lunedì 23 febbraio 2009

passaporti e identità

Quello che sto per raccontare non mi fa particolarmente onore, ma mi sembra un esempio tutto sommato innocuo di quella strana sensazione da "passato coloniale" (un po' sgangherato) che noi italiani forse possiamo sperimentare solo qui in Albania.

Quando sono partita per Pisa era seriamente l'alba e la fila al check-in era già lunghissima e animata. Era uno di quei giorni in cui il personale di terra, dovendo gestire come sempre un gran numero di passeggeri albanesi diretti in zona Schengen, si applica a verificarne il possesso dei documenti validi all'espatrio, nonché all'ingresso in Italia.

Non so se lo fanno tutte le compagnie aeree, perché ormai volo solo BelleAir, e non so nemmeno se lo fanno per tutte le destinazioni o specificamente per l'Italia. Mi è già capitato di chiedermi perché succeda questa cosa: d'altra parte, se sto cercando di immigrare illegalmente in un Paese straniero, questo dovrebbe essere un problema fra me e la Polizia di frontiera del suddetto Paese (o del mio), non certo fra me e un impiegato BelleAir. Sospetto che, in qualche modo, la combinazione fra accessibilità dei voli low-cost, azienda a capitale misto italo-albanese e concessione all'uso di piccoli aeroporti in corrispondenza di grosse colonie immigrate debba spiegare l'arcano. Relazioni industriali, insomma.
Peraltro questa scenetta l'hanno fatta anche a me una volta, in partenza da Pisa, suscitando da parte mia reazioni fra lo scomposto e lo sconvolto del tipo "Scusi, secondo lei, se io sono c i t t a d i n a i t a l i a n a, per quale motivo dovrei permanere illegalmente in Albania?". In quel caso la questione si risolse, come al solito (e perché tutto il mondo è paese), col giochetto del mio tesserino magico. Poi mi sono sempre dimenticata di documentarmi sulla probabile assenza di qualsiasi titolo da parte delle hostess di terra a pretendere di imbarcarmi solo se munita anche di biglietto di ritorno ... dato che per entrare in Albania NON SERVE IL VISTO.

Nella fila in partenza da Tirana, però, la cosa rischia di diventare eterna e io ho fame, freddo e sonno; soprattutto fame. Mi accorgo che il counter accanto a quello della fila in realtà è aperto, con tre hostess che sonnecchiano; mi immagino che il tizio che si agita con fare da gran capo e controlla i documenti agli aspiranti passeggeri deve essere l'unico abilitato a tale ufficio e che forse, non potendo gestire due file contemporaneamente, ha deciso di farne una sola. Ma a me, d'altra parte, che me ne importa? Io sono italiana e i titoli per entrare nel Paese ce li ho per jus sanguinis ...
Questa sequenza mentale deve essere durata in tutto cinque secondi - e non escludo che sia destituita di qualsiasi fondamento. Prima ancora di averla completata stavo già sventolando il mio prezioso passaporto (si distingue da quello albanese per non essere rosso) in direzione dell'hostess libera, che ovviamente mi fa cenno di passare. Sì, lo ammetto: ho saltato la fila.
Infatti il cerbero capo in un balzo scavalca tre valigie e si fionda sulla subordinata (che mi aveva già consegnato la carta d'imbarco) con aria inquisitiva; lei gli rivolge uno sguardo di sufficienza e mostra il passaporto; lui si prende anche il fastidio di aprirlo, come a controllarlo ... E io sorrido angelica: spiacente, capo, ma io sono davvero italiana, non ex albanese, né mezza albanese, italiana integrale, dalla nascita. E come tale stendo la mano, riprendo il documento e mi avvio al gate, in tempo per fare colazione con calma.

All'arrivo a Pisa consueta scena di panico: una folla di vecchini e omoni (e donnone) chiaramente provenienti dalla profonda campagna albanese che corrono spintonandosi giù dal bus navetta verso il controllo passaporti. Odio questo momento. In genere, tuttavia, mantengo una composta indifferenza, perché sono circa l'unica italiana sul volo e perché confido nella fila "EU & Schengen Nationals" al controllo passaporti. Che invece ... NON C'È.
A Pisa, al terminal degli arrivi extra-Schengen non c'è lo sportello riservato ai cittadini europei, quelli ai quali la Polizia di frontiera non deve controllare i permessi di soggiorno (che in Italia sono una giungla di assurdi amministrativi) e di cui non deve nemmeno inserire i dati o i bio-dati nel SIS (Schengen Information System). Non è nascosto e privo di chiare indicazioni, come a Firenze: proprio non c'è. Penso: ma quanto si sarà sentito genio quello che ha progettato questa organizzazione del terminal?
Poi prendo il coraggio a due mani e ci riprovo: mostro il passaporto e guardo con aria supplichevole il poliziotto allo sportello accanto all'unico aperto. Scambiamo qualche frase; mi (ci) spiega che non può aprire l'altra coda perché il computer è già settato su un altro volo che sta per arrivare; "ma noi s i a m o italiani", ripeto io scandendo dolcemente le parole. Al che si illumina: può guardare il passaporto manualmente (perché non deve inserire i dati nel computer) e farci passare! La folla mormora, ma è solo un attimo: mi sembra di distinguere la spiegazione che pacatamente passa di bocca in bocca: "no, sono italiani".

L'equo epilogo di questa storiella si svolge al mio rientro in Albania. Anche qui bus navetta e corsa affannosa verso il controllo di polizia. Anche qui calma e gesso: io e Vince eravamo sicuramente gli unici italiani sul volo e c'è uno sportello apposito "Foreign Nationals". Resto un po' perplessa a trovare anche lì la fila. Penso: saranno albanesi naturalizzati; sbircio cosa hanno in mano: tutti passaporti rossi, quindi no. Ovviamente non mi metterei mai a fare questioni, tanto la fila non è lunga e scorre e devo comunque aspettare le valigie; scherziamo però a voce alta su questo "abuso" della fila riservata agli stranieri (ergo, agli italiani). Magari è per puro caso, ma qualcuno tira fuori la carta d'identità (che attesta la legale residenza in un Comune italiano, non la cittadinanza) ... qualcun altro persino il permesso di soggiorno!

Mentre aspetto paziente il mio turno, ripenso a tutta la letteratura di impianto tardo-ottocentesco sull'identità nazionale e a tutta la critica postmoderna sulle comunità immaginate e infine a questa deliziosa scenetta italo-albanese. E sono grata di aver lasciato il mondo accademico per questa vita di incredibili storielle ...

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