lunedì 7 dicembre 2009

overlaps

Ho appena visto un film che parla di un blog e mi ha messo di buon umore: magari anche io con le mie storielle mi salverò da un lavoro che non mi convince e si scoprirà che sono davvero (come io peraltro ho sempre pensato!) una scrittrice; e anche che sono capace di portare a termine un progetto se mi ci impegno ...

Nella storia ci sono due donne: la prima scrive un libro di cucina negli anni Cinquanta e la seconda lo rilegge (e ci scrive un blog) negli anni Duemila. Entrambe hanno mariti molto speciali che credono nei loro progetti e le appoggiano, anche quando la vita diventa complicata e la scrittura invadente. Quindi non mi manca niente!

Il motivo per cui non mi spaventa lasciare il lavoro e trasferirmi a Bruxelles è che da qualche tempo sto pensando seriamente a un nuovo blog, qualcosa a cui potrei dedicarmi finalmente a tempo pieno. Perché no? Stasera ho voglia che sia possibile. Mi è sempre piaciuto immaginare di rispondere "scrivo" a chi mi chiede "cosa fai nella vita?".

Incidentalmente, una scena del film ambientata alla Gare de Lyon mi ha riportata improvvisamente indietro di 10 anni. A un'alba parigina dopo una notte intera passata in treno (solo cuccette; nella mia, io e cinque enormi signore senegalesi) e a un mazzo di roselline rosa appena prese al mercato.
Lui secondo me non se lo ricorda, perché è un uomo distratto; e poi, sono stata sempre io quella che conserva le fotografie ...

venerdì 20 novembre 2009

frigorifer

L'altra sera il mio frigorifero ha esalato l'ultimo respiro: ha proprio emesso un rantolo finale e si è spento per sempre. L'incresciosa circostanza ha convinto il mio padrone di casa a comprarne uno nuovo; quindi ho preso appuntamento col delivery service della catena Neptune e sono andata a casa ad aspettare con pazienza. Quando mi hanno avvisata sono scesa per intercettarli: l'indirizzo rruga budi, pallati i ri (cioè "il palazzo nuovo") riportato sul contratto d'affitto e su tutte le mie utenze non è - in effetti - abbastanza esplicativo.

Li ho aiutati a parcheggiare il furgoncino nella mia stradina e mentre scaricavano ho capito che il capo diceva: "Ma no, non è un frigorifero: ho qui la bolla per una lavatrice!". Meno male che lavatrice in shqip si dice lavatriçe e frigorifero si dice frigorifer ... e soprattutto che in questi lunghi anni di frequentazioni senza lingua veicolare ho imparato a indovinare quanto più possibile i pezzetti di conversazione che non posso capire per intero. "Lascia lascia: a me devi dare il frigorifero, la lavatrice ce l'ho; avrai sbagliato bolla!".

Secondo me, "in Europa" sarebbero tornati in negozio a verificare le bolle prima di consegnarmi il frigorifero sulla fiducia; e mi avrebbero anche aiutata a smaltire l'imballaggio senza farsi tanto pregare e senza guardarmi straniti come se gli avessi chiesto di accompagnarmi sulla luna (invece che al bidone sotto casa).

Comunque il frigo è carino, anche se fa già rumore come quello di prima ed è categoria B per l'efficienza energetica; be': il punto - si sa - è imparare a accontentarsi ...

venerdì 13 novembre 2009

la macchinetta del caffè

Oggi ho passato la giornata da una riunione a un'altra e a un certo punto ho cercato una macchinetta del caffé. Questo oggetto è ancora molto raro negli uffici, credo perché riduce la possibilità di trascorrere lunghissime pause al bar; però io vengo qui abbastanza spesso e la macchinetta aveva catturato già da tempo la mia curiosità.

Gli adesivi accanto ai tasti sono scritti in albanese facilmente decifrabile (poi io sono fortissima in shqip da bar!); le opzioni a disposizione comunque (che comprendono kapuçino me kakao) tradiscono chiaramente la provenienza italiana dell'apparecchio; il piccolo display a cristalli liquidi, infine, parla italiano: "attendere prego, il prodotto è in preparazione".

Questo genere di cose probabilmente succede solo in Albania. Come le insegne gommisti, kalçeto, picceri, dolçe, lavazho: parole un po' albanesi e un po' italiane con uso random delle doppie. Oppure il negozio di vestiti usati che per darsi un tono si chiama "+39" e in un cartello specifica: roba originale nga Italia. E le trasmissioni tipo "Amici", in cui i ragazzi in gara si cimentano con le più famose canzoni italiane; mentre i centri commerciali mandano in filodiffusione Celentano e Ramazzotti.

Non riesco a evitare un leggero senso di spaesamento. E resto sempre stupita del fatto che per loro, in qualche modo, dopo tutto questo tempo, nelle cose di tutti i giorni, profondamente: l'Italia è ancora Lamerica ...

giovedì 12 novembre 2009

le ultime macerie

A Tirana in questi giorni si può visitare una mostra di arte contemporanea intitolata "feedback‹‹‹1989". Le opere, come sempre accade, sono di qualità variabile, ma alcune installazioni sono veramente belle.
Ad esempio ce n'è una che raccoglie oggetti disparati che gli abitanti della Germania Est comprarono dopo la caduta del muro con i loro "100 marchi di benvenuto": le persone hanno conservato le cose più insulse (barbie, dischi, bretelle, guide turistiche) come ricordo privato di quell'emozione di libertà.
Un'altra espone una collezione di foto dell'Albania del regime, in cui tutti sono felici e ben vestiti e sembrano crederci alla storia che presto si sarebbero chiusi gli ospedali, perché "nel socialismo compiuto nessuno si ammala più". Ancora: le silhouette di rari stranieri che poterono visitare l'Albania raccontano le strane storie di come e perché sono stati qui; dallo studio dei pipistrelli che avevano colonizzato i bunker dismessi alla verifica del fallimento dell'operazione vaticana "bibbie in mare" che avrebbe dovuto raggiungere i cattolici clandestini nel nord del Paese.
Un videoregistratore manda a ripetizione l'esibizione dei fratelli Ndoci al Festival e Këngës; vincitori dell'edizione 1989, nel 1990 presentarono una canzone intitolata "Hapni dritaret" [aprite le finestre], che parlava di Europa e libertà; il testo fu giudicato provocatorio e gli Ndoci poterono considerarsi fortunati a non finire in carcere. La minore delle sorelle cercò di iscriversi all'Accademia delle Belle Arti ma le "fu consigliato" di dedicarsi invece a studi di ingegneria meccanica; scappò in Germania.

La principale opera d'arte (concettuale), comunque, è lo spazio espositivo: l'Hotel Dajti, che durante il regime ospitava gli unici stranieri che riuscivano a ottenere un visto in ingresso, in genere membri di delegazioni dei Partiti Comunisti. L'albergo, di proprietà statale e così profondamente associato al regime, è rimasto in disuso per molti anni, con una sorta di imponente decadenza affacciata proprio sul bulevard. Da quest'anno, con impressionante acutezza e lungimiranza (e con l'occasione della Biennale di Tirana), è stato riaperto come spazio d'arte provvisorio; in attesa di sapere come farà - architettonicamente e finanziariamente - il Ministero degli Esteri a trasformarlo nella sua nuova sede.

Il lavoro di recupero è stato fatto con accortezza: l'ambiente è pulito e fruibile ma le finestre restano rotte, le macchie di umidità mangiano i muri, delle tapparelle sono rimaste solo le manopole, mancano le mascherine delle prese di corrente. Certi lampadari, il bancone del bar, il casellario delle chiavi restituiscono l'idea di quello che doveva essere, quando c'erano le tende di velluto rosso, divani, poltrone, odore di tabacco e caffè; e attorno a tavolini bassi si discutevano questioni che oggi sembrano assurde: il posizionamento dell'Albania (che è grande quanto l'Abruzzo) sullo scacchiere internazionale, la realizzazione compiuta dell'utopia socialista, la rivoluzione culturale, la resistenza contro il nemico capitalista.
Lo Stato edificava bunker per proteggersi da un'invasione senza dubbio (?) imminente. La gente rischiava i lavori forzati nelle miniere di cromo (forzati; cromo) per ascoltare clandestinamente il Festival di Sanremo e le partite del campionato italiano.

Ci sono molti motivi per cui amo vivere qui, ma più di tutto questa sorta di persistente, involontario surrealismo e la tenerezza che inevitabilmente ne consegue. Può essere che fra pochi anni l'Hotel Dajti non esisterà più.
È nella consapevolezza di questa transitorietà, direi, che bisogna pensare questo viaggio a est: un attimo prima che arrivino le ruspe e portino via le ultime macerie.

http://feedback1989.wordpress.com/
http://www.tica-albania.org/TICAB/

lunedì 9 novembre 2009

personale e politico

Il nove novembre del millenovecentottantanove io ero una ragazzina di 13 anni inquieta, curiosa e piuttosto notturna. Quello è il primo dei miei famosi "anni col nove", e novembre è sempre un mese in cui "succedono cose".

Insomma, mi aggiravo in cucina e mi venne in mente per caso di guardare il tg della notte; allora non credo che avrei saputo trovare Berlino sulla carta geografica e senz'altro avevo un'idea vaga di cosa significavano il muro e la cortina di ferro; eppure percepii dal tono della voce e dal montaggio dei servizi che quello doveva essere proprio il soffio della storia. Mi ricordo che andai a letto con questa strana sensazione, che non sapevo decifrare. E ricapitò quell'anno, a dicembre, quando la televisione mandò in onda le immagini di Ceauşescu fucilato.
Non capivo cosa stava succedendo, ma sapevo che era importante. Anche se ero solo una bambina e tutto quello che ci si aspettava da me era che tirassi fuori dal sacchetto i numeri della tombola. Nella periferia della provincia del mondo.

Dieci anni dopo avevo una laurea in Scienze Politiche Internazionali, perché la letteratura non mi sarebbe potuta bastare. Altri dieci anni dopo vivo in Albania e il baricentro del mio lavoro si sposta sempre più a est, intorno e dentro a questo mondo che - come dice il mio amico Marco - da un certo momento in poi non esiste più; senza sapere esattamente cosa deve diventare.

Ho rivisto "Good-bye Lenin" e credo di avere capito meglio molte cose. Ho ascoltato con i brividi le interviste sulla BBC ai protagonisti dell'epoca, ai corrispondenti, alla gente comune. Ci sono ancora tantissime storie da raccontare su quel mondo: epiche, private, misteriose, emozionanti.

Bisogna solo andarle a cercare, finché la gente se le ricorda; anche qui, in Albania.

domenica 8 novembre 2009

file urbani

A causa - immagino - della mia permanente dislocazione, mi sono imbattuta in una trasmissione del Terzo Anello di Radio 3 che si chiama "File Urbani". La puntata del 24 ottobre era dedicata a Bruxelles.

Ascoltatela, se avete voglia di farmi compagnia nella mia vita prossima ventura.

Quando verrete a trovarmi, vi ospiterò proprio lì: dove i palazzi dell'euroburocrazia vivono accanto al cuore nascosto di un mercato di Kinshasa. E andremo al Petit Sablon a mangiare la cioccolata di Marcolini. E al nuovo museo Magritte: perché il surrealismo è così assolutamente belga. E se venite d'estate, andremo anche a Bruxelles-les-bains sulla spiaggia finta.

Non fatevi pregare ...

sabato 7 novembre 2009

un'altra storiella in prestito

Il mio amico Fulvio mi ha gentilmente offerto quest'altra storiella, visuale.

Questa bici è parcheggiata tutte le mattine a un incrocio molto trafficato, fra Gurakuqi e Barrikadave. Se non notate niente di "strano", provate a ingrandire sulla targa.

E poi non ditemi che non è strepitoso vivere qui!