martedì 14 aprile 2009

mannaggia, mi è scappata la sfigatta!

Al mio rientro in ufficio non ho più trovato la "sfigatta": la sua scrivania era vuota e la stanza sembrava enorme. Piccoli stagisti che vanno e vengono: in tre mesi quasi ti abitui alla loro presenza, e quando finalmente (a forza di tormentarli) inizi a trovarli divertenti devono già ripartire.

Non sono sicura che la piccola sfigatta sia riuscita a imparare niente di professionalmente utile qui da noi; ma, d'altra parte, con un respiro temporale così ristretto magari il vero obiettivo non è tanto il tirocinio in sé quanto l'esperienza di stare fuori. E da questo punto di vista, direi che di cose ne ha imparate ...

Una mattina a colazione mi fa: "Sai, mi ha detto Marco [il suo compagno di ufficio, che poi sarebbe quello che capisce di Balcani!] che quando tornerò a casa mi succederà una cosa strana, che avrò l'impressione che per me il tempo sia passato e per i miei amici che sono rimasti a Padova invece no".
Resto con la forchetta a mezz'aria. E adesso? Mi sta chiedendo una conferma, lo capisco dal tono della voce. Faccio finta di niente? Le dico la verità? Mi sarebbe servito, più di dieci anni fa, se qualcuno mi avesse avvisata? Sarebbe stato meglio o peggio? La sfigatta mi ha incastrata ... Poso la forchetta: se lo vuole sapere, è giusto così.

Mi dispiace dovertelo dire, ma Marco ha ragione. Noi lo sappiamo perché ci è già successo, perché succede a tutti. Il fatto è che vivi così intensamente quando sei all'estero e in maniera così profondamente estranea alla tua vita "normale", che ti sembra che il tempo passi più velocemente, soprattutto le prime volte; e invece per chi è rimasto a casa e ha continuato a fare le solite piccole cose di sempre, il tempo ha continuato a scorrere piano. E tu te ne accorgerai rientrando e ti avviso: soffrirai. E ti ritroverai a pensare che hai più cose da dire a certe persone che hai conosciuto solo per tre mesi piuttosto che a quelle con cui hai passato tutta la vita. Capita, è un momento, una fase. È come con una malattia, capisci? Questo tipo di vita è una malattia. Se ti curi, puoi anche guarire. Però io non te lo auguro, di guarire.

Ora sta a te, sfigatta. Hai visto il meglio e il peggio. Hai conosciuto persone serene e altre oggettivamente disadattate. Hai visto che si creano relazioni profonde e senza nome per il tempo di un contratto e che certi matrimoni funzionano con aspirazioni di ubiquità. Sono sicura che ormai sai distinguere fra chi ci si è trovato per caso e chi proprio non ne poteva fare a meno; e che sai scegliere. Quello che non so e non posso sapere è cosa ti renderà felice. Se sospetti che sia questa vita, spero che tu non guarisca.

Ti ho insegnato a salutarsi come se non fosse un addio. Tienilo a mente, perché ti servirà.

E con questo dichiaro chiusa la serie lagnosa di gente che parte, mi lascia qui e mi mancherà. Da domani si ricomincia con delle vere storielle!

3 commenti:

sfigatta ha detto...

la sfigatta ha digerito il ritorno, non è stato semplice, ma non è stato proprio così come me l'avevate descritto. Sofferenza è una parola grossa, che fa stringere lo stomaco e smettere di parlare per un pò, io direi disagio... ecco mi sono sentita a disagio. la sensazione che il mondo, il mio mondo, fosse andato avanti anche senza di me non è stata piacevole ma è rassicurante. come tornare nella casa dei nonni e sentire sempre gli stessi odori, il sugo ha lo stesso sapore, i piatti buoni, quelli della domenica, sono gli stessi di quando hai memoria. è tornare a casa. può essere nauseante se lo si vive con il senso di "superiorità" di chi vive fuori e quando fa ritorno guarda chi gli sta intorno con quell'aria del"questo l'ho visto solo io, tu non puoi capire"...forse non mi spiego bene ma spero tu riesca ad intendere. il disagio è dovuto dal fatto è che mi sono sempre sentita in più posti contemporaneamente, anche prima dell'albania. solo ora ho un posto in più dove sentirmi bene. posso immaginarvi nell'ufficio, allo staff meeting, posso vedere le facce e leggere i pensieri che aleggiano nella stanza, come prima, lì in quella stanza, potevo immaginare una mia amica ad arredare una casa nuova, la sua. non è sempre così male tornare e sapere che è tutto lì come l'hai lasciato, polvere nella stanza inclusa. fa forse più male sapere che anche senza di te la vita è andata avanti...
ho voglia di partire di nuovo, ma so di poter tornare alla mia vecchia, cara polvere!

sfigatta ha detto...

che rabbia... scrivo e cancello scrivo e cancello scrivo e cancello...ho scritto di getto ed ora cancellerei ;-)
ma sono curiosa di sapere la tua risposta

serena ha detto...

Partire, restare, tornare ...

Tutti abbiamo bisogno di un luogo in cui sentiamo di poter tornare; fatto di cose, di persone, di ricordi. E al tempo stesso "home is where your heart is", che può significare in molti posti contemporaneamente.
L'eterotopia non è per forza una maledizione: può essere un'arte, sottile e piacevole. Come la nostalgia, del resto: tante persone si appassionano alle partite a dama ... L'importante è sentirsi bene.

Non c'è nessuna risposta giusta, sfigatta. Il punto è cercare le domande, non le risposte. Sempre.
Come cercare i paesaggi, gli odori, i sapori, le persone che non avresti immaginato e le cose di te che non avresti mai scoperto.

Comunque non sono sicura di essere un buon esempio: io nella vita non ho mai saputo bene dove stavo andando. Quindi mi perdo. E mi ritrovo. E mi riperdo. E a me piace. Anzi - più precisamente - non posso farne a meno. Io sono di quelli che proprio non possono farne a meno!

Buona strada, sfigatta! Ovunque ti porti ...