lunedì 26 gennaio 2009

mirësevini në Tiranë

Dal momento che appartengo anagraficamente alla "generazione Schengen" e che quasi sempre mi sposto in aereo, questa storia del doppio posto di polizia alla frontiera di terra mi rimane abbastanza curiosa e folkloristica ... Soprattutto, è impressionante come nel giro di pochi metri si possa sentire distintamente il passaggio da un Paese a un altro, con buona pace della copiosa letteratura sull'antropologia di frontiera a cui pure ho avuto tempo e modo, all'epoca in cui studiavo, di appassionarmi.

In ingresso in Albania ci imbattiamo subito in un gruppo di almeno 5 poliziotti intenti a chiacchierare e fumare in capannello invece di indirizzare il traffico verso gli sportelli. L'omino allo sportello, da parte sua, osserva con lenta attenzione i nostri 5 passaporti e, non riscontrando alcuna irregolarità, pensa bene di contestarci che veramente servirebbe la fotocopia dei permessi di soggiorno ...
Resto per un momento affascinata dalla quantità di fantasia che può dispiegare un poliziotto di frontiera sperduto sui monti fra l'Albania e la Macedonia, e quasi quasi ammiro anche lo spirito d'azzardo con cui prova a rifilare questa improbabile storiella a un intero gruppo di italiani.
Quindi tiro fuori il tesserino (peraltro scaduto, oltre che tecnicamente privo di valore legale) su cui è impressa, con tanto di logo in quadricromia, la parola magica corrispondente al mio datore di lavoro. E tutti sorridendo ci salutiamo e ringraziamo e rimontiamo in macchina coi passaporti timbrati. Ovviamente - per quello che ne sanno loro - potevamo anche trasportare tre cadaveri, due minori rapiti, una donna trafficata e varie armi, dato che non si sono presi nemmeno il fastidio di avvicinarsi per dare un'occhiata ...

Passata la frontiera incontriamo quasi subito le caratteristiche Mercedes scassate che viaggiano nella nebbia senza fari e un paio di furgoncini troppo carichi che ondeggiano sui tornanti: ordinaria amministrazione; riusciamo anche a fermarci per sosta tecnica in una sottospecie di ristorante in mezzo al nulla con immancabile karaoke facente funzioni di autogrill. Fortunatamente una ragazza del gruppo conosce a memoria la strada da Elbasan a Tirana e ci facilita il viaggio con la mappa mentale delle buche di insondata profondità. Piove, naturalmente: a dirotto.

E però non lo so: io in questo posto un po' scassato comunque mi sento a mio agio e sono contenta quando superiamo il cartello Mirësevini në Tiranë. Bisogna anche dire che, subito dopo piazza Skanderbeu, ci infiliamo per sbaglio in un divieto d'accesso appena inaugurato e sbuchiamo giusti giusti davanti alla volante appostata della policia rrugore che, correttamente, fa per ritirare la patente al guidatore; ma poi, un po' perché non troviamo una lingua veicolare, un po' perché dal tono con cui ne discutiamo si capisce che siamo sinceramente dispiaciuti e non l'abbiamo fatto con cattiveria, il poliziotto si arrende e ci lascia andare (senza sfoggio di miei tesserini).

E anche questa, dico io, è Tirana.

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