lunedì 11 ottobre 2010

gra shqipëtare

Sul Lungolana, dalla parte della Piramide, nel fine settimana ci sono sempre delle signore che vengono in città non so da quali villaggi e si sistemano sul marciapiede, con un telo di plastica, a vendere le loro tovaglie; più in là, con l'inverno, anche qualche calzettone di lana.

La tessitura in Albania è stata sempre un'arte funzionale, quindi femminile, domestica; si usano pochi colori e motivi tradizionali, la lavorazione è standard. Le tovaglie sono fra i pochi "prodotti tipici" albanesi che si trovano nei negozi, assieme a qualche gioiello in filigrana d'argento (anche quelli un po' tutti uguali), ai posacenere di marmo in forma di bunker (sinceramente imperdibili) e alla media paccottiglia con l'aquila bicefala o l'icona di Madre Teresa (a volte di Enver Hoxha) ...
Esiste una lavorazione al telaio pregiata nella zona di Shkodra, al nord; ma a quel punto la tovaglia diventa un investimento abbastanza impegnativo per un oggetto che nelle case moderne non si userebbe più di una volta l'anno.

Le tovaglie più semplici di queste signore, in effetti, ho sempre voluto comprarle. Intanto per avere qualcosa di albanese da conservare, qualcosa che un giorno tiri fuori da un cassetto mentre sei da tutt'altra parte nel mondo e pensi: ma te la ricordi la piramide sul bulevard? e il mosaico sul museo? e gli anni - gli anni - che abbiamo passato lì? E poi perché mi piacciono queste donne: somigliano a tante altre donne che ho visto nei miei altrove, con la stessa pazienza sotto il sole e con le stesse ore di marcia e/o di bus sgangherati per arrivare "in città" a vendere il frutto del loro lavoro; che poi siano manghi o menta e cipolle o tovaglie, fa poca differenza.
Solo che non trovavo mai niente che mi piacesse abbastanza. La tovaglia veramente tipica è rossa, ma ce l'ho già perché me l'hanno regalata per il compleanno; quelle bianche - come quelle di Shkodra - sono sintetiche, per questo costano poco. Tutte le volte che passo davanti a questi banchini improvvisati penso ad una fondazione che conosco, che lavora per promuovere l'artgianato tessile con la creazione di nuovi motivi a partire da quelli tradizionali, la presentazione del prodotto, il marketing sulla qualità ... Un po' quegli stessi principi per cui a Tunisi compravamo le futa di Amarante pagandole una sassata invece che quelle del mercato a 5 dinari, insomma. E in genere mi scoraggio, penso che qui siamo ancora troppo lontani.

E invece finalmente è successo. Ho trovato una donna incredibile: l'anello mancante nella catena evolutiva che va dalla contadina vestita di nero seduta all'angolo della strada con la sua cassetta di melagrane alle forme più avanzate di auto-impresa femminile: altro che corsi del fondo sociale europeo per la legge 215 ...

Ho notato nel mucchio una tovaglia color crema con le righe un po' più scure, tono su tono: solito motivo ma significativa innovazione cromatica; tessuto di vero cotone, trama fitta: solido e lavabile in lavatrice, quindi più facile da usare. Ero già convinta all'acquisto quando è spuntata fuori dai cespugli questa signora piccoletta, armata di marsupio, e prima ancora di rispondere alla mia domanda sa kushton? mi ha fatto tutto un discorso velocissimo in albanese di cui ho capito solo numëri celular im; in un momento di illuminazione ho chiesto: për porosi?, cioè "per ordinazione"?
Ebbene sì. La signora non solo mi stava impacchettando alla velocità della luce la tovaglia prescelta col suo set di 6 tovaglioli, ma mi stava giustamente mettendo al corrente che posso chiamarla in qualsiasi momento e ordinare quello che mi serve con colori, dimensioni e motivi che piacciono a me. A raccontarlo sembrerebbe quasi banale, se non fosse che nella testa e nel cuore di un popolo che ha vissuto un regime come quello albanese lo spirito di iniziativa non è niente affatto scontato, specie per le persone di una certa età; so di progetti ONG che hanno avuto vita difficile proprio per convincere le donne che facendo qualcosa di diverso - per esempio soprammobili sostanzialmente inutili di ceramica (che oggi infatti si trovano in aeroporto come souvenir ...) invece che solo tazze e bicchieri - avrebbero venduto di più e meglio.

Ero già pienamente incantata dalla mia transazione commerciale, quando la signora mi regala un ultimo grandioso coup de thèatre: fa sparire nel marsupio i miei 3.000 lek e cosa tira fuori? Giustamente, un "biglietto da visita", col suo nome e numero di telefono: e sennò, che parliamo a fare?
Il biglietto ovviamente non è un cartoncino stampato ma un rettangolino di foglio a righe, da quaderno di scuola, piegato e strappato con cura e scritto a mano: Gjyljana 069.3161834.

Il premio Bellisario, io, lo darei a lei senza pensarci un attimo. Chiamatela, se passate da Tirana.


www.fondacionirozafa.com

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