In questi giorni Vince era qui a Tirana: a casa, finalmente, dopo quasi due mesi che è partito per Bruxelles ...
Venerdì siamo stati sulla terrazza del President per un aperitivo, che era la festa a sorpresa per il compleanno di Carlo. Questa terrazza è uno dei nostri posti preferiti, di quelli che rimarranno legati sempre al ricordo della vita a Tirana. La cosa veramente buffa, comunque, è che la domanda ricorrente a Vincenzo (dopo quelle obbligatorie tipo: "come ti trovi al lavoro" e "ti piace la città") era: "e allora, come sta Ettore?". Questo perché tutti sapevamo - skype gratia - che Ettore è passato da Bruxelles la settimana scorsa, e in pratica Vince è l'unico che lo ha visto dopo che è partito per Tblisi.
Trovo affascinante la naturalezza con cui ci relazioniamo a questo cortocircuito dello spazio/tempo. L'altra sera al telefono Vince mi fa: "Ciao amore, siamo qui alla fermata della metro con Ettore ma piove. Vado a casa. Buonanotte!". E io "Sì sì, va bene. Buonanotte ragazzi". Ho visualizzato una qualsiasi delle fermate di metro di Bruxelles che conosco a memoria, place du Luxembourg sotto la pioggia, loro due che scherzano ... tutto normale, insomma: e sono andata a letto tranquilla.
Un attimo prima di addormentarmi ci ho pensato meglio. Tutto normale? Perché presupponiamo che sia normale "passare" da Bruxelles e avere lì almeno un amico con cui prendere una birra e farci dare il suo numero di telefono via sms da un'altra amica che abita in un altro Paese ancora? Normale, certo ... Come ritrovarsi a Tirana a chiedere a uno che abita in Belgio notizie di un altro che vive in Georgia!
Questo genere di cose mi capita sempre più spesso. È impressionante come ci abituiamo a tutto. E ogni volta mi ritorna alla mente una telefonata di circa un milione di anni fa, quando facevamo l'Università e abitavo nella casa di via Martiri. Era Gaetano e - non so più a proposito di cosa - mi diceva: tanto lo so come andrà a finire: »scusa adesso sono a New York ho da fare mi sono scordata di avvisarti che partivo comunque ne parliamo dopodomani quando torno baci baci click«. E io ho sempre pensato "ma figuriamoci" ...
E un po' continuo a pensarlo anche adesso, a dire il vero. Non fosse altro che per tenere i piedi per terra ...
Venerdì siamo stati sulla terrazza del President per un aperitivo, che era la festa a sorpresa per il compleanno di Carlo. Questa terrazza è uno dei nostri posti preferiti, di quelli che rimarranno legati sempre al ricordo della vita a Tirana. La cosa veramente buffa, comunque, è che la domanda ricorrente a Vincenzo (dopo quelle obbligatorie tipo: "come ti trovi al lavoro" e "ti piace la città") era: "e allora, come sta Ettore?". Questo perché tutti sapevamo - skype gratia - che Ettore è passato da Bruxelles la settimana scorsa, e in pratica Vince è l'unico che lo ha visto dopo che è partito per Tblisi.
Trovo affascinante la naturalezza con cui ci relazioniamo a questo cortocircuito dello spazio/tempo. L'altra sera al telefono Vince mi fa: "Ciao amore, siamo qui alla fermata della metro con Ettore ma piove. Vado a casa. Buonanotte!". E io "Sì sì, va bene. Buonanotte ragazzi". Ho visualizzato una qualsiasi delle fermate di metro di Bruxelles che conosco a memoria, place du Luxembourg sotto la pioggia, loro due che scherzano ... tutto normale, insomma: e sono andata a letto tranquilla.
Un attimo prima di addormentarmi ci ho pensato meglio. Tutto normale? Perché presupponiamo che sia normale "passare" da Bruxelles e avere lì almeno un amico con cui prendere una birra e farci dare il suo numero di telefono via sms da un'altra amica che abita in un altro Paese ancora? Normale, certo ... Come ritrovarsi a Tirana a chiedere a uno che abita in Belgio notizie di un altro che vive in Georgia!
Questo genere di cose mi capita sempre più spesso. È impressionante come ci abituiamo a tutto. E ogni volta mi ritorna alla mente una telefonata di circa un milione di anni fa, quando facevamo l'Università e abitavo nella casa di via Martiri. Era Gaetano e - non so più a proposito di cosa - mi diceva: tanto lo so come andrà a finire: »scusa adesso sono a New York ho da fare mi sono scordata di avvisarti che partivo comunque ne parliamo dopodomani quando torno baci baci click«. E io ho sempre pensato "ma figuriamoci" ...
E un po' continuo a pensarlo anche adesso, a dire il vero. Non fosse altro che per tenere i piedi per terra ...
Nessun commento:
Posta un commento