venerdì, se ti va puoi venire. E questa è la vera storia di com'è andata che mi ritrovo qui. Sono le 2: pausa pranzo.

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