martedì 9 marzo 2010

erlis

Ho passato tutta la giornata in un training congiunto con dei colleghi albanesi. A pranzo mi sono trovata accanto un ragazzo poco più grande di me che, scoprendo la mia nazionalità, mi ha raccontato di avere trascorso 3 anni all'Università della Tuscia per un dottorato di ricerca, grazie a una borsa di studio della Cooperazione Italiana.

Niente di più facile, vivendo a Tirana, che ascoltare queste storie: studiare in Italia era già considerato di grande prestigio prima dell'avvento del regime; oggi per questi ragazzi e le loro famiglie l'Università italiana rappresenta ancora un sogno, un investimento, un miraggio. Nell'anno accademico 2006-07 (sono gli ultimi dati consolidati che sono riuscita a trovare), c'erano più di 11mila studenti albanesi iscritti negli Atenei italiani, pari al 24% del totale degli universitari stranieri; le altre comunità - comprese quelle di cittadinanza UE - non contano più di duemila studenti.
Allora tengo per me i miei commenti sconsolati sul declino inesorabile dell'istruzione superiore in Italia. Del resto, è sicuramente meglio dell'Università pubblica locale. Del resto, ci sono passata anche io: se non fosse stato per l'Università sarei rimasta a Taranto e adesso non sarei la persona che sono ...

Poi ho scoperto che un altro dei colleghi del training ha studiato a Firenze e ha avuto mio marito come docente. Un'altra volta, tempo fa, mentre passeggiavamo sul bulevard sentimmo chiamare "professore!" e ci ritrovammo a chiacchierare con un suo ex allievo di quando insegnava all'Accademia Navale a Livorno. Cose che succedono solo in Albania!

Ho molto rispetto per queste persone che, dopo la laurea, ritornano qui. Io ci provai, a suo tempo, a tornare, a inseguire il sogno di "contribuire allo sviluppo del mio paese (in quel caso regione/città) d'origine". Non ha funzionato per niente. Durante l'ultimo mese - era ottobre del 2002 - ho sognato ogni notte di salire sul treno con la valigia. Ai primi di novembre ero di nuovo a Pisa: ho trasferito la residenza, ho cercato un lavoro e ho comprato una casa. Ci vuole molto più coraggio a tornare che ad andare via; e bisogna crederci, più di quanto sono riuscita a fare io.

Questo ragazzo del pranzo mi ha detto che suo figlio è nato in Italia, che "è viterbese". In realtà sono rientrati in Albania quando il bambino aveva solo pochi mesi, quindi ci vorrà tempo prima che i genitori glielo possano raccontare.
E comunque tecnicamente non è italiano, perché la nostra legislazione in materia di cittadinanza si basa quasi solo sullo jus sanguinis. Per cui: un pronipote oriundo, latinoamericano di quarta generazione, può votare come italiano all'estero e/o reclamare la cittadinanza italiana in qualsiasi momento e con quella andare a stabilirsi in Spagna sulla base del diritto alla libera circolazione europea. Al contrario, un figlio di immigrati nato in Italia acquisisce il diritto a chiedere la cittadinanza solo dopo il compimento della maggiore età, e deve ancora provare di avere soggiornato per tutto il tempo regolarmente e continuativamente sul territorio italiano. Cui prodest, non saprei ...

Questo bambino ora ha 15 mesi: per quando avrà 18 anni magari il problema non si porrà più, perché l'Albania farà davvero parte dell'Unione Europea e lui sarà libero non solo di viaggiare ma anche di stabilirsi in qualsiasi Stato Membro, compresa l'Italia.
I suoi genitori sono entrambi ricercatori universitari in scienze forestali; lui, albanese nato a Viterbo, si chiama Erlis: vuol dire "profumo di quercia".

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