domenica 8 febbraio 2009

sei fuori tempo ...

Sto avendo delle strane, stranissime settimane. Al lavoro mi sono impelagata in una mission impossible dalla quale ancora non so se uscirò viva; e questo sarebbe già abbastanza, perché implica che l'unico pezzo di cielo che vedo ogni giorno è quello sopra rruga Elbasanit andando e tornando dall'ufficio. Ma c'è di più: c'è questa specie di pulsazione di sottofondo in tutte e due le tempie che suona "sei fuori tempo" ...
E non è piacevole.

Mio marito è stato chiamato a Bruxelles per coprire un posto da contract staff (che significa funzionario a tempo determinato) presso il Parlamento europeo. Fantastico, certo: un piede finalmente dentro il sogno di una vita; il suo sogno e la sua vita.
Sapevamo che sarebbe successo prima o poi, ed era già un pezzo che facevo e facevamo scelte compatibili con questo best case scenario. Tanto io non sono strutturata, lavoro come consulente e Bruxelles è la patria delle consultancies. Ho imparato a parlare e scrivere anche in francese, mi sono rimessa agli studi europei e ho anche io il mio bravo Cast RELEX sul CV. Frequento i cocktail, mantengo i contatti, conosco società, imparo qualsiasi cosa possa un giorno vagamente tornarmi utile. E tutti mi rassicurano: ma certo che tu ce la fai a Bruxelles!
Pare che io sia quella che ci crede di meno. Forse perché percepisco distintamente il peso di ricominciare tutto da capo in un altro Paese, un altro contesto, completamente un'altra storia, di nuovo un'altra lingua. Di nuovo farsi degli amici, di nuovo ambientarsi in un quartiere, di nuovo rimettersi in gioco professionalmente. E se poi alla fine dei conti non ce la facessi affatto? E se Bruxelles, che non è mai stato il mio sogno, non fosse il posto adatto a me?

Il problema è il tempismo. Sono quasi pronta, davvero ... ma non ancora, non del tutto. Non sono pronta a lasciare Tirana adesso: è passato troppo poco tempo, non sono riuscita nemmeno a guardarmi intorno, ci sono ancora talmente tante cose che devo imparare, ascoltare, su cui devo riflettere. Un anno è un battito di ciglia in un Paese in cui tutti sono gentilissimi e diffidenti e "capire" le cose è una lunghissima e paziente partita a scacchi. Ho viaggiato troppo poco, non ho visto nulla dei Balcani perché aspetto la primavera e non ho visto nulla nel Nord dell'Albania perché il mio stupido lavoro mi tiene incollata a una sedia invece di offrirmi quei "viaggi-nei-posti-in-cui-altrimenti-non-andresti-mai" che hanno sempre rappresentato una componente essenziale della mia scelta di farlo, questo lavoro.

E poi, tempismo sbagliato su tempismo sbagliato: gli hanno offerto un contratto di un solo anno. Tre anni sono un time span sufficiente per fare dei piani, per organizzarsi anche col lavoro, coi lavori, con i contatti, per trasferirsi serenamente armi e bagagli in una città. Ma un solo anno senza nessuna garanzia di proroga? Se lascio ora il mio lavoro per andare a Bruxelles mi sembra di fare un salto nel vuoto troppo grosso.

Insomma, da qualsiasi parte mi rigiri la questione, l'unica risposta che mi viene à l'esprit è che sono fuori tempo. Così imparo - casomai rinascessi - a fare le cose per bene e ordinate e a andare dal punto A al punto B seguendo una linea retta; senza paesaggi, senza poesia.

Lavorare 12 ore al giorno su un database impossibile forse mi salva dai miei cortocircuiti.

domenica 1 febbraio 2009

principesse

Sono molti giorni che ci penso: alle principesse e ai loro draghi. E, inusualmente, ho deciso di concepire un incantesimo.

Ho recuperato dalle profondità delle mie rare promesse un lungo filo, che ho annodato minutamente per farne una rete. L'ho usata per avvolgere questo letto, il divano, ogni spigolo, la casa intera, così da farne un luogo sicuro. Ora sono pronta. Chiederò a uno che conosco di accompagnarmi di sera a Durazzo, senza fare domande, a guardare il mare. Butterò la mia rete verso la laguna.

So che c'è qualcuno, dall'altra parte, che parla la mia stessa lingua. Da tutta la vita.


Bastassero i miei pensieri, sareste già qui ...

venerdì 30 gennaio 2009

sciarada in blu

A certe persone capita di nascere sul mare e poi se lo portano dentro sempre, una città dopo l'altra, nonostante la nebbia e la pioggia.
A certe persone capita anche di avere una casa sul mare e una o più finestre sul mare e persino - ma questo accade più di rado - un divano sul mare.
Altre persone (o le stesse persone, per quello che conta) hanno occhi di mare che restano impressi su certi specchietti retrovisori quando guidano all'alba, prima che sia giorno, sulla strada inabitualmente silenziosa per un volo di sola, solissima andata.
E poi resta il soldino da buttare nel mare, per via di quella storia sui viaggi e i compagni di viaggio nonché - in ordine sparso - gli imbarchi, i folletti, i marinai, le maghe e le stelline.

Non so cosa trasmette Radio Londra in questo periodo ma ... I'll stay tuned.

lunedì 26 gennaio 2009

mirësevini në Tiranë

Dal momento che appartengo anagraficamente alla "generazione Schengen" e che quasi sempre mi sposto in aereo, questa storia del doppio posto di polizia alla frontiera di terra mi rimane abbastanza curiosa e folkloristica ... Soprattutto, è impressionante come nel giro di pochi metri si possa sentire distintamente il passaggio da un Paese a un altro, con buona pace della copiosa letteratura sull'antropologia di frontiera a cui pure ho avuto tempo e modo, all'epoca in cui studiavo, di appassionarmi.

In ingresso in Albania ci imbattiamo subito in un gruppo di almeno 5 poliziotti intenti a chiacchierare e fumare in capannello invece di indirizzare il traffico verso gli sportelli. L'omino allo sportello, da parte sua, osserva con lenta attenzione i nostri 5 passaporti e, non riscontrando alcuna irregolarità, pensa bene di contestarci che veramente servirebbe la fotocopia dei permessi di soggiorno ...
Resto per un momento affascinata dalla quantità di fantasia che può dispiegare un poliziotto di frontiera sperduto sui monti fra l'Albania e la Macedonia, e quasi quasi ammiro anche lo spirito d'azzardo con cui prova a rifilare questa improbabile storiella a un intero gruppo di italiani.
Quindi tiro fuori il tesserino (peraltro scaduto, oltre che tecnicamente privo di valore legale) su cui è impressa, con tanto di logo in quadricromia, la parola magica corrispondente al mio datore di lavoro. E tutti sorridendo ci salutiamo e ringraziamo e rimontiamo in macchina coi passaporti timbrati. Ovviamente - per quello che ne sanno loro - potevamo anche trasportare tre cadaveri, due minori rapiti, una donna trafficata e varie armi, dato che non si sono presi nemmeno il fastidio di avvicinarsi per dare un'occhiata ...

Passata la frontiera incontriamo quasi subito le caratteristiche Mercedes scassate che viaggiano nella nebbia senza fari e un paio di furgoncini troppo carichi che ondeggiano sui tornanti: ordinaria amministrazione; riusciamo anche a fermarci per sosta tecnica in una sottospecie di ristorante in mezzo al nulla con immancabile karaoke facente funzioni di autogrill. Fortunatamente una ragazza del gruppo conosce a memoria la strada da Elbasan a Tirana e ci facilita il viaggio con la mappa mentale delle buche di insondata profondità. Piove, naturalmente: a dirotto.

E però non lo so: io in questo posto un po' scassato comunque mi sento a mio agio e sono contenta quando superiamo il cartello Mirësevini në Tiranë. Bisogna anche dire che, subito dopo piazza Skanderbeu, ci infiliamo per sbaglio in un divieto d'accesso appena inaugurato e sbuchiamo giusti giusti davanti alla volante appostata della policia rrugore che, correttamente, fa per ritirare la patente al guidatore; ma poi, un po' perché non troviamo una lingua veicolare, un po' perché dal tono con cui ne discutiamo si capisce che siamo sinceramente dispiaciuti e non l'abbiamo fatto con cattiveria, il poliziotto si arrende e ci lascia andare (senza sfoggio di miei tesserini).

E anche questa, dico io, è Tirana.

domenica 25 gennaio 2009

reporting from Macedonia

Ci abbiamo messo oltre 7 ore per uscire dall'Albania, raggiungere Mavrovo, il paesino verso cui eravamo diretti, e - soprattutto - trovare il nostro hotel, autoproclamato “number 1 in Macedonia”.

Il macedone si scrive in caratteri cirillici, il che rende particolarmente difficile orientarsi con i segnali stradali; uno del gruppo fortunatamente ha studiato il russo all'università e un altro parla abbastanza albanese da chiedere indicazioni nella zona di confine. Mi sono resa conto che l'alfabeto cirillico (che si usa anche per il bulgaro) ormai fa parte, per così dire, dell'acquis communautaire “culturale”, come quello greco, quindi bisognerà impararlo ...
Fra una cosa e un'altra, in ogni caso, la bambina di due anni in macchina con noi era giustamente stremata dal viaggio, il suo papà da 7 ore di guida per tornanti, io e la mamma dai tornanti stessi e Vince dalla pazienza che l'oggetto “bambina” richiede. Una volta arrivati sono stata risucchiata dal letto king-size più grosso in cui abbia mai dormito e mi sono teletrasportata al giorno seguente.

Mavrovo è una località sciistica, ma in questi giorni non c'è neve, con significativa delusione degli intrepidi e mattinieri amanti delle piste (uno dei quali pervenuto con tanto di snow-board). Noi altri non sciatori del gruppo ci siamo goduti al 100% una piacevole camminata nell'aria pulita, un paesaggio tutto sommato ancora abbastanza integro e un tempo clemente. Il pomeriggio è stato interamente occupato dalla vera attrazione dell'hotel: una SPA con piscina riscaldata, piscinetta esterna, vasche jacuzzi, vasca termale con acque del mar morto, sauna, bagno turco, poltrone riscaldate, sala fitness e centro massaggi. Come dire ... una di quelle situazioni da “arrogantometro very high” che ci facevano tanto ridere in Tunisia!

Premesso che niente mi risulta più piacevole e rilassante che addormentarmi col rumore dell'acqua nelle orecchie, penso che una giornata così rimetterebbe al mondo chiunque. La manager dell'hotel (che, realizzato che non eravamo albanesi come le targhe delle nostre auto, ci ha tenuto a intrattenersi con noi la sera) ci ha chiesto se eravamo lì per un team-bulding workshop, una di queste cose molto in voga nella gestione delle risorse umane delle grandi multinazionali e delle organizzazioni internazionali.
“In un certo senso ...”, abbiamo risposto. In un certo senso perché la cosa è informale e disorganizzata, ma sì: alla fine dei conti siamo qui per impararci meglio, e per me questa cosa è tanto più importante quanto più mi è mancata - per un certo numero di circostanze - l'anno passato. Perché magari si comincia con un'improbabile associazione di persone in gita e poi si finisce a prendere l'aereo da Tunisi per partecipare a un matrimonio, no?

Limitandomi per ora a questa minuscola escursione, il più bel ricordo che conserverò della Macedonia è quello di sbucare dal passaggio sott'acqua che collega la piscina riscaldata interna alla piscinetta esterna, da dove abbiamo guardato il paesaggio all'imbrunire, circondati dal vapore e immersi fino alle orecchie per non gelare. Ma non intendo sottrarmi alla necessaria e dovuta domanda: i macedoni, ce la possono o non ce la possono fare?

Devo dire onestamente che non mi sento ancora di esprimere un giudizio. Come giustamente ci faceva osservare la manager, questo è un Paese che è passato dalla dominazione turca al comunismo alla guerra balcanica e l'idea stessa del lavoro come etica (e anche proprio del lavoro in quanto tale!) è piuttosto nuova. Lei ha tenuto a precisarci che è sicura di avere lo staff migliore disponibile sul mercato, nonostante tutte le lacune di cui è ben consapevole. Noi ci siamo astenuti dal segnalare le svariate disavventure con le ordinazioni che abbiamo accumulato in appena due giorni di permanenza; forse per implicita riconoscenza - oltre che per marketing mirato sul'inatteso target “espatriati italiani che vivono a Tirana” - lei ci ha assicurato che ovviamente la regola del check-out a mezzogiorno per noi non vale e ci ha offerto il brunch della domenica. Il bilancio del fine settimana, quindi, è complessivamente positivo, anche se l'osservazione mi pare troppo condizionata dalle cinque stelle lampeggianti sotto il nome dell'hotel.

La birra locale, infine, è buona e abbastanza corposa, il che non guasta, e quando gliela ordini ti fanno dei gran sorrisi come se gli stessi giurando che il loro Paese è stupendo. Ancora non so se ce la possono fare, ma direi che ci provano e io per questo porto rispetto e, soprattutto, tanta tanta tanta pazienza.

Questa era un'altra tappa del nostro viaggio di nozze, ma mi riprometto di arrivare fino a Skopje alla prossima occasione!

venerdì 9 gennaio 2009

"più siamo meglio sembriamo"

Casa mia qui a Tirana è piccola ma ben riscaldata e abbastanza accogliente. Ho già detto al padrone che le pareti bianche non mi piacciono più e che voglio tinteggiarle, possibilmente con un bel color crema o guscio d'uovo, in tono col divano, le piastrelle dell'angolo cottura e le tende (oltre che, in qualche modo che non so spiegare, con il mio umore).

Penso di comprare delle foto molto belle di paesaggi albanesi che ho visto ad una mostra e di appenderle al posto dei quadri che ho ora. Ho deciso che il tappeto marocchino tornerà a Pisa a febbraio e sarà sostituito da quelli di Kruja; anche uno dei batik burkinabé parte (con destinazione Genova Voltri). Restano sicuramente il pesciolino, l'occhio blu e un amuleto africano: uno vicino a ogni stipite, contro gli spiriti dispettosi - che, si sa, vivono negli angoli - e contro tutti i cattivi pensieri. Vorrei anche far sviluppare alcune foto mie in grande formato, di quelle in cui, per un motivo o per un altro, si vede bene che sono felice.

Vorrei che questa casa fosse molto più abitata nel 2009. Vorrei che tutti si sentissero la dimestichezza di aprire un armadietto e sapere a colpo sicuro dov'è il caffè o la birra o i biscotti; persino gli asciugamani.
Un po' è che mi rendo conto che sono cresciuta in una casa/famiglia affollata, e questo mi manca. Un po', ripensando ai miei anni col 9, so per certo che una delle determinanti del mio stare bene al mondo è sempre stato vivere in una casa aperta, accogliente, piena di persone; dove impari che ogni cosa è "normale" e che i punti di vista sono molteplici e quasi tutti perfettamente sensati e le sfumature talmente tante che parecchie restano senza nome. E ognuno ha una o più storie da raccontare; e a me piace ascoltare.

Certo, non sono quel tipo di donna che cucina per 12 senza preavviso e senza battere ciglio e possiedo solo servizi da tavola da 4 persone. Ma posso sicuramente ordinare 12 pizze e anche tirare fuori 12 bottiglie di vino ... o erano di rum?

giovedì 8 gennaio 2009

anno nuovo

Serena significa "come il cielo senza nuovole". Era un sacco di tempo che non ci pensavo più. Ho deciso di ripetermelo spesso in questo 2009, perché gli anni che finiscono col 9 tendono a essere cruciali nella mia vita e nei momenti cruciali bisogna avere dei punti fermi. Be', almeno uno ...

Il cielo di Tirana invece è pieno di nuvole spesse e mi piace il gioco di colori che fanno con le montagne sullo sfondo. Mi piace essere tornata a casa dopo così tanti giorni passati in treno e in albergo e sotto zero. Mi sono svegliata con la definitiva sensazione che sto bene qui, a prescindere da questo lavoro di cui non sono sicura (e quando mai sono stata sicura di un lavoro per più di 6 mesi?) e col chiaro proposito di starci ancora meglio durante l'anno nuovo: con meno rumore di sottofondo, con meno spaesamento quando mi affaccio alla finestra e non ci trovo più il mare.
È proprio vero che il tempo passa, semplicemente, come l'acqua sotto tutti i ponti, e bisogna essere bravi a conservare i sassi più lucidi e belli e per il resto continuare a camminare. Certe anime nascono così: peregrine; anche senza tanta letteratura intorno.

Ho cominciato l'anno con moltissimi pensieri. Questo è un buon segno. E mi sono anche fatta quella subdola "domanda di controllo" (come quelle che si mettono nei questionari per fare la controverifica delle risposte!): chiedimi se sono felice.
E la risposta è sì. Sono felice in un modo pacato e simpatico, come quando bevi due bicchieri di vino prima di cena e ti senti "allegra". Sono felice e piena di buoni propositi e piacevoli ricordi e nodi ai fazzoletti. E poi, un mio amico mi ha regalato un segreto per cominciare l'anno e io ci credo, che porti bene.

Sono Serena. Andiamo, 2009!


NB: Col nuovo anno non sono meno fulminata di prima ... i post del viaggio sono su una pen drive che ancora non è saltata fuori dallo zaino e li caricherò non appena possibile :-)