mercoledì 24 febbraio 2010

anche no

"Anche no" è come rispondo (scherzando, ma non troppo) quando mi chiedono di fare qualcosa di cui non ho affatto voglia. Per esempio, alla domanda: "Serena, ti va di guardare la finale di Sanremo / la partita di campionato / la seratona di X-Factor?", tendo a rispondere "anche no", e vado via.
Lo stesso principio si applica a questioni più complesse: ti andrebbe di ridisegnare l'intero data-base, di organizzare la conferenza, di accompagnare la missione, di facilitare la composizione della controversia? Anche no, in effetti ... Tranne che, in casi come questi, in genere poi lo faccio.

Da quando ho lasciato l'Italia, anche no riassume il mio atteggiamento nei confronti della "politica" (per così dire ... ) italiana. Ti andrebbe di interessarti a quello che succede nel tuo Paese, all'attualità politica, al buon funzionamento delle istituzioni, alle sorti dell'istruzione e della sanità, al dibattito parlamentare? Anche no. Spesso, anzi, decisamente no. Per questo motivo vivo serenamente senza seguire la stampa italiana; quando in Italia succede qualcosa di veramente serio lo vengo a sapere da BBC World o da EuroNews: poiché i believe in professionalism, mi fido della loro selezione.

Certe volte, però, i miei amici si sentono in dovere di mandarmi dei link: si tratta di notizie o situazioni di cui senz'altro preferirei non sapere nulla (anche no); e invece devo.

Questa lunga premessa serve a citare l'ennesima "infelice battuta" di cui si è parlato recentemente. Non cercherò nemmeno di argomentare lo sdegno; che non è qui solo di donna e di femminista e di italiana che vive in Albania (come se non fosse sufficiente).
Il vero problema - e forse questo aspetto è stato poco commentato - è che lo sdegno è istituzionale, nel senso più ampio possibile. Ma cos'altro aspettarsi da un Paese con l'ex velina (omofoba) Ministra delle Pari Opportunità? Abbiamo creduto che "nani e ballerine" fosse il peggio possibile; ma il Presidente del Consiglio che scherza sulla tratta delle donne albanesi dice profondamente che al peggio non c'è mai fine.

Serena, avresti voglia di tornare a vivere in Italia?
Anche no.


www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/12482/1/41/

domenica 21 febbraio 2010

in ascensore

Palazzo; ascensore.

- Mirëmbrëma
- Mirëmbrëma; çfarë kati?
- Njëmbëdhjetë
- You are from Italy?
- Yes, indeed
- I understand Italian, but I can't speak. I've never been to Italy: I went to the US

Ottavo piano: il signore scende e mi augura have a nice evening; you too, rispondo, e premo il bottone per l'undicesimo.

A parte che secondo me ha indovinato che sono italiana più dal fatto che all'undicesimo piano abitano gli unici stranieri (italiani) del condominio, che non da come ho pronunciato (male) due parole di albanese.
E comunque: in quale altro paese al mondo la conversazione da ascensore non verte sul tempo ma su dove uno era emigrato?

Non posso farci niente: a me piace questo posto ...

mercoledì 17 febbraio 2010

qui e ora

Stasera qualcuno (che non lo aveva mai fatto prima) ha cucinato per me.

E mentre ero lì, mi sono accorta che è passato un intero anno. E - in un certo senso - una gran parte di un anno intero è passata tutta in una volta durante lo scorso fine settimana.

Ho pensato alle mie scelte e alle cose di cui sono convinta: il mare; fidarsi; le trame e le parole. E anche le sfumature, i dettagli, le storie, i paesaggi. Ho pensato a quello che rischio e a quello a cui rinuncio, ogni volta che faccio la valigia; al fatto che scappare mi determina così profondamente e che, finché dura questa vita, "qui e ora" è l'unica maniera che ho per stare al mondo.

Comprese le persone che mi capitano intorno. Soprattutto le persone che mi capitano intorno.

giovedì 11 febbraio 2010

continua ...

Così che, fra dicembre e gennaio, sono tornata in tutte le mie case: quella in cui sono cresciuta, quella su cui pago il mutuo e quella in cui ho deciso di abitare. Per una decisamente priva di radici, è stato un viaggio parecchio impegnativo ... Ho avuto anche un sacco di tempo, fra treni e aerei, per chiedermi se qualcosa, nella mia vita, avrebbe potuto o dovuto essere diverso; sono abbastanza sicura di no, e comunque non è nemmeno così importante.

Durante quei mesi a volte ho avuto voglia di scrivere, ma non l'ho mai fatto. Mi andava di tenermi i miei piccoli ricordi ambientati in posti strani tipo Zvernec (monastero ortosso, passerella di legno, colpo di sole), Prizren (tequila sale e limone, balcone, giroscopio rai), Blinisht (bambini, maestri coraggiosi, nonnina sorda) e molte stradine e palazzi di Tirana. Ho cercato di raccontare a vecchi e nuovi amici qualcosa di interessante, qualcosa che lasciasse indovinare la bizzarra passione con cui si può abitare nel "paese delle aquile"; ma mi sono accorta che non ci riuscivo: perché serenainalbania, fuori dall'Albania, è un dettaglio secondario, una parentesi fra il prima e il dopo; una cartolina fra le moltissime che ho mandato.
E non volevo insistere; anzi, mi faceva bene riconnettermi con il resto del mondo, con tutto il resto della mia storia. Ripensavo a quando Andrea è venuto a trovarci e alle cose in codice che ci dicevamo e alla valigia piena di niente; partendo da Tirana avevo portato via il batik che gli avevo promesso e gliel'ho mandato in Italia, per la sua nuova casa. Pensavo a Ettore, al fatto che non ci siamo salutati nemmeno alla stazione di Senigallia («non ti ho salutato a Tirana, non vedo perché dovrei farlo qui» ... ) e all'energia che ci vuole per ricominciare. Ho tirato fuori la playlist della mia festa di addio a Tunisi, quella con la luna sopra il mare e il negroni sbagliato e la Roby incinta; e mi sono sentita felice. Ho riscosso un certo successo, a Bruxelles, con la mia conoscenza della letteratura cubana, della guayaba e della creatività dei dialetti italiani per chiamare l'anatomia maschile e femminile. Sono tornata anche a Madrid, 10 anni dopo, per bere il vermut e rivedere i ritratti di Velazquez.


Poi un lunedi mi è arrivato il biglietto Bruxelles-Tirana; partenza il giovedi, rientro dopo 6 settimane.

E così è che sono tornata. Nella solita casa, ma con una sola piccola valigia. E di nuovo senza sapere cosa succederà, dopo. E - temo - senza sapere cosa succederà dentro. Mi sono detta che forse potevo evitare di chiedermelo, che probabilmente non c'era più niente che valesse la pena raccontare.

Alla fine, comunque, ho ceduto, ed è tornata anche serenainalbania. Ho ceduto perché non è vero, come spesso mi dico, che scrivo solo per nostalgia: invece scrivo anche perché sono felice, perché mi piace esserlo e mi piace ricordarmelo.

E mi sento di ringraziare Fabio e Tiziano, perché - da un capo e dall'altro di questa strana storia delle città con la T - me lo hanno chiesto esplicitamente. E Andrea, perché sono sicura che mi perdonerà se, nonostante le nostre bellissime lettere su tornare a casa dopo più di 3 anni fuori, io invece all'ultimo momento sono ripartita (e senza avvisare ... ). E le persone che, in alcune altre città (Roma, Milano, Torino, Venezia, Pisa), continuano a farmi sentire che - profondamente - ho sempre un posto dove posso tornare; casomai ...
E anche Antonio, perché quella sera mi è venuto a prendere con la macchina nuova (che, per ragioni puramente letterarie, definiremo "color zucca").

mercoledì 10 febbraio 2010

cronaca di una fine annunciata ...

La mia idea era che questo blog finisse assieme al mio viaggio in Albania. Ho pensato di prendermi un po' di tempo, raccogliere gli ultimi commenti, farne un back-up e cancellarlo. D'altronde le storielle albanesi, al principio, dovevano essere solo un gioco, il modo per non perdere il filo di certi discorsi cominciati da tutta un'altra parte del mare; anche se poi, piano piano, hanno cominciato a vivere una loro vita indipendente, a portarmi in posti che non mi ero immaginata, fuori e dentro di me ... Non mi sembra nemmeno possibile che sia passato così tanto tempo. E forse ha ragione il mio amico Marco che, prima di partire per Sofia, un giorno mi disse che «serenainalbania è imbarazzante: è troppo personale».

Ho un vago proposito di lavorare a una versione cartacea che mi piacerebbe conservare, per ritrovarla un giorno in qualche cassetto e provarne la vertigine. Sospetto che, a rileggerle, la maggior parte delle storielle non mi piacerebbe più o non mi sembrerebbe coerente con la narrazione; pensavo, ad esempio, che potrei eliminare tutte le impressioni dei viaggi fuori dall'Albania, tranne magari il Kosovo.
Eppure: se io non fossi stata in Slovenia, non avrei mai saputo del sangue e del miele; quindi non lo avrei mai usato come argomento di conversazione prima di un film; quindi una persona che allora conoscevo appena non avrebbe mai cominciato a raccontarmi storie di confini. In totale, non ci sarebbe stato per me nessun Kosovo: tanto per fare un esempio ...
Alla fine mi sa che terrò tutto, perché tutto si tiene. Come quell'estate in cui avevo deciso di riprendermi la mia vita e, per cominciare, ho sistemato in dei grandi album quasi dieci anni di fotografie che tenevo in una scatola. Esattamente un anno dopo sarei stata in Africa; ma questo, allora, non potevo saperlo.

Insomma, contavo di chiudere il blog con le mie ultime storielle di dicembre. Tipo: Tiziano con gli occhiali GirgioArmani e il suo imperdibile amico artista che assomiglia a Alvaro Vitali; il caffé-libreria sotto casa di Isabella che sta diventando il nostro nuovo posto preferito; il Tirana Book Festival e il Tirana Film Festival; la mia appassionata ricerca di film albanesi recenti con sottotitoli leggibili; la copia di "In alto mare" dedicata e autografata dall'autore (ma non per me ... ). Vincenzo che viene a riprendermi e diciamo a tutti (per scherzo?) che è per assicurarsi che io venga via ... La casa completamente vuota e l'aria di neve che si sentiva all'improvviso, quel sabato mattina mentre andavamo a Rinas. E infine, inaspettato, il nuovo bar Segafredo dell'aeroporto, con la zona fumatori più geniale che abbia mai visto e un'intera tavolata di persone che adoro.

Così, più o meno, sarebbe finito il blog. E dopo: Bruxelles, una vita tutta da reinventare, e chissà cos'altro.


Questo è quello che mi ero immaginata. Ma così, ovviamente, non è andata.

Anzitutto mi hanno proposto di rientrare subito con un nuovo contratto, a partire dal 10 gennaio. In quanto a tempismo, chi si ricorda del febbraio 2008 a Tunisi avrà a questo punto un déjà-vu ... Ho rifiutato, perché ho deciso che stavolta c'erano delle cose più importanti del mio lavoro, delle cose di cui avevo bisogno; soprattutto avevo bisogno di tempo e di pace e di mettere in ordine le mie valige e di sentirmi bene nella mia nuova casa.

Avevo deciso di lasciare l'Albania, e avevo davvero bisogno di farlo; non tanto per l'Albania ma per me stessa: volevo tornare a casa.

(continua ... )

lunedì 7 dicembre 2009

overlaps

Ho appena visto un film che parla di un blog e mi ha messo di buon umore: magari anche io con le mie storielle mi salverò da un lavoro che non mi convince e si scoprirà che sono davvero (come io peraltro ho sempre pensato!) una scrittrice; e anche che sono capace di portare a termine un progetto se mi ci impegno ...

Nella storia ci sono due donne: la prima scrive un libro di cucina negli anni Cinquanta e la seconda lo rilegge (e ci scrive un blog) negli anni Duemila. Entrambe hanno mariti molto speciali che credono nei loro progetti e le appoggiano, anche quando la vita diventa complicata e la scrittura invadente. Quindi non mi manca niente!

Il motivo per cui non mi spaventa lasciare il lavoro e trasferirmi a Bruxelles è che da qualche tempo sto pensando seriamente a un nuovo blog, qualcosa a cui potrei dedicarmi finalmente a tempo pieno. Perché no? Stasera ho voglia che sia possibile. Mi è sempre piaciuto immaginare di rispondere "scrivo" a chi mi chiede "cosa fai nella vita?".

Incidentalmente, una scena del film ambientata alla Gare de Lyon mi ha riportata improvvisamente indietro di 10 anni. A un'alba parigina dopo una notte intera passata in treno (solo cuccette; nella mia, io e cinque enormi signore senegalesi) e a un mazzo di roselline rosa appena prese al mercato.
Lui secondo me non se lo ricorda, perché è un uomo distratto; e poi, sono stata sempre io quella che conserva le fotografie ...

venerdì 20 novembre 2009

frigorifer

L'altra sera il mio frigorifero ha esalato l'ultimo respiro: ha proprio emesso un rantolo finale e si è spento per sempre. L'incresciosa circostanza ha convinto il mio padrone di casa a comprarne uno nuovo; quindi ho preso appuntamento col delivery service della catena Neptune e sono andata a casa ad aspettare con pazienza. Quando mi hanno avvisata sono scesa per intercettarli: l'indirizzo rruga budi, pallati i ri (cioè "il palazzo nuovo") riportato sul contratto d'affitto e su tutte le mie utenze non è - in effetti - abbastanza esplicativo.

Li ho aiutati a parcheggiare il furgoncino nella mia stradina e mentre scaricavano ho capito che il capo diceva: "Ma no, non è un frigorifero: ho qui la bolla per una lavatrice!". Meno male che lavatrice in shqip si dice lavatriçe e frigorifero si dice frigorifer ... e soprattutto che in questi lunghi anni di frequentazioni senza lingua veicolare ho imparato a indovinare quanto più possibile i pezzetti di conversazione che non posso capire per intero. "Lascia lascia: a me devi dare il frigorifero, la lavatrice ce l'ho; avrai sbagliato bolla!".

Secondo me, "in Europa" sarebbero tornati in negozio a verificare le bolle prima di consegnarmi il frigorifero sulla fiducia; e mi avrebbero anche aiutata a smaltire l'imballaggio senza farsi tanto pregare e senza guardarmi straniti come se gli avessi chiesto di accompagnarmi sulla luna (invece che al bidone sotto casa).

Comunque il frigo è carino, anche se fa già rumore come quello di prima ed è categoria B per l'efficienza energetica; be': il punto - si sa - è imparare a accontentarsi ...