domenica 15 marzo 2009

valigie

Mio marito è in camera da letto che prepara le valigie mentre io, qui sul divano, mi impegno a fare finta di nulla. Sta svuotando la sua parte di armadio, i cassetti, la scarpiera ... Questa partenza è diversa dalle altre, perché sta lasciando Tirana per Bruxelles.

È la fine del nostro (breve) sogno di vivere entrambi (insieme) contemporaneamente in due case in due città in due Paesi diversi. Eppure stava funzionando, col doppio armadietto del bagno, le doppie ciabatte, le doppie scorte di biancheria intima e vestiti; con i suoi viaggi di tre giorni in Italia infrasettimanali che passavano del tutto inosservati fra i nostri amici. Ma con tre case non sarà più possibile, e per sostituire Bruxelles con Pisa ci vorrebbe un collegamento aereo diretto e low-cost, che non esiste.

La consapevolezza di questo vuoto che sta per prodursi nella mia esistenza quotidiana mi sembra una sfida di cui avrei fatto volentieri a meno; la prospettiva di passare molte ore su internet a cercare capitali europee collegate direttamente sia con Bruxelles che con Tirana per organizzare le prossime tappe del nostro viaggio di nozze nemmeno mi risulta del tutto consolante.
E non è solo questo. È che mi accorgo che anche io sto preparando la prima valigia di quelle-cose-che-qui-non-uso-e-che-tanto-vale-me-le-porto-già-in-Italia. Siccome mi conosco, so che significa che sto andando via.

Potrei anche evitarlo e tenermi tutto, visto che sono decisa - dopo l'esperienza tunisina - a organizzarmi un vero trasloco professionale quando lascerò Tirana, e diretto verso un'unica destinazione: casa mia, dove poi mi fermerò tutto il tempo necessario per sistemarmi (invece di mollare due scatole di preziosi averi a casa di mia sorella che ancora non ho idea di come e quando riuscirò a recuperare).
Ma questo processo evidentemente ha poco di pratico e molto di mentale: è il mio modo per prendere congedo dalle cose e dalle storie che ci sono attaccate, con tutta la lentezza di cui ho bisogno per mettere ordine, come in un vecchio album di fotografie. Scegliere cosa parte e cosa resta serve a fare i conti con quello che è davvero importante e col molto di più che invece è superfluo, anche se i criteri di priorità sono del tutto intimi.
E lasciare per sempre una casa vuota è inevitabile, mentre una casa piena di quello che mi appartiene è una tentazione troppo forte a restare.

Lo so che do sempre l'impressione di partire a cuor leggero, ma non è per niente vero: è solo che deve esserci qualcosa nel mio cervello che pospone il dolore del distacco e contemporaneamente mi confonde la paura di ricominciare da capo con l'entusiasmo della novità. Sospetto che la lentezza faccia parte del meccanismo, anche se comincio a chiedermi che senso abbia metterci sei mesi per ambientarmi, sei mesi per essere felice e altri sei mesi per andare via.

Forse semplicemente dovrei restare più a lungo?

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