Durante questi ultimi mesi ho abbandonato ogni velleità di imparare l'albanese. Quando mi sono accorta che avevo lasciato a Bruxelles la grammatica e il dizionario - che per due anni ho portato con me ovunque, nella tasca dello zainetto del laptop - ho capito che, senza volerlo, avevo tagliato un filo. Senza che io ci facessi caso, il mio cervello aveva calcolato in automatico che il tempo di permanenza rimastomi non valeva a giustificare l'impegno (suo, del cervello) a progredire un minimo nelle mie capacità di interazione verbale in loco.
L'ho presa come un'inevitabile sconfitta; e da quel momento in poi, ho addirittura l'impressione di dimenticare quello che avevo imparato. Non ci provo nemmeno più, ad azzardare approssimativamente la pronuncia dei fonemi albanesi, a decifrare le parole sui cartelloni pubblicitari, a indovinare le i e le e dei genitivi, a origliare in ufficio le conversazioni per riconoscere almeno le parole chiave (più spesso le loro radici, che sono le stesse per verbi, sostantivi e aggettivi).
Sono regredita al mio stadio iniziale di italiana in visita breve in un paese in cui - tanto - 9 persone su 10 mi capiscono nella mia lingua, 7 su 10 rispondono a domande semplici e 5 su 10 sono in grado di conversare compiutamente in italiano di qualsiasi argomento.
"Per quale ragione al mondo uno dovrebbe imparare l'albanese?", mi sono sentita chiedere spesso. Ora: per non sembrare polemica, tralascerò certe banali risposte tipo "come forma di rispetto". E mi concentrerò invece su una sconcertante verità: la lingua albanese è bellissima, arcaica e misteriosa. Per non parlare della sua evoluzione più moderna, caratterizzata da una iperesterofilia fagocitante che genera ibridi divertentissimi come l'insuperato devastuar, nonché stressuar, trishtuar e frasi intere in italiano che convivono dentro un vocabolario per il resto incomprensibile.
Ma la magia della lingua antica, per me, è senza dubbio prevalente. Le parole in albanese che non somigliano a niente sono suoni e universi di senso sconosciuti, a cui ho avuto il grande privilegio di affacciarmi.
Flutur, ad esempio, è una delle mie parole preferite in assoluto; significa farfalla; ma è la stessa radice di fluturoj: io volo. Quindi se prendo l'aereo, in albanese, "io farfallo". Un'altra parola che mi piace moltissimo è xixëllonjë [la x senza h si legge z], lucciola; e un ombretto un po' glittered, in albanese, è "luccioloso". Mi piace anche il mese di giugno: qershor, da quando ho scoperto che vuol dire il mese delle ciliegie (qershi).
E non posso resistere, ovviamte, al fascino archetipico della parola viaggio: udhëtim; udhë è la strada, il sentiero, il cammino - mentre la strada in senso moderno, la via, si chiama rruga.
Per dire buon viaggio esiste una formula antica che vuol dire, in realtà, buona strada: udhë të mbarë.
Sospetto che "giocare con lingua incomprensibile" finirà nella lista delle cose che mi mancheranno.
L'ho presa come un'inevitabile sconfitta; e da quel momento in poi, ho addirittura l'impressione di dimenticare quello che avevo imparato. Non ci provo nemmeno più, ad azzardare approssimativamente la pronuncia dei fonemi albanesi, a decifrare le parole sui cartelloni pubblicitari, a indovinare le i e le e dei genitivi, a origliare in ufficio le conversazioni per riconoscere almeno le parole chiave (più spesso le loro radici, che sono le stesse per verbi, sostantivi e aggettivi).
Sono regredita al mio stadio iniziale di italiana in visita breve in un paese in cui - tanto - 9 persone su 10 mi capiscono nella mia lingua, 7 su 10 rispondono a domande semplici e 5 su 10 sono in grado di conversare compiutamente in italiano di qualsiasi argomento.
"Per quale ragione al mondo uno dovrebbe imparare l'albanese?", mi sono sentita chiedere spesso. Ora: per non sembrare polemica, tralascerò certe banali risposte tipo "come forma di rispetto". E mi concentrerò invece su una sconcertante verità: la lingua albanese è bellissima, arcaica e misteriosa. Per non parlare della sua evoluzione più moderna, caratterizzata da una iperesterofilia fagocitante che genera ibridi divertentissimi come l'insuperato devastuar, nonché stressuar, trishtuar e frasi intere in italiano che convivono dentro un vocabolario per il resto incomprensibile.
Ma la magia della lingua antica, per me, è senza dubbio prevalente. Le parole in albanese che non somigliano a niente sono suoni e universi di senso sconosciuti, a cui ho avuto il grande privilegio di affacciarmi.
Flutur, ad esempio, è una delle mie parole preferite in assoluto; significa farfalla; ma è la stessa radice di fluturoj: io volo. Quindi se prendo l'aereo, in albanese, "io farfallo". Un'altra parola che mi piace moltissimo è xixëllonjë [la x senza h si legge z], lucciola; e un ombretto un po' glittered, in albanese, è "luccioloso". Mi piace anche il mese di giugno: qershor, da quando ho scoperto che vuol dire il mese delle ciliegie (qershi).
E non posso resistere, ovviamte, al fascino archetipico della parola viaggio: udhëtim; udhë è la strada, il sentiero, il cammino - mentre la strada in senso moderno, la via, si chiama rruga.
Per dire buon viaggio esiste una formula antica che vuol dire, in realtà, buona strada: udhë të mbarë.
Sospetto che "giocare con lingua incomprensibile" finirà nella lista delle cose che mi mancheranno.
1 commento:
...per celebrare nuovamente l'asse linguistico rumeno-albanese...in rumeno la farfalla e' Fluture
W i paesi dell'ex socialismo reale :)
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