martedì 16 marzo 2010

arlecchino da scutari

Quando siamo andati a Shkoder abbiamo visitato una fabbrica di maschere veneziane che si chiama "Arlecchino". Si tratta di un laboratorio artigianale; alcune creazioni si ripetono ogni anno e altre sono prodotte come pezzi unici, assieme ai costumi. Noi ci siamo andati di domenica, per cui non siamo riusciti a vedere l'atelier all'opera; il padrone ci ha ricevuti in una piccola sala da esposizione, dove ci ha lasciato provare per ore tutte le maschere che c'erano, fino a che ognuno di noi ha trovato "quella giusta".
Lui si chiama Edmond Angoni; è un artista emigrato in Italia nel 1991 che ora crea maschere a Scutari, insegna e gestisce un'impresa che impiega oltre 30 operai e produce per il mercato veneziano e per altri mercati di lusso come USA e estremo oriente. Guida una macchina con la targa italiana.

Alcune delle maschere in esposizione sono esattamente uguali a quelle del film "Eyes wide shut"; secondo lui sono quelle del film, nel senso che è stato lui il fornitore della produzione hollywoodiana. Uno dei miei colleghi ha commentato con aria di sufficienza: "Sì, ti immagini ... ora Kubrick veniva a comprare le maschere a Scutari ... "
Non lo so. A parte che ho imparato da Gianpaolo (che di mestiere produce film) che le produzioni cinematografiche seguono a volte percorsi imperscrutabili. Quello che dico io è: perché no? Senz'altro le maschere costeranno meno a ordinarle qui che a Venezia e per il resto l'arte è quella, la cartapesta pure, il risultato è uguale. Ma soprattutto: cosa importa se è vera o inventata? è una storia bella da raccontare, in ogni caso.

Anche io ho pagato il mio tributo all'arte e alla storia: la storia delle migrazioni (circolari? di ritorno? permanenti?) fra Italia e Albania e la storia dell'antica dominazione veneziana su Scutari, che ha lasciato tracce a volte non proprio evidenti sulle facciate di certi palazzi, sul disegno delle strade e persino sul gusto del Carnevale. Ho comprato una coppia di arlecchini, così potremo usarli l'anno prossimo - solo la maschera, con un abito da sera - per qualche festa chic a Bruxelles e faremo un figurone. Mi immagino già i commenti: "Ecco gli italiani, hanno quelle maschere veneziane, che meraviglia!"

Gli italiani con le maschere veneziane che vengono da Scutari, Albania. Oui, ça me dit ...

giovedì 11 marzo 2010

greco-albanese

La Grecia deve essere l'unico posto al mondo, fuori dall'Albania, in cui gli sportelli bancomat parlano anche shqip.

Contrariamente a quello che forse immaginano gli italiani, in effetti, è la Grecia la prima destinazione dell'emigrazione albanese; solo che si tratta di un flusso ondivago, non stanziale, ancora molto irregolare e fortemente stigmatizzato. I greci, del resto, usano stigmatizzare qualsiasi minoranza etnica che si trovi attorno ai loro confini, e relativi paesi di appartenenza (leggi: Macedonia, Albania, Turchia), con buona pace della politica di vicinato e degli impegni sull'allargamento europeo ... Le "questioni" a volte diventano talmente paradossali che non riesco a convincermi che siano davvero sull'agenda politica nazionale e internazionale.

Gli albanesi, nello specifico, sono considerati come i terroni d'antan; vale a dire come noi consideriamo ancora i "vu cumpra" (che spesso hanno anche cambiato nazionalità, da quando il termine è stato coniato ad oggi) o gli altri immigrati africani sfruttati dal caporalato meridionale nelle piantagioni di pomodori. Come dire: c'è sempre qualcuno più terrone di me ...
Il sistema bancario, comunque, non bada a queste sciocchezze: molti albanesi che non leggono il greco ma aprono conti correnti ergo il bancomat aggiunge l'opzione shqip alle più comuni inglese, francese e tedesco. Devo dire che in Albania alcuni bancomat parlano anche italiano (piuttosto male), ma sospetto siano solo quelli dei gruppi bancari italiani!

Durante il Film Festival di Tirana, l'anno scorso, abbiamo visto un film assolutamente geniale sulla multiculturalità greco-albanese: "Akadimia Platonos". Ammesso che si riesca a trovare da qualche parte online (però ancora non si è materializzato nella mia DVDteca pirata di fiducia ... ), lo consiglio vivamante per dare un'occhiata a questo "lato" della storia albanese - questo che confina con la Grecia, intendo - a cui dall'Italia non facciamo mai caso.

una gita ad Atene

Ho passato lo scorso fine settimana in una romantica gita ad Atene.

Prima ero sempre io quella che partiva, e mio marito veniva a trovarmi (o a cercarmi, o a riprendermi). Del resto, il mio lavoro è di quelli che quando sei nella sede centrale a fare il desk ti annoi da morire e l'unica parte divertente è quando cominci a viaggiare e poi alla fine accettano di mandarti a vivere all'estero. Credo sia anche l'unico motivo per cui faccio questo lavoro, visto che sono refrattaria a qualsiasi vocazione. Comunque, dicevo: prima.
Adesso, invece, nella nostra nuova vita, mio marito parte in missione per le capitali europee e io salto sulla prima low-cost connection che trovo che va nella stessa direzione. A fine gennaio Madrid, ora Atene. Comincio a prenderci gusto.

Lo so che nessuno mi crede, ma io sto davvero prendendo in considerazione l'idea di smettere di lavorare. Così magari potrei scrivere finalmente per conto mio invece che per conto terzi, avrei zero preoccupazioni, la pelle liscia delle donne riposate e la gastrite curata. Imparerei a cucire i vestiti che ho sempre voluto disegnare, mi farei i maglioni da sola e prepareri le conserve e le marmellate; soprattutto: disegnerei, finalmente.
È l'incubo anti-femminista? Finirei per dare fuoco all'appartamento usando la crema per lucidare l'argenteria come accelerante? Non lo so ...

La cosa più buffa di tutte, durante il fine settimana, è stata che il mio cervello si è improvvisamente ricordato che sa leggere l'alfabeto greco. Ovviamente il greco moderno è lontano dal greco attico che ho studiato a scuola almeno quanto l'italiano dal latino, e la pronuncia di molte lettere è cambiata completamente, così che a volte mi perdevo nella traslitterazione. Eppure, nonostante questo, intanto siamo riusciti a leggere la segnaletica stradale che non è bilingue; e soprattutto ce la siamo cavata a distinguere gli ingredienti di certi piatti anche di fronte a misteriose traduzioni inglesi dei menu. Io leggevo quelli che per Vince erano solo disegnini; e a volte riuscivo anche a capirli, a riconoscere nei segni certe parole che sapevo, che un tempo ho saputo.

Mi sono sempre piaciuti gli alfabeti, perché sono l'elemento primordiale della scrittura e anche perché sono dei codici: sono la porta d'accesso a interi universi di significato. Di fronte a siffatta fascinazione, Vincenzo suggerisce che, quando sarò a Bruxelles senza lavoro, potrò dedicarmi ad aggiungere il greco moderno alla lista delle "lingue inutili" che amo studiare ...

Vabbe', ora non esageriamo: allora piuttosto imparerei il fiammingo!

mercoledì 10 marzo 2010

sei italiana?

In questi giorni ho avuto modo di visitare, assieme ad altri colleghi albanesi e internazionali, il nuovo EU Info Centre di Tirana. Dopo la presentazione, mentre mi aggiravo alla ricerca di un angoletto fumatori, una delle ragazze albanesi che si occupano di gestire il progetto e lo spazio mi ha avvicinata e mi ha chiesto: "Ma tu sei italiana?"; "Sì ... ", ho risposto io, un po' interlocutoriamente.

La verità è che dopo tutti questi anni di vita all'estero temo sempre che qualcuno voglia rivolgermi qualche commento sprezzante sulla politica italiana, spaziando da "voi italiani non avete mai superato l'era del trasformismo parlamentare" [come ebbe modo di puntualizzare l'assistente del mio corso di storia contemporanea in Irlanda, quando ero l'unica italiana della classe] a "ma è vero che il vostro Presidente del Consiglio ha fatto le corna nella foto di gruppo?" [e altre tristemente simili, in genere a sfondo sessuale]. Mantengo quindi un atteggiamento circospetto; almeno fino a quando non riuscirò nel mio segreto intento di cambiare cittadinanza ...

Invece, in questo caso, alla mia conferma la ragazza si è illuminata con un sorriso e mi ha detto: "Ma allora vieni di là nel cucinino ché ti faccio un vero caffè!". Ho così scoperto che le operatrici (le quali - ovviamente? - parlano italiano e hanno lavorato con degli italiani) si sono preoccupate di procurarsi una vera macchina da espresso con le cialde Illy e serissime tazzine di porcellana, di quelle spesse da bar. E io naturalmente ho avuto accesso a questo privilegio per il solo fatto di essere stata riconosciuta come italiana ...

L'ho già usata recentemente l'espressione cose che succedono solo in Albania ???

http://euinfocentre.al

martedì 9 marzo 2010

erlis

Ho passato tutta la giornata in un training congiunto con dei colleghi albanesi. A pranzo mi sono trovata accanto un ragazzo poco più grande di me che, scoprendo la mia nazionalità, mi ha raccontato di avere trascorso 3 anni all'Università della Tuscia per un dottorato di ricerca, grazie a una borsa di studio della Cooperazione Italiana.

Niente di più facile, vivendo a Tirana, che ascoltare queste storie: studiare in Italia era già considerato di grande prestigio prima dell'avvento del regime; oggi per questi ragazzi e le loro famiglie l'Università italiana rappresenta ancora un sogno, un investimento, un miraggio. Nell'anno accademico 2006-07 (sono gli ultimi dati consolidati che sono riuscita a trovare), c'erano più di 11mila studenti albanesi iscritti negli Atenei italiani, pari al 24% del totale degli universitari stranieri; le altre comunità - comprese quelle di cittadinanza UE - non contano più di duemila studenti.
Allora tengo per me i miei commenti sconsolati sul declino inesorabile dell'istruzione superiore in Italia. Del resto, è sicuramente meglio dell'Università pubblica locale. Del resto, ci sono passata anche io: se non fosse stato per l'Università sarei rimasta a Taranto e adesso non sarei la persona che sono ...

Poi ho scoperto che un altro dei colleghi del training ha studiato a Firenze e ha avuto mio marito come docente. Un'altra volta, tempo fa, mentre passeggiavamo sul bulevard sentimmo chiamare "professore!" e ci ritrovammo a chiacchierare con un suo ex allievo di quando insegnava all'Accademia Navale a Livorno. Cose che succedono solo in Albania!

Ho molto rispetto per queste persone che, dopo la laurea, ritornano qui. Io ci provai, a suo tempo, a tornare, a inseguire il sogno di "contribuire allo sviluppo del mio paese (in quel caso regione/città) d'origine". Non ha funzionato per niente. Durante l'ultimo mese - era ottobre del 2002 - ho sognato ogni notte di salire sul treno con la valigia. Ai primi di novembre ero di nuovo a Pisa: ho trasferito la residenza, ho cercato un lavoro e ho comprato una casa. Ci vuole molto più coraggio a tornare che ad andare via; e bisogna crederci, più di quanto sono riuscita a fare io.

Questo ragazzo del pranzo mi ha detto che suo figlio è nato in Italia, che "è viterbese". In realtà sono rientrati in Albania quando il bambino aveva solo pochi mesi, quindi ci vorrà tempo prima che i genitori glielo possano raccontare.
E comunque tecnicamente non è italiano, perché la nostra legislazione in materia di cittadinanza si basa quasi solo sullo jus sanguinis. Per cui: un pronipote oriundo, latinoamericano di quarta generazione, può votare come italiano all'estero e/o reclamare la cittadinanza italiana in qualsiasi momento e con quella andare a stabilirsi in Spagna sulla base del diritto alla libera circolazione europea. Al contrario, un figlio di immigrati nato in Italia acquisisce il diritto a chiedere la cittadinanza solo dopo il compimento della maggiore età, e deve ancora provare di avere soggiornato per tutto il tempo regolarmente e continuativamente sul territorio italiano. Cui prodest, non saprei ...

Questo bambino ora ha 15 mesi: per quando avrà 18 anni magari il problema non si porrà più, perché l'Albania farà davvero parte dell'Unione Europea e lui sarà libero non solo di viaggiare ma anche di stabilirsi in qualsiasi Stato Membro, compresa l'Italia.
I suoi genitori sono entrambi ricercatori universitari in scienze forestali; lui, albanese nato a Viterbo, si chiama Erlis: vuol dire "profumo di quercia".

lunedì 8 marzo 2010

mimoZe

Più di una persona mi ha segnalato questo reportage fotografico apparso su la Repubblica on line. Non tutte le foto sono belle e alcune non rappresentano affatto - secondo me - le "donne di Tirana"; almeno per come le conosco io. Alcuni scatti, invece, sembrano proprio di quelle storielle che a volte non faccio in tempo a raccontare.

Quest'anno ero distratta e avevo troppo da fare; come me tutti gli uomini che conosco, a quanto pare ... Queste, allora, saranno le mie mimose: prese in prestito, citando la fonte.

Mimoza è un nome femminile molto usato in Albania.


http://www.repubblica.it/persone/2010/03/10/foto/donne_tirana-2584668/1/

mercoledì 3 marzo 2010

gol

Secondo Wikipedia, "The Volkswagen Gol is a low cost subcompact car designed in Brazil and sold by German automaker Volkswagen since 1980. It is Volkswagen's entry-level car in the South American market, beneath the other superminis, the Fox and Polo. It has uninterruptedly been the best-selling car in Brazil since 1987, and since 1998 in Argentina. Gol sales in South America are also high; over 5 million Gols have been produced since 1980. Gol has also been produced in Iran under the same name. Its project was started in 2nd half of 1970's due the need for a liable successor for the VW Beetle (Fusca, in Brazil), since the European cars would not be liable for sales due the road conditions (that required more resistant platforms) and different customer needs".

Quello che il mondo (ancora) non sa è che la Gol si vende anche sul mercato albanese. Anzi, è senza dubbio la macchina preferita degli autonoleggi. Così che in Gol ho fatto il mio primissimo viaggio da quando sono arrivata qui (verso nord fino in Montenegro, giusto il giorno dell'esplosione a Gërdec) e anche quest'ultimo a Scutari.

La cosa divertente è che gli italiani, quando li avverti che passi a prenderli con la Gol, invariabilmente ti rispondono: "Vorrai dire la Golf?"; e noi italiani d'Albania, con aria di sufficienza e una certa superiorità (che vuoi: sono turisti, oppure appena arrivati ... ci vuole pazienza ... ), ribattiamo: "No no: proprio la Gol".

E comunque quantomeno è ancora Volkswagen. Quando abbiamo attraversato il confine con la Bosnia, lo scorso settembre (un confine memorabile, peraltro: di quelli seriamente in mezzo al nulla), avevamo una Chery: principale casa automobilistica cinese, a quanto pare; non per questo meno sconosciuta da questa parte del mondo! La nostra, poi, era targata Tirana e con quattro italiani a bordo ... la cosa aveva creato una certa perplessità nelle guardie di frontiera ...