giovedì 12 novembre 2009

le ultime macerie

A Tirana in questi giorni si può visitare una mostra di arte contemporanea intitolata "feedback‹‹‹1989". Le opere, come sempre accade, sono di qualità variabile, ma alcune installazioni sono veramente belle.
Ad esempio ce n'è una che raccoglie oggetti disparati che gli abitanti della Germania Est comprarono dopo la caduta del muro con i loro "100 marchi di benvenuto": le persone hanno conservato le cose più insulse (barbie, dischi, bretelle, guide turistiche) come ricordo privato di quell'emozione di libertà.
Un'altra espone una collezione di foto dell'Albania del regime, in cui tutti sono felici e ben vestiti e sembrano crederci alla storia che presto si sarebbero chiusi gli ospedali, perché "nel socialismo compiuto nessuno si ammala più". Ancora: le silhouette di rari stranieri che poterono visitare l'Albania raccontano le strane storie di come e perché sono stati qui; dallo studio dei pipistrelli che avevano colonizzato i bunker dismessi alla verifica del fallimento dell'operazione vaticana "bibbie in mare" che avrebbe dovuto raggiungere i cattolici clandestini nel nord del Paese.
Un videoregistratore manda a ripetizione l'esibizione dei fratelli Ndoci al Festival e Këngës; vincitori dell'edizione 1989, nel 1990 presentarono una canzone intitolata "Hapni dritaret" [aprite le finestre], che parlava di Europa e libertà; il testo fu giudicato provocatorio e gli Ndoci poterono considerarsi fortunati a non finire in carcere. La minore delle sorelle cercò di iscriversi all'Accademia delle Belle Arti ma le "fu consigliato" di dedicarsi invece a studi di ingegneria meccanica; scappò in Germania.

La principale opera d'arte (concettuale), comunque, è lo spazio espositivo: l'Hotel Dajti, che durante il regime ospitava gli unici stranieri che riuscivano a ottenere un visto in ingresso, in genere membri di delegazioni dei Partiti Comunisti. L'albergo, di proprietà statale e così profondamente associato al regime, è rimasto in disuso per molti anni, con una sorta di imponente decadenza affacciata proprio sul bulevard. Da quest'anno, con impressionante acutezza e lungimiranza (e con l'occasione della Biennale di Tirana), è stato riaperto come spazio d'arte provvisorio; in attesa di sapere come farà - architettonicamente e finanziariamente - il Ministero degli Esteri a trasformarlo nella sua nuova sede.

Il lavoro di recupero è stato fatto con accortezza: l'ambiente è pulito e fruibile ma le finestre restano rotte, le macchie di umidità mangiano i muri, delle tapparelle sono rimaste solo le manopole, mancano le mascherine delle prese di corrente. Certi lampadari, il bancone del bar, il casellario delle chiavi restituiscono l'idea di quello che doveva essere, quando c'erano le tende di velluto rosso, divani, poltrone, odore di tabacco e caffè; e attorno a tavolini bassi si discutevano questioni che oggi sembrano assurde: il posizionamento dell'Albania (che è grande quanto l'Abruzzo) sullo scacchiere internazionale, la realizzazione compiuta dell'utopia socialista, la rivoluzione culturale, la resistenza contro il nemico capitalista.
Lo Stato edificava bunker per proteggersi da un'invasione senza dubbio (?) imminente. La gente rischiava i lavori forzati nelle miniere di cromo (forzati; cromo) per ascoltare clandestinamente il Festival di Sanremo e le partite del campionato italiano.

Ci sono molti motivi per cui amo vivere qui, ma più di tutto questa sorta di persistente, involontario surrealismo e la tenerezza che inevitabilmente ne consegue. Può essere che fra pochi anni l'Hotel Dajti non esisterà più.
È nella consapevolezza di questa transitorietà, direi, che bisogna pensare questo viaggio a est: un attimo prima che arrivino le ruspe e portino via le ultime macerie.

http://feedback1989.wordpress.com/
http://www.tica-albania.org/TICAB/

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