mercoledì 5 maggio 2010

spaesamento

Sento l'Albania che mi sfugge dalle mani; si smaterializza, pezzo per pezzo ... come in quel film sui ricordi che si cancellano. Le mie conversazioni nell'ascensore del palazzo diventano sempre più surreali. L'altra sera la signora nel minimarket cercava di convincermi che dovrei fare almeno un bambino. Lasciando da parte quello che penso davvero sul tema, provavo ad argomentare un basilare: ma come faccio? sono sola, senza mio marito, lavoro tutto il giorno. Lo lasci qui, lo guradiamo noi quando sei al lavoro, s'ka problem, mi ha risposto.

E il punto è che non mi è venuto dal cuore un prevedibile "non è così che immaginerei di crescere un figlio". Al contrario, mi sono sentita in obbligo di rispondere che non è possibile perché vado via alla fine di questo mese. Solo che non credo di essermi spiegata bene perché in quel momento non mi ricordavo come si declina il verbo partire.

Salendo a casa ho provato un senso definitivo di spaesamento. Amo troppo le persone che mi sono care - gente incontrata per caso, che magari non vedrò mai più - e la mia vita qui comincia a sembrarmi troppo normale, in questa specie di realismo magico post-socialista italofilo in cui mi vado perdendo. E al tempo stesso: la casa spoglia, l'armadio vuoto, nessuno sveglio ad aspettarmi, il biglietto e il passaporto sul comodino; la mia vita chiaramente, totalmente da un'altra parte.

Qui è quando diventa difficile. Quando senti la tentazione di fermarti, di restare. E sai che non puoi, che non avrebbe senso, comunque non funzionerebbe; che non apparterrai mai a questo posto come non appartieni a nessun altro. E allora ti concentri sul desiderio di futuro e lasci andare tutto il resto; ti stacchi, piano piano, per essere pronta al momento della partenza. Non puoi scegliere, non c'è altra maniera.

Non mi sentivo così a dicembre perché lo sapevo che sarei tornata. Ora è diverso.

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