Ho un amico di cui sapevo che stava valutando un'offerta di lavoro a Tblisi, in Georgia. Sapevo che sarebbe partito, e anche io sapevo che sarei partita.
La verità è che noi espatriati siamo fatti così: partiamo, percorrendo più o meno agevoli geografie di gasdotti (o oleodotti, eventualmente), locali missioni di organizzazioni internazionali, ambasciate dei governi, investimenti di multinazionali finanziarie, interessi della delocalizzazione produttiva, crisi umanitarie ... Capisco, con un minimo di freddezza, che la prospettiva di trasferirmi a Bamako mi metterebbe meno in crisi che quella di spostarmi a Bruxelles. Capisco anche che spiegare questa considerazione sarebbe abbastanza avventuroso.
In ogni caso, avevo dei piani per i prossimi mesi, delle cose che pensavo di fare con questo mio amico. Anche lui credo avesse dei piani, qualcosa del tipo almeno fino all'estate in Albania, per chiudere il suo lungo viaggio con calma.
Ci siamo trovati a cena e mi ha detto che la data è fine marzo. "La data di cosa?", ho chiesto io. "La data della partenza", ha risposto lui. "Ma fine marzo è praticamente dopodomani". "Già".
Ho provato un certo sconforto e il solito senso di mancato tempismo. Partire, restare. Le persone con cui condividi solo qualche mese della tua vita, quanto ti restano dentro? E ti capiterà di ritrovarle da qualche parte? Perché io forse sono specialmente fortunata, ma credo di averne incontrate diverse in questi anni con cui davvero avrei (e avrò) ancora voglia di parlare ancora di molte cose ancora per molto tempo ...
E d'altra parte - in qualche modo contorto dei miei - questa notizia mi ha rasserenata. Tutti partiamo. Tutti vorremmo avere più tempo. Tutti sappiamo che non torneremo mai per davvero. E tutti, in fondo, stiamo lì ad aspettare che si alzi il vento, magari per le destinazioni più improbabili.
Anche io ...
La verità è che noi espatriati siamo fatti così: partiamo, percorrendo più o meno agevoli geografie di gasdotti (o oleodotti, eventualmente), locali missioni di organizzazioni internazionali, ambasciate dei governi, investimenti di multinazionali finanziarie, interessi della delocalizzazione produttiva, crisi umanitarie ... Capisco, con un minimo di freddezza, che la prospettiva di trasferirmi a Bamako mi metterebbe meno in crisi che quella di spostarmi a Bruxelles. Capisco anche che spiegare questa considerazione sarebbe abbastanza avventuroso.
In ogni caso, avevo dei piani per i prossimi mesi, delle cose che pensavo di fare con questo mio amico. Anche lui credo avesse dei piani, qualcosa del tipo almeno fino all'estate in Albania, per chiudere il suo lungo viaggio con calma.
Ci siamo trovati a cena e mi ha detto che la data è fine marzo. "La data di cosa?", ho chiesto io. "La data della partenza", ha risposto lui. "Ma fine marzo è praticamente dopodomani". "Già".
Ho provato un certo sconforto e il solito senso di mancato tempismo. Partire, restare. Le persone con cui condividi solo qualche mese della tua vita, quanto ti restano dentro? E ti capiterà di ritrovarle da qualche parte? Perché io forse sono specialmente fortunata, ma credo di averne incontrate diverse in questi anni con cui davvero avrei (e avrò) ancora voglia di parlare ancora di molte cose ancora per molto tempo ...
E d'altra parte - in qualche modo contorto dei miei - questa notizia mi ha rasserenata. Tutti partiamo. Tutti vorremmo avere più tempo. Tutti sappiamo che non torneremo mai per davvero. E tutti, in fondo, stiamo lì ad aspettare che si alzi il vento, magari per le destinazioni più improbabili.
Anche io ...
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