Mi sono persa. Non "un pochino" e nemmeno "metaforicamente", no ... mi sono proprio persa.
Mentre tornavo dal bulevard Zhan D'Ark, poco dopo il ponte di pietra, ho avuto la brillante idea di infilarmi in una traversa che non conosco per guardare da vicino la moschea che - secondo me - si sente da casa mia. Qualche giorno fa parlavamo di come ci si abitua al canto del muezzin che scandisce lo scorrere della giornata. Qui, ad esempio, mi capita di distinguere nel rumorosissimo traffico di Tirana solo l'ultimo richiamo del piccolo minareto della xhamia Ethem Bey: è che coincide di solito con quando smetto di lavorare e lascio Torre Drin, al crepuscolo. A La Marsa, invece, spesso sentivo anche il primo richiamo, all'alba, perché mi svegliavo con la luce del mare che filtrava dalle veneziane e avevo l'impressione che il vento portasse la voce registrata fino a dentro la mia stanza.
Presa da questi ricordi (che diventano tanto più poetici quanto più si allontanano nel tempo ... ), ho imboccato una rruga Petro Nini qualcosa; ho contemplato la moschea, moderna e non specialmente bella, ho ascoltato il richiamo, ho osservato le persone avviarsi. Quindi ho proseguito sempre dritta, sicura di sbucare sotto casa mia.
E mi sono persa. Perché le strade non sono dritte e le case (con rispettivi garage e cortili chiusi) sono costruite in maniera casuale, formando un groviglio inestricabile di vicoli e vicolini. Ho provato a tornare indietro, ma ero rimasta senza punti di riferimento e le facciate senza intonaco mi sembravano tutte uguali. Ho pensato di continuare a camminare in direzione di rruga El Basanit, e cercavo di farlo con passo deciso perché non si notasse troppo che ero una straniera del tutto sperduta, ma non vedevo in lontananza niente che mi somigliasse a niente: nessun grattacielo del bulevard, nessuna insegna, men che meno il building di casa mia.
Non è passato neanche un taxi. Dopo più di mezz'ora ero ancora persa e intanto ha cominciato a farsi buio e non c'era nemmeno l'idea di un lampione o una lampadina per strada. Non potevo chiamare qualcuno per farmi venire a recuperare, perché non avrei saputo dare nessuna indicazione.
A quel punto, seriamente preoccupata, ho selezionato rapidamente un signore un po' più ben vestito (aveva il cappotto), l'ho fermato e gli ho chiesto: "Signore, lei parla italiano?". E lui: "No". E io: "Be', non importa. Comunque io mi sono persa e ho bisogno di tornare su rruga El Basanit".
E questo signore gentilissimo e paziente ha fatto dietro front e mi ha praticamente scortata in silenzio per un'altra ventina di minuti fuori dai vicoli bui verso una zona sempre più illuminata e animata, fino a sbucare di nuovo dalle parti del Kolonat e della pasticceria greca. E lì mi ha lasciata e io mi sono profusa in "grazie! grazie mille!".
Questa mi sembra una bella storiella. Perché gli albanesi, secondo me, sono soprattutto come questo signore, almeno nei miei confronti; e lo so che, nella prossima grande città in cui mi troverò ad abitare, queste piccole cose mi mancheranno.
Mentre tornavo dal bulevard Zhan D'Ark, poco dopo il ponte di pietra, ho avuto la brillante idea di infilarmi in una traversa che non conosco per guardare da vicino la moschea che - secondo me - si sente da casa mia. Qualche giorno fa parlavamo di come ci si abitua al canto del muezzin che scandisce lo scorrere della giornata. Qui, ad esempio, mi capita di distinguere nel rumorosissimo traffico di Tirana solo l'ultimo richiamo del piccolo minareto della xhamia Ethem Bey: è che coincide di solito con quando smetto di lavorare e lascio Torre Drin, al crepuscolo. A La Marsa, invece, spesso sentivo anche il primo richiamo, all'alba, perché mi svegliavo con la luce del mare che filtrava dalle veneziane e avevo l'impressione che il vento portasse la voce registrata fino a dentro la mia stanza.
Presa da questi ricordi (che diventano tanto più poetici quanto più si allontanano nel tempo ... ), ho imboccato una rruga Petro Nini qualcosa; ho contemplato la moschea, moderna e non specialmente bella, ho ascoltato il richiamo, ho osservato le persone avviarsi. Quindi ho proseguito sempre dritta, sicura di sbucare sotto casa mia.
E mi sono persa. Perché le strade non sono dritte e le case (con rispettivi garage e cortili chiusi) sono costruite in maniera casuale, formando un groviglio inestricabile di vicoli e vicolini. Ho provato a tornare indietro, ma ero rimasta senza punti di riferimento e le facciate senza intonaco mi sembravano tutte uguali. Ho pensato di continuare a camminare in direzione di rruga El Basanit, e cercavo di farlo con passo deciso perché non si notasse troppo che ero una straniera del tutto sperduta, ma non vedevo in lontananza niente che mi somigliasse a niente: nessun grattacielo del bulevard, nessuna insegna, men che meno il building di casa mia.
Non è passato neanche un taxi. Dopo più di mezz'ora ero ancora persa e intanto ha cominciato a farsi buio e non c'era nemmeno l'idea di un lampione o una lampadina per strada. Non potevo chiamare qualcuno per farmi venire a recuperare, perché non avrei saputo dare nessuna indicazione.
A quel punto, seriamente preoccupata, ho selezionato rapidamente un signore un po' più ben vestito (aveva il cappotto), l'ho fermato e gli ho chiesto: "Signore, lei parla italiano?". E lui: "No". E io: "Be', non importa. Comunque io mi sono persa e ho bisogno di tornare su rruga El Basanit".
E questo signore gentilissimo e paziente ha fatto dietro front e mi ha praticamente scortata in silenzio per un'altra ventina di minuti fuori dai vicoli bui verso una zona sempre più illuminata e animata, fino a sbucare di nuovo dalle parti del Kolonat e della pasticceria greca. E lì mi ha lasciata e io mi sono profusa in "grazie! grazie mille!".
Questa mi sembra una bella storiella. Perché gli albanesi, secondo me, sono soprattutto come questo signore, almeno nei miei confronti; e lo so che, nella prossima grande città in cui mi troverò ad abitare, queste piccole cose mi mancheranno.
3 commenti:
perchè dove hai intenzione di spostarti?
ti hanno proposto un altro paese?
mi piace sempre molto come scrivi
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