giovedì 11 marzo 2010

una gita ad Atene

Ho passato lo scorso fine settimana in una romantica gita ad Atene.

Prima ero sempre io quella che partiva, e mio marito veniva a trovarmi (o a cercarmi, o a riprendermi). Del resto, il mio lavoro è di quelli che quando sei nella sede centrale a fare il desk ti annoi da morire e l'unica parte divertente è quando cominci a viaggiare e poi alla fine accettano di mandarti a vivere all'estero. Credo sia anche l'unico motivo per cui faccio questo lavoro, visto che sono refrattaria a qualsiasi vocazione. Comunque, dicevo: prima.
Adesso, invece, nella nostra nuova vita, mio marito parte in missione per le capitali europee e io salto sulla prima low-cost connection che trovo che va nella stessa direzione. A fine gennaio Madrid, ora Atene. Comincio a prenderci gusto.

Lo so che nessuno mi crede, ma io sto davvero prendendo in considerazione l'idea di smettere di lavorare. Così magari potrei scrivere finalmente per conto mio invece che per conto terzi, avrei zero preoccupazioni, la pelle liscia delle donne riposate e la gastrite curata. Imparerei a cucire i vestiti che ho sempre voluto disegnare, mi farei i maglioni da sola e prepareri le conserve e le marmellate; soprattutto: disegnerei, finalmente.
È l'incubo anti-femminista? Finirei per dare fuoco all'appartamento usando la crema per lucidare l'argenteria come accelerante? Non lo so ...

La cosa più buffa di tutte, durante il fine settimana, è stata che il mio cervello si è improvvisamente ricordato che sa leggere l'alfabeto greco. Ovviamente il greco moderno è lontano dal greco attico che ho studiato a scuola almeno quanto l'italiano dal latino, e la pronuncia di molte lettere è cambiata completamente, così che a volte mi perdevo nella traslitterazione. Eppure, nonostante questo, intanto siamo riusciti a leggere la segnaletica stradale che non è bilingue; e soprattutto ce la siamo cavata a distinguere gli ingredienti di certi piatti anche di fronte a misteriose traduzioni inglesi dei menu. Io leggevo quelli che per Vince erano solo disegnini; e a volte riuscivo anche a capirli, a riconoscere nei segni certe parole che sapevo, che un tempo ho saputo.

Mi sono sempre piaciuti gli alfabeti, perché sono l'elemento primordiale della scrittura e anche perché sono dei codici: sono la porta d'accesso a interi universi di significato. Di fronte a siffatta fascinazione, Vincenzo suggerisce che, quando sarò a Bruxelles senza lavoro, potrò dedicarmi ad aggiungere il greco moderno alla lista delle "lingue inutili" che amo studiare ...

Vabbe', ora non esageriamo: allora piuttosto imparerei il fiammingo!

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