domenica 2 maggio 2010

sq

Non crevedo che esistesse ma ... http://sq.wikipedia.org/wiki/Faqja_Kryesore !!

martedì 27 aprile 2010

il bombolaro

Ieri sera mi è finita la bombola del gas; disdetta, per un altro mese solo che devo stare qui ... È vero che potrei tirare avanti con la piastra elettrica, ma già l'armadio vuoto mi fa tristezza: preferisco che almeno gli elettrodomestici restino funzionali al 100%, così, per una parvenza di casa e di vita normale. Ora che ci penso: forse dovrei avvisarlo il padrone di casa che stavolta vado via per davvero; e dovrò avvisare anche la gente del pallati, a un certo punto. Mi fa impressione a pensarci.

Comunque. Sono passata a "ordinare" la bombola nuova. L'ordinazione consiste in me che ritrovo il garage qui vicino dove ha sede il bombolaro e conduco una surrealissima conversazione con la moglie del bombolaro stesso, che non parla italiano. «goza italiane - le dico (la ragazza italiana) - suo marito lo sa, ci è già venuto a casa mia; pallati i ri (il palazzo nuovo), questo qui dietro ha presente? vabbe', comunque suo marito lo sa». Quindi le lascio il mio numero di cellulare e il nome. Vado a casa e aspetto che mi chiami verso le 19 - questo perché avevo distinto chiaramente le parole në ora shtat (alle sette).

Alle sette suonano alla porta di casa: era il bombolaro. Si ricordava perfettamente il palazzo, la scala, il piano e la porta, vale a dire tutte le informazioni che servono per trovare un appartamento in una città senza numeri civici e senza l'usanza di suonare al citofono - tanto il portone è aperto. Certo, potrebbe anche aver chiesto giù alla signora del minimarket che tiene d'occhio la vita della comunità, ma propendo più per la prima ipotesi perché mi ha chiesto notizie di mio marito, di cui si ricordava benissimo ... anche se lo ha visto solo la prima volta che è venuto qui: quasi due anni fa! Che poi è quella volta che ho argomentato con Quaini che, nella sua qualità di ingegnere dell'Eni, era lui che doveva occuparsi del cambiamento della mia bombola del gas ...
La bombola nuova mi è sembrata parecchio più grande di quella vuota e gli ho chiesto da quanti litri me l'aveva portata; era da 15, dice che l'ho ordinata così a sua moglie. In effetti mi pare di ricordare che la signora abbia pronunciato uno di questi numeri albanesi con la decina incomprensibili: pesëmbëdhjetë, ma lì per lì non ci ho fatto caso, perché avevo capito che il marito mi avrebbe telefonato e avrei potuto parlare con lui in italiano. S'ka problem, se la troverà il prossimo inquilino ...

Il bombolaro non è precisamente un signore distinto, però è sempre molto cortese. Da quello che ho capito lui era immigrato in Italia, stava bene, lavorava; solo che poi ha fatto un incidente stradale ed è venuto fuori che non aveva i documenti in regola, così l'hanno rimpatriato. Mi ricordo che ce lo raccontò senza amarezza e senza risentimento, come una cosa della vita, tipo: «e quindi ora sono qui. ah, ma che bella l'Italia ...».
Ho notato che il suo italiano è peggiorato, si vede che non lo pratica. Andando via gli dispiaceva molto non ricordarsi un modo di dire italiano per augurarmi "tante belle cose" per il futuro mio e di mio marito, ora che vado via dall'Albania.

«buona vita - mi ha detto alla fine; che forse è la traduzione di un modo di dire albanese - e magari torni da turista».
«magari, sì», gli ho risposto.

domenica 25 aprile 2010

le mie mentite spoglie

Il 25 aprile dell'anno scorso l'ho passato in un paesino verso il nord. All'inizio doveva essere una scampagnata da 25 aprile di quelle che si fanno in Italia, più per festeggiare la primavera che per commemorare la Resistenza diciamo ... Anche se io veramente sono tesserata dell'ANPI con la qualifica di "antifascista" e ne vado parecchio fiera e tutte le volte che sento un canto partigiano mi commuovo, specie quelli delle brigate anarchiche.

Poi invece all'ultimo momento è diventato una visita ad un'associazione locale; quello che ho fatto durante la giornata è stato servire la pasta ai bambini ed ascoltare le storie dei maestri che lavorano con gli "ambasciatori di pace". Non ho mai scritto del kanun e della vendetta su questo blog perché non è un argomento da storiella. Però quel giorno ho ripensato anche a certe cose di me, a quando - una o due vite fa - attraversare un ponte "proibito" e passare il mio tempo in un asilo o "nei quartieri" mi rendeva felice.
A volte mi capita, qui in Albania, che qualcuno venga nel mio ufficio per cercare di "sensibilizzarmi" sul tema della povertà o delle periferie; io annuisco paziente, com'è nel mio ruolo. Come se fossi nata dietro a quella scrivania e non avessi mai visto il mondo "di fuori"; e nel frattempo penso: e dire che non credevo mai di risultare convincente in questo travestimento!
Penso anche: ditemi qualcosa che non abbia già sentito; tipo - che so - qualcosa che suoni civico invece che missionario; ma so che sarebbe chiedere troppo. E comunque questo, forse, è un altro discorso.

La persona che mi ha portato lì quel giorno, non ho mai saputo come si aspettava che reagissi; conoscendolo, probabilmente non si aspettava niente; anzi, forse non ne abbiamo nemmeno mai più parlato. Sospetto che sia stato allora e attorno a quei giorni, però, che ho cominciato a sentirmi stanca delle mie mentite spoglie.

Quest'anno è brutto tempo e non sono riuscita ad andare fuori Tirana; sono rimasta a casa ad ascoltare lo speciale di Radio3 sulla Resistenza e a pensare a per come e per ché sono quella che sono e faccio quello che faccio. A un certo senso di inevitabile sconfitta, profonda serenità e - come dice il mio amico Martino - positiva rassegnazione.
Ma questo qui è decisamente un altro discorso.


CON LA RESISTENZA - CONTRO IL FASCISMO
www.anpi.it

mercoledì 21 aprile 2010

"tutto" (con le virgolette) qui

Mi manca Tiziano. Questo pensiero non è granché originale e nemmeno molto profondo, ma tant'è.

Il mio piano di non tornare a vivere in Albania quest'anno avrebbe dovuto proteggermi anche da questo: dalle persone che se ne vanno. Perché va bene che fa parte del gioco di vivere da espatriati, che ci si fa l'abitudine e che anzi io sono sempre quella che "non bisogna amare al risparmio o con l'occhio al calendario ma amare e basta". Come capita; se capita.
La verità, però, è che impariamo a non farcelo capitare; impariamo a stare bene con le persone sapendo che "domani", a un certo punto, saremo tutti da qualche altra parte e avremo intorno tutt'altri paesaggi e tutt'altre persone faranno parte della nostra vita di tutti i giorni. Ne faranno parte fino a confonderci, fino ad avere l'impressione che siano sempre stati lì e che non potrebbe essere altrimenti. E poi, di nuovo, partiremo; o partiranno; e poi di nuovo.
E cosa resta? E ne vale la pena? Domande oziose ...

Quindi mi manca, Tiz. Mi mancano le nostre confabulazioni dall'aria filosofica e mi manca la sua voglia di non litigare con nessuno. Mi mancano anche un sacco di altre cose, ma piccole, quotidiane e tendenzialmente insignificanti: mi manca perché non è più a Tirana, non è più a portata di mano. Tutto qui. O meglio: "tutto" (con le virgolette) qui.

Mi vengono in mente un sacco di scene e di immagini, ma non saprei scegliere. Mi ricordo precisamente (e mi succede solo con le persone importanti) la prima volta che ho visto Tiziano: era in quella stradina buia che si chiama rruga Islam Alla e mi verrebbe da dire che andavo da Ettore ma non tornerebbero i tempi; quindi forse era proprio la prima volta che andavo a cercare Antonio, per quella questione dei divani e dei sostituti. Notai questo tizio e pensai: "sicuro è italiano; anzi, somiglia a mio cognato"! E dopo qualche giorno me lo sono ritrovato in ufficio, in un gruppo di lavoro che ci ha tenuti insieme - con tanta pazienza - nonostante le susseguenti scadenze dei miei contratti. Pensa le coincidenze ...
Ma Tiziano è anche quello che cita la scala di Kinsey mentre prendiamo il sole sulla spiaggia a Zvernec o con cui chiacchiero della rivoluzione del paradigma di Kuhn mentre cerchiamo il bar per fare colazione a Kotor (questo è uno dei miei ricordi preferiti in assoluto!): un privilegio piuttosto raro. E poi ci sono dei pezzetti di conversazione geniali che non riuscirei a riprodurre. E dei momenti, come delle istantanee; sul balcone della sala riunioni, fuori dallo Unit, all'Artist, qui a casa a cena o la domenica a pranzo, al film festival, al confine croato. Un epico frammento dalla festa del mio compleanno (chi c'era indovinerà di cosa parlo). O quella volta a dicembre che eravamo tutti fermi al bar dell'aeroporto causa neve in Italia. Cose così.

Una mattina mi ha chiamata da Rinas per dirmi che il contratto nuovo era confermato e che sarebbe partito all'inizio di aprile. Credo di aver detto parecchie cose incoraggianti in quel momento e sono abbastanza sicura di avere fatto la mia parte di amica supportive; nel frattempo, però, controllavo il calendario: ci sarò quando parte? Ci voglio essere quando sarà partito?
È davvero tempo che me ne vada anche io ...

Più tardi, a casa, ho controllato i voli Bruxelles-Amman: credo di sapere cosa mi regalerò per il mio prossimo compleanno.

lunedì 19 aprile 2010

le scarpe col baffo storto

Poiché avevo così tanta voglia di camminare, questa volta mi sono portata le scarpette da ginnastica; non quelle "buone" di marca (anche se sono bianche e rosa e sembrano lelly-kelly!) che uso per la palestra ma quelle nere e rosse che ho comprato l'anno scorso a Durazzo.

A Durazzo ci sono questi negozi specializzati in articoli di marca che costano pochissimo, soprattutto scarpe; uno si chiede sempre: ma come sarà possibile pagare 3.000 lek per un paio di Nike? Saranno partite difettose? Saranno "cascate da un camion" - o carrément rubate? O saranno più semplicemente tarocche? Nel dubbio - lo stesso dubbio con cui mi aggiravo, da bambina, in certi grandi mercati meridionali - una volta le ho volute comprare anche io, ma poi non me le sono mai messe gran che. La cosa più divertente, peraltro, era che i negozi erano pieni di italiani, soprattutto baresi entusiasti di tornare a casa carichi di scarpe griffate e convinti di aver fatto un affarone; ora, senza voler fare dell'antropologia spicciola ...

Comunque poi l'estate scorsa, mentre ero al mare dai miei, un giorno mio cognato (che essendo ingegnere aeronautico ha un certo occhio per i dettagli), mi fa: "Ma Serena, dove le hai comprate quelle scarpe? Hanno il baffo storto!"; "Ma come storto? L'avevo pure controllato: mi sembra nel verso giusto"; "Sui lati; però è storto sulla linguetta". Accidenti, io credevo fossero solo rubate, invece erano davvero fasulle senza speranza!
Da allora in poi, forte di questa nuova consapevolezza, riconosco negli aeroporti i passeggeri che saliranno sul mio stesso volo per Tirana; solo "noi albanesi" andiamo in giro con nonchalance con le Nike dal baffo storto ...

PS: Confesso che queste scarpe non torneranno con me a Bruxelles. Ho deciso che ci sono dei limiti all'albanesità che posso portarmi dietro ora che vado a vivere in Europa ...

domenica 18 aprile 2010

deti dhe mali

Sono andata a Zogu i Zi e ho preso un furgon in direzione Scutari. Ho camminato in montagna, in un posto che si chiama Razëm. Ne avevo voglia: voglia di sassi, di fresco, di odore di camino. Il giorno dopo ho camminato anche vicino alla laguna di Ishull Lezha. Potendo avrei camminato ancora, ma a un certo punto sono dovuta rientrare a Tirana.

Sulla strada ho finito di leggere Zazie dans le métro e ho ripensato a un sogno che ho fatto l'estate scorsa, ambientato a Bruxelles; sospetto fosse un sogno premonitore, ma aspetto a raccontarlo fino a quando non ne sarò sicura.

mercoledì 7 aprile 2010

back back

Avevo detto che non avrei passato un terzo inverno a Tirana; così sono andata via giusto in tempo, subito prima del 21 dicembre.

Invece poi sono tornata. "Comunque non una terza primavera", ho annunciato allora. Anche se nel dita ë verës poi c'ero, ma non conta: se gli albanesi festeggiano l'arrivo della primavera in anticipo (quest'anno cadeva il 14 marzo) e per di più lo chiamano "giorno dell'estate", insomma, io che posso farci ...

Sono andata via il 20 marzo, di nuovo giusto in tempo; ed era un giorno talmente pieno di sole che faceva troppo caldo per la mia piccola valigia invernale.

Lo so: ho perso qualsiasi credibilità. Il fatto è che sono tornata di nuovo; a questo punto non so più nemmeno bene perché (a parte lo stipendio, intendo). Quando ero già in areoporto mi sono accorta che ho dimenticato a casa la grammatica albanese e persino il dizionario. E a prendermi, stavolta, non c'era nessuno.

Ancora due mesi, poi basta; il tempo di vedere di nuovo il mare?