venerdì 13 novembre 2009

la macchinetta del caffè

Oggi ho passato la giornata da una riunione a un'altra e a un certo punto ho cercato una macchinetta del caffé. Questo oggetto è ancora molto raro negli uffici, credo perché riduce la possibilità di trascorrere lunghissime pause al bar; però io vengo qui abbastanza spesso e la macchinetta aveva catturato già da tempo la mia curiosità.

Gli adesivi accanto ai tasti sono scritti in albanese facilmente decifrabile (poi io sono fortissima in shqip da bar!); le opzioni a disposizione comunque (che comprendono kapuçino me kakao) tradiscono chiaramente la provenienza italiana dell'apparecchio; il piccolo display a cristalli liquidi, infine, parla italiano: "attendere prego, il prodotto è in preparazione".

Questo genere di cose probabilmente succede solo in Albania. Come le insegne gommisti, kalçeto, picceri, dolçe, lavazho: parole un po' albanesi e un po' italiane con uso random delle doppie. Oppure il negozio di vestiti usati che per darsi un tono si chiama "+39" e in un cartello specifica: roba originale nga Italia. E le trasmissioni tipo "Amici", in cui i ragazzi in gara si cimentano con le più famose canzoni italiane; mentre i centri commerciali mandano in filodiffusione Celentano e Ramazzotti.

Non riesco a evitare un leggero senso di spaesamento. E resto sempre stupita del fatto che per loro, in qualche modo, dopo tutto questo tempo, nelle cose di tutti i giorni, profondamente: l'Italia è ancora Lamerica ...

giovedì 12 novembre 2009

le ultime macerie

A Tirana in questi giorni si può visitare una mostra di arte contemporanea intitolata "feedback‹‹‹1989". Le opere, come sempre accade, sono di qualità variabile, ma alcune installazioni sono veramente belle.
Ad esempio ce n'è una che raccoglie oggetti disparati che gli abitanti della Germania Est comprarono dopo la caduta del muro con i loro "100 marchi di benvenuto": le persone hanno conservato le cose più insulse (barbie, dischi, bretelle, guide turistiche) come ricordo privato di quell'emozione di libertà.
Un'altra espone una collezione di foto dell'Albania del regime, in cui tutti sono felici e ben vestiti e sembrano crederci alla storia che presto si sarebbero chiusi gli ospedali, perché "nel socialismo compiuto nessuno si ammala più". Ancora: le silhouette di rari stranieri che poterono visitare l'Albania raccontano le strane storie di come e perché sono stati qui; dallo studio dei pipistrelli che avevano colonizzato i bunker dismessi alla verifica del fallimento dell'operazione vaticana "bibbie in mare" che avrebbe dovuto raggiungere i cattolici clandestini nel nord del Paese.
Un videoregistratore manda a ripetizione l'esibizione dei fratelli Ndoci al Festival e Këngës; vincitori dell'edizione 1989, nel 1990 presentarono una canzone intitolata "Hapni dritaret" [aprite le finestre], che parlava di Europa e libertà; il testo fu giudicato provocatorio e gli Ndoci poterono considerarsi fortunati a non finire in carcere. La minore delle sorelle cercò di iscriversi all'Accademia delle Belle Arti ma le "fu consigliato" di dedicarsi invece a studi di ingegneria meccanica; scappò in Germania.

La principale opera d'arte (concettuale), comunque, è lo spazio espositivo: l'Hotel Dajti, che durante il regime ospitava gli unici stranieri che riuscivano a ottenere un visto in ingresso, in genere membri di delegazioni dei Partiti Comunisti. L'albergo, di proprietà statale e così profondamente associato al regime, è rimasto in disuso per molti anni, con una sorta di imponente decadenza affacciata proprio sul bulevard. Da quest'anno, con impressionante acutezza e lungimiranza (e con l'occasione della Biennale di Tirana), è stato riaperto come spazio d'arte provvisorio; in attesa di sapere come farà - architettonicamente e finanziariamente - il Ministero degli Esteri a trasformarlo nella sua nuova sede.

Il lavoro di recupero è stato fatto con accortezza: l'ambiente è pulito e fruibile ma le finestre restano rotte, le macchie di umidità mangiano i muri, delle tapparelle sono rimaste solo le manopole, mancano le mascherine delle prese di corrente. Certi lampadari, il bancone del bar, il casellario delle chiavi restituiscono l'idea di quello che doveva essere, quando c'erano le tende di velluto rosso, divani, poltrone, odore di tabacco e caffè; e attorno a tavolini bassi si discutevano questioni che oggi sembrano assurde: il posizionamento dell'Albania (che è grande quanto l'Abruzzo) sullo scacchiere internazionale, la realizzazione compiuta dell'utopia socialista, la rivoluzione culturale, la resistenza contro il nemico capitalista.
Lo Stato edificava bunker per proteggersi da un'invasione senza dubbio (?) imminente. La gente rischiava i lavori forzati nelle miniere di cromo (forzati; cromo) per ascoltare clandestinamente il Festival di Sanremo e le partite del campionato italiano.

Ci sono molti motivi per cui amo vivere qui, ma più di tutto questa sorta di persistente, involontario surrealismo e la tenerezza che inevitabilmente ne consegue. Può essere che fra pochi anni l'Hotel Dajti non esisterà più.
È nella consapevolezza di questa transitorietà, direi, che bisogna pensare questo viaggio a est: un attimo prima che arrivino le ruspe e portino via le ultime macerie.

http://feedback1989.wordpress.com/
http://www.tica-albania.org/TICAB/

lunedì 9 novembre 2009

personale e politico

Il nove novembre del millenovecentottantanove io ero una ragazzina di 13 anni inquieta, curiosa e piuttosto notturna. Quello è il primo dei miei famosi "anni col nove", e novembre è sempre un mese in cui "succedono cose".

Insomma, mi aggiravo in cucina e mi venne in mente per caso di guardare il tg della notte; allora non credo che avrei saputo trovare Berlino sulla carta geografica e senz'altro avevo un'idea vaga di cosa significavano il muro e la cortina di ferro; eppure percepii dal tono della voce e dal montaggio dei servizi che quello doveva essere proprio il soffio della storia. Mi ricordo che andai a letto con questa strana sensazione, che non sapevo decifrare. E ricapitò quell'anno, a dicembre, quando la televisione mandò in onda le immagini di Ceauşescu fucilato.
Non capivo cosa stava succedendo, ma sapevo che era importante. Anche se ero solo una bambina e tutto quello che ci si aspettava da me era che tirassi fuori dal sacchetto i numeri della tombola. Nella periferia della provincia del mondo.

Dieci anni dopo avevo una laurea in Scienze Politiche Internazionali, perché la letteratura non mi sarebbe potuta bastare. Altri dieci anni dopo vivo in Albania e il baricentro del mio lavoro si sposta sempre più a est, intorno e dentro a questo mondo che - come dice il mio amico Marco - da un certo momento in poi non esiste più; senza sapere esattamente cosa deve diventare.

Ho rivisto "Good-bye Lenin" e credo di avere capito meglio molte cose. Ho ascoltato con i brividi le interviste sulla BBC ai protagonisti dell'epoca, ai corrispondenti, alla gente comune. Ci sono ancora tantissime storie da raccontare su quel mondo: epiche, private, misteriose, emozionanti.

Bisogna solo andarle a cercare, finché la gente se le ricorda; anche qui, in Albania.

domenica 8 novembre 2009

file urbani

A causa - immagino - della mia permanente dislocazione, mi sono imbattuta in una trasmissione del Terzo Anello di Radio 3 che si chiama "File Urbani". La puntata del 24 ottobre era dedicata a Bruxelles.

Ascoltatela, se avete voglia di farmi compagnia nella mia vita prossima ventura.

Quando verrete a trovarmi, vi ospiterò proprio lì: dove i palazzi dell'euroburocrazia vivono accanto al cuore nascosto di un mercato di Kinshasa. E andremo al Petit Sablon a mangiare la cioccolata di Marcolini. E al nuovo museo Magritte: perché il surrealismo è così assolutamente belga. E se venite d'estate, andremo anche a Bruxelles-les-bains sulla spiaggia finta.

Non fatevi pregare ...

sabato 7 novembre 2009

un'altra storiella in prestito

Il mio amico Fulvio mi ha gentilmente offerto quest'altra storiella, visuale.

Questa bici è parcheggiata tutte le mattine a un incrocio molto trafficato, fra Gurakuqi e Barrikadave. Se non notate niente di "strano", provate a ingrandire sulla targa.

E poi non ditemi che non è strepitoso vivere qui!

martedì 3 novembre 2009

brevissima

Sarà per via del freddo improvviso dell'altra sera, mi è venuto un doloroso trocicollo bilaterale. Quindi fisicamente non posso guardarmi intorno e nemmeno voltarmi indietro.

Psicosomatica metaforica?

lunedì 2 novembre 2009

pezzetti

Marito viene, marito va. Sento che la mia capacità di resistere a questi sbalzi di emozioni è ridotta al minimo; i consueti strumenti diversivi - tipo denial, sedute intensive dall'estetista più kitsch di Tirana e/o ossessione compulsiva per l'apprendimento delle declinazioni in shqip - sono sempre meno efficaci. Va bene che il craquelé ha un suo fascino fragile, ma a un certo punto bisogna anche sapersi ritirare; finché si è ancora a tempo.

Soffro di un persistente senso di disorientamento; come un rumore, un'interferenza di sottofondo. Nella mia testa bukha, tibarine e raki stanno sullo stesso scaffale del supermercato; la giornata finisce solo col canto del muezzin (come ci si accorge, sennò, che sta per calare il sole?); çai è una parola universale; ancora, a volte, credo di uscire sul balcone e trovare il mare. Per sapere dove mi trovo devo concentrarmi sulla luce: il cielo prende sfumature diverse vicino alle montagne, a questa latitudine; l'ho detto sempre che a Tirana, prima del tramonto, il cielo è straordinario.
Succede un po' come quando si viaggia e si cambia letto e al mattino, prima di essere completamente svegli, si allunga la mano verso un comodino che non c'è. Prima di essere completamente sveglia, non so se sono nel mio letto a Pisa, a Tirana o a Bruxelles. Cerco sempre una maglietta o un paio di scarpe che ho già traslocato da un'altra parte. Ci vuole una enorme quantità di energia per gestire l'ubiquità. Attenzione ... concentrazione ... ritmo e vitalità ...

Niente: sono troppo stanca.

Un'altra delle mie valige è partita per Bruxelles. Questo stillicidio di trasloco cominciato a luglio è quasi finito; se tutto va secondo i miei piani, potrei addirittura lasciare l'Albania con i 20 kili regolamentari di Alitalia e il Mac nello zainetto. L'armadio ormai è quasi vuoto: come se fossi appena arrivata; come se fossi venuta per stare solo qualche mese. Alla fine sarà: come se non fossi mai stata qui? A parte questo cybersproloquio, cosa resta di serenainalbania? Chissà se ha senso fare un parallelo fra impronta ecologica e impronta emotiva ...

Ho la chiara impressione di starmi smaterializzando. Mi conforta tuttavia l'idea che l'uomo che amo stia mettendo da parte tutti i pezzetti: così poi avrò tempo e modo per ricompormi. Inshallah ...