Così che, fra dicembre e gennaio, sono tornata in tutte le mie case: quella in cui sono cresciuta, quella su cui pago il mutuo e quella in cui ho deciso di abitare. Per una decisamente priva di radici, è stato un viaggio parecchio impegnativo ... Ho avuto anche un sacco di tempo, fra treni e aerei, per chiedermi se qualcosa, nella mia vita, avrebbe potuto o dovuto essere diverso; sono abbastanza sicura di no, e comunque non è nemmeno così importante.
Durante quei mesi a volte ho avuto voglia di scrivere, ma non l'ho mai fatto. Mi andava di tenermi i miei piccoli ricordi ambientati in posti strani tipo Zvernec (monastero ortosso, passerella di legno, colpo di sole), Prizren (tequila sale e limone, balcone, giroscopio rai), Blinisht (bambini, maestri coraggiosi, nonnina sorda) e molte stradine e palazzi di Tirana. Ho cercato di raccontare a vecchi e nuovi amici qualcosa di interessante, qualcosa che lasciasse indovinare la bizzarra passione con cui si può abitare nel "paese delle aquile"; ma mi sono accorta che non ci riuscivo: perché serenainalbania, fuori dall'Albania, è un dettaglio secondario, una parentesi fra il prima e il dopo; una cartolina fra le moltissime che ho mandato.
E non volevo insistere; anzi, mi faceva bene riconnettermi con il resto del mondo, con tutto il resto della mia storia. Ripensavo a quando Andrea è venuto a trovarci e alle cose in codice che ci dicevamo e alla valigia piena di niente; partendo da Tirana avevo portato via il batik che gli avevo promesso e gliel'ho mandato in Italia, per la sua nuova casa. Pensavo a Ettore, al fatto che non ci siamo salutati nemmeno alla stazione di Senigallia («non ti ho salutato a Tirana, non vedo perché dovrei farlo qui» ... ) e all'energia che ci vuole per ricominciare. Ho tirato fuori la playlist della mia festa di addio a Tunisi, quella con la luna sopra il mare e il negroni sbagliato e la Roby incinta; e mi sono sentita felice. Ho riscosso un certo successo, a Bruxelles, con la mia conoscenza della letteratura cubana, della guayaba e della creatività dei dialetti italiani per chiamare l'anatomia maschile e femminile. Sono tornata anche a Madrid, 10 anni dopo, per bere il vermut e rivedere i ritratti di Velazquez.
Poi un lunedi mi è arrivato il biglietto Bruxelles-Tirana; partenza il giovedi, rientro dopo 6 settimane.
E così è che sono tornata. Nella solita casa, ma con una sola piccola valigia. E di nuovo senza sapere cosa succederà, dopo. E - temo - senza sapere cosa succederà dentro. Mi sono detta che forse potevo evitare di chiedermelo, che probabilmente non c'era più niente che valesse la pena raccontare.
Alla fine, comunque, ho ceduto, ed è tornata anche serenainalbania. Ho ceduto perché non è vero, come spesso mi dico, che scrivo solo per nostalgia: invece scrivo anche perché sono felice, perché mi piace esserlo e mi piace ricordarmelo.
E mi sento di ringraziare Fabio e Tiziano, perché - da un capo e dall'altro di questa strana storia delle città con la T - me lo hanno chiesto esplicitamente. E Andrea, perché sono sicura che mi perdonerà se, nonostante le nostre bellissime lettere su tornare a casa dopo più di 3 anni fuori, io invece all'ultimo momento sono ripartita (e senza avvisare ... ). E le persone che, in alcune altre città (Roma, Milano, Torino, Venezia, Pisa), continuano a farmi sentire che - profondamente - ho sempre un posto dove posso tornare; casomai ...
E anche Antonio, perché quella sera mi è venuto a prendere con la macchina nuova (che, per ragioni puramente letterarie, definiremo "color zucca").
Durante quei mesi a volte ho avuto voglia di scrivere, ma non l'ho mai fatto. Mi andava di tenermi i miei piccoli ricordi ambientati in posti strani tipo Zvernec (monastero ortosso, passerella di legno, colpo di sole), Prizren (tequila sale e limone, balcone, giroscopio rai), Blinisht (bambini, maestri coraggiosi, nonnina sorda) e molte stradine e palazzi di Tirana. Ho cercato di raccontare a vecchi e nuovi amici qualcosa di interessante, qualcosa che lasciasse indovinare la bizzarra passione con cui si può abitare nel "paese delle aquile"; ma mi sono accorta che non ci riuscivo: perché serenainalbania, fuori dall'Albania, è un dettaglio secondario, una parentesi fra il prima e il dopo; una cartolina fra le moltissime che ho mandato.
E non volevo insistere; anzi, mi faceva bene riconnettermi con il resto del mondo, con tutto il resto della mia storia. Ripensavo a quando Andrea è venuto a trovarci e alle cose in codice che ci dicevamo e alla valigia piena di niente; partendo da Tirana avevo portato via il batik che gli avevo promesso e gliel'ho mandato in Italia, per la sua nuova casa. Pensavo a Ettore, al fatto che non ci siamo salutati nemmeno alla stazione di Senigallia («non ti ho salutato a Tirana, non vedo perché dovrei farlo qui» ... ) e all'energia che ci vuole per ricominciare. Ho tirato fuori la playlist della mia festa di addio a Tunisi, quella con la luna sopra il mare e il negroni sbagliato e la Roby incinta; e mi sono sentita felice. Ho riscosso un certo successo, a Bruxelles, con la mia conoscenza della letteratura cubana, della guayaba e della creatività dei dialetti italiani per chiamare l'anatomia maschile e femminile. Sono tornata anche a Madrid, 10 anni dopo, per bere il vermut e rivedere i ritratti di Velazquez.
Poi un lunedi mi è arrivato il biglietto Bruxelles-Tirana; partenza il giovedi, rientro dopo 6 settimane.
E così è che sono tornata. Nella solita casa, ma con una sola piccola valigia. E di nuovo senza sapere cosa succederà, dopo. E - temo - senza sapere cosa succederà dentro. Mi sono detta che forse potevo evitare di chiedermelo, che probabilmente non c'era più niente che valesse la pena raccontare.
Alla fine, comunque, ho ceduto, ed è tornata anche serenainalbania. Ho ceduto perché non è vero, come spesso mi dico, che scrivo solo per nostalgia: invece scrivo anche perché sono felice, perché mi piace esserlo e mi piace ricordarmelo.
E mi sento di ringraziare Fabio e Tiziano, perché - da un capo e dall'altro di questa strana storia delle città con la T - me lo hanno chiesto esplicitamente. E Andrea, perché sono sicura che mi perdonerà se, nonostante le nostre bellissime lettere su tornare a casa dopo più di 3 anni fuori, io invece all'ultimo momento sono ripartita (e senza avvisare ... ). E le persone che, in alcune altre città (Roma, Milano, Torino, Venezia, Pisa), continuano a farmi sentire che - profondamente - ho sempre un posto dove posso tornare; casomai ...
E anche Antonio, perché quella sera mi è venuto a prendere con la macchina nuova (che, per ragioni puramente letterarie, definiremo "color zucca").
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