lunedì 28 febbraio 2011

titoli di coda

E naturalmente (non posso farne a meno!) grazie, sinceramente e profondamente grazie a ...

Chi ha installato sul vecchio Mac il mio primo blog editor (anche se poi non l'ho mai usato): perché non avrei mai nemmeno cominciato senza così tanta insistenza.

Chi mi ha letto (e commentato) per tutto questo tempo: perché sono state soprattutto persone da cui non me l'aspettavo e questo mi ha convinta a cercare e cercare e cercare ... A loro sono dedicate le moltissime ore che ho passato a rivedere i post perché sembrassero improvvisati, anche se non lo sono mai stati.

Chi ha continuato a leggermi anche "dopo": il grafico degli accessi al mio blog mostra l'Inghilterra, la Polonia e la Giordania stranamente colorate ...

Chi mi ha ispirata, in tempi assai recenti, a raccontare a voce le mie storie fantasmatiche: perché ho sempre saputo che scrivere mi guarisce, ma non che poteva essere anche divertente.

Chi mi ha accompagnata in macchina dentro ricordi incredibili, di quelli che a volerli inventare non ci si riuscirebbe: perché oggi so che, qualsiasi cosa succeda e comunque vada a finire la mia storia, ne è valsa sicuramente la pena.

Chi mi ha ospitata, quando ce n'è stato bisogno: perché per una parolaia come me non c'è niente di più intimo del silenzio.

Tutti quelli e quelle che hanno fatto con me qualche pezzetto di questo viaggio: perché è proprio così che mi sento, come se avessi passato gli ultimi quattro anni e mezzo in treno e avessi condiviso lo scompartimento con un gran numero di persone straordinarie che andavano, venivano, scendevano alla fermata prima della mia, cambiavano per un altro continente ... E - esattamente come facevo quando viaggiavo lunghe ore in treno - ho osservato e ascoltato attentamente (e amato, devo ammettere) tutti quanti, nella lucida consapevolezza della fugacità. So che qualcuno rimane nella continuazione della mia storia; e questo mi rende molto molto serena ...

Quelli che mi hanno incoraggiata a non chiudere questo blog: perché in effetti non vorrei smettere e sto pensando a un nuovo progetto. Per adesso scrivo su un blog collegato al mio lavoro di ricerca e potrei cominciare a pubblicare su una rivista online; e niente di tutto questo sarebbe successo senza serenainalbania ...

All'uomo che vola moltissimo per condividere i miei ricordi; si presenta alla fine di ogni viaggio per aiutarmi a portare le valige; mi ha recentemente lasciato dipingere una grande striscia rossa sul soffitto della stanza tutta per me. Perché è vero che senza di lui avrei fatto comunque tutto quello che ho fatto; ma sarei stata - a occhio e croce - incomparabilmente meno felice.

l'ultima parola

Oggi è l'ultimo giorno di questo blog; e anche di Serena in Albania in quanto tale, in effetti. Precisamente tre anni fa - il 28 febbraio del 2008 - ho lasciato Tunisi per trasferirmi a Tirana; questo diario ha seguito i miei pensieri, i miei incontri, le scoperte, l'infinito stupore che trovavo a ogni angolo di strada. Non è mai stato un racconto dell'Albania o sull'Albania ma la storia di un viaggio: di questo specifico viaggio, da una città (invisibile?) con la T a un'altra, con tutti i miei bagagli; fino alla fine. Ed è incredibile come negli ultimi mesi - i mesi delle rivoluzioni di gelsomino - la nostalgia della Tunisia mi sia venuta improvvisa, come una fitta al cuore che proprio non mi aspettavo; e ci sarebbe moltissimo da dire a proposito della ricorrente intempestività delle mie scelte ... ma sarebbe decisamente tutta un'altra storia, e troppo intima. Forse un giorno ripenserò alle montagne coperte di bunker come in questi anni ho ripensato al mare della Marsa e anche l'Albania - con il suo surrealismo insondabile - mi mancherà nello stesso modo? Non so.

Per ora: questa è la nuova Serena, a Bruxelles. Stamattina mi sono svegliata nella mia nuova casa; ho coperto le finestre di carta pacchi perché ci metterò dei secoli a trovare le tende (figuriamoci montarle); ho anche la lavanderia piena di valige impilate perché il mobilificio non ha consegnato l'armadio (hanno anche mandato il tavolo sbagliato e ora devono venire a riprenderselo); scrivo da un Exki perché non si è ben capito quando - e soprattutto come - succederà che Belgacom trasferirà la linea dalla vecchia casa in affitto (quattro traverse più in là verso Etterbeek) a quella nuova. Ma non importa: considerando dove ho passato gli ultimi anni della mia vita, niente in Belgio può farmi capitolare; nemmeno il fatto che amministrativamente ci siamo trasferiti nel Comune di Bruxelles Ville ma secondo le Poste i quattro portoni su questo lato della strada hanno il CAP di Etterbeek. Il Belgio, del resto, ha espresso Magritte (quello delle bombette) e Peyo (quello dei Puffi): mica per niente ...

A parte avere finalmente una vera famiglia (so loved up !!! ), non so bene cosa succederà di me. Cercherò un lavoro, immagino (non che muoia dalla voglia); ho pensato di affittare la casa di Pisa, ma non credo che succederà presto: mi dà pace l'idea di un posto solo mio, un posto in cui tornare, e non sono ancora pronta a rinunciarci. Ho riflettuto a lungo su cosa fare di questo blog e sono sicura che la cosa migliore sia chiudere qui, con questo anniversario. Non escludo in assoluto di tornare in Albania (o in Tunisia ... ), ma non sarà più per viverci: quell'avventura è finita, e mi piace immaginare di chiudere il libro che la racconta - con tutte le immagini, i suoni, le voci, i sapori, i tuffi al cuore - e riporlo nella libreria. Perché se non lo faccio, non sarò mai pronta per nessuna nuova avventura.
So che a volte è difficile capire il modo in cui vado via, ma non è per poco amore: al contrario, amo i luoghi e le persone così tanto che rischierei di rimanere per sempre; e io non sono di quelli che rimangono, non lo sono mai stata ...

Serena a Bruxelles ha ripreso i capelli cortissimi e il suo colore naturale: rosso vivo (naturale secondo la mia personalissima auto-rappresentazione della realtà, è chiaro ... ); calza una versione light chic dei vecchi Camperos degli anni Ottanta (che a Taranto sono arrivati nei primi anni Novanta) e si ostina a cercare almeno un altro paio di jeans moderatamente "a zampa" perché lei, in effetti, è anni Settanta dentro. La mattina fa colazione con una grande tazza di caffè (filter) seduta al bar della sua nuova cucina e guarda fuori da un'intera parete finestra, su altri tetti, un pezzetto di Parlamento Europeo, un parco e una grande strada trafficata cinque piani più sotto. Sta bene: frequenta solo bar non fumatori, ascolta moltissima radio, cammina scalza sul parquet con un piccolo Mac sotto il braccio; se potesse, passerebbe il tempo a disegnare fumetti.
Quanto durerà? Impossibile dirlo ... e poi: che gusto ci sarebbe, a saperlo in anticipo?

Di sicuro non smetterò di scrivere né di viaggiare; e anche senza blog resta sempre facile ritrovarmi: abbiamo addirittura due divani letto a casa, pensati appositamente per gli ospiti - anche con famiglia e anche all'improvviso.

Alla prossima, allora ...

domenica 19 dicembre 2010

uno dei miei elenchi

Neve a fiocchi grossi sui tetti di Tirana (perché poi ha nevicato sul serio: a proposito di strani fenomeni ... ).

Piccola xhamia preziosa: il minareto sottile, gli affreschi, le tegole rosse, il traffico - intorno - della città.

Panorama di montagne e tramonti di rosa e rossi troppo accesi per essere veri.

Bulevard di notte (quando non c'erano i cantieri) senza traffico, senza pedoni, solo storia di un Novecento distratto.

Pick-up scassato attorno a piazza Skanderberg, sempre di notte.

Svegliarsi, affacciarsi al balcone e non trovare più il mare.

Cavo di internet sospeso per la strada fra la mia finestra, un palo e non ho mai saputo dove.

Vecchina seduta per terra col banchino di libri vecchi usati improbabili e in varie lingue; che nell'attesa legge.

Gjyljana, donna imprenditrice dell'anno.

Tirana fuori dal blloku coi palazzi senza intonaco, a volte senza ringhiere, coi panni stesi sul traffico e molti vasi di fiori.

Guardare mio marito negli occhi in un aranceto d'inverno.

Furgon con l'adesivo di un aeroporto francese e Vivalbania e Andre davanti al biftek Berati.

Navetta Kristal Qender - Stacioni i trenit e "fermata" (volante ... ) al semaforo.

Autobus riciclati che collegano i quartieri di Tirana, però diretti altrove.

Ogni volta che ho attraversato un confine.

Sottotitoli in albanese.

Parole nuove e vecchie che sembrano italiane.

Un certo numero di amici con la barba; per caso.

Ritrovarmi, come ai tempi dell'università; e mandarci la mia figurina, in ufficio, col tailleur i tacchi e il cappotto cammello.

La targa AL su fondo blu con le stelline dell'Unione Europea; con la testa fra le nuvole ...

Esplosione di primavera a un angolo del Lungolana.

Formaggio fatto in casa in un villaggio di montagna.

martedì 14 dicembre 2010

bora ... (nel senso di neve)

Nevica. Solo per pochi minuti, senza riuscire a posarsi sull'asfalto della città; sulle montagne tutto intorno, invece, sì.

Non nevica mai a Tirana. Il cielo diventa lattiginoso e l'odore del "freddo da neve" - inconfondibile, pungente - riesce a penetrare la coltre di smog e polvere di cantieri; ma non nevica. Com'è che si dice? Strani fenomeni atmosferici si accompagnano al verificarsi di eventi improbabili ... Ad esempio, che io parta e non torni mai più?

Neve, in albanese, si dice bora. La stessa parola che usiamo in italiano per chiamare un vento che porta via.

domenica 12 dicembre 2010

stranieri

Domenica fredda di sole. Pranziamo in una orangerie nascosta nelle stradine del centro, con delle grandi stufe negli angoli e un gatto nero parecchio spavaldo sotto i tavoli.

La maître de salle viene a prendere l'ordinazione; ci chiede qualcosa in inglese, poi ci sente parlare fra di noi e dice:
- Ma parlate italiano!
- Siamo italiani
- No, è che credevo che eravate stranieri, tipo tedeschi o inglesi. Vi porto l'antipasto della casa?

Chissà se esiste un altro posto al mondo, fuori dall'Italia, in cui essere italiani non ci qualifica come stranieri ...

giovedì 9 dicembre 2010

iov

Ho chiuso il mio conto in banca albanese. Sempre a proposito di "indicatori oggettivamente verificabili" ...

mercoledì 8 dicembre 2010

why in the world ...

- And ... why in the world did you come to Albania in the first place? I mean: what was your problem ?!?
- Why in the world? Let me think ...

1994, l'anno della maturità. Erano quasi 5 anni che frequentavo un'associazione di volontariato e ogni estate partecipavo a un campo di un paio di settimane nei quartieri poveri della città, nelle "periferie". Quell'anno lì per qualche motivo il campo era altrove: in Albania; bisognava ricostruire un asilo o una scuola o un orfanotrofio, qualcosa del genere. Io ero minorenne e i miei genitori - ovviamente - non vollero sentirne parlare; senza il loro consenso non potevo espatriare. Invece mi mandarono in Scozia a scuola d'inglese, e quella fu la mia prima volta oltre confine; senz'altro erano convinti che avrei apprezzato il "premio di consolazione". Promemoria per genitori o aspiranti tali: se vi capita una figlia come me (e non ve l'auguro ... ), considerate attentamente l'eventualità di conseguenze imprevedibili delle vostre scelte.

1996/1997, terzo anno all'Università, primo anno di specializzazione, prodromi dell'insana passione per la demografia. Alla fine del corso c'era da presentare un piccolo lavoro di ricerca; scelgo come tema l'immigrazione albanese e parto in treno per il Salento a fare interviste e a ritrovare una parte di me stessa che non sapevo di avere. Scopro che dietro ai numeri e ai grafici ci sono le storie e che io ho tutto il tempo di farmele raccontare; le storie di migrazione non sono diverse dalla mia, ma questo l'avrei capito meglio qualche anno dopo. È l'epoca di pensiero meridiano, quando ancora credevo che avrei scoperto chi ero. Questa esperienza diventa il progetto per la mia tesi di laurea; il mio relatore fa parte dell'unico gruppo in Italia che studia l'immigrazione albanese e potrei anche passare un periodo all'INSTAT di Tirana. Intanto vinco la borsa Erasmus e parto per l'Irlanda. Torno nell'estate del 1998, mi procuro un'altra borsa di studio per tesi all'estero e sono sicura che stavolta riuscirò a andare in Albania.
Invece sono gli anni della crisi delle piramidi, della (quasi?) guerra civile, del Kosovo; e l'Università non si assume la responsabilità di appoggiare la mia trasferta. Accetto di cambiare il progetto di tesi e nel 1999 finisco in Spagna a studiare la declinazione femminile di moros y cristianos. Tutto ha perfettamente senso: continuo ad esplorare confini liquidi, scopro l'orientalismo e il profumo di gelsomino, imparo a preparare il the alla menta, mi ritrovo all'IMA di Parigi, torno a casa e mi laureo. Ancora, però, niente Albania.

2000/2003, durante il mio dottorato di ricerca posso trascorrere un periodo all'estero: nel 2001 parto per il Marocco. La ricerca dottorale non è affatto "libera": bisogna scegliere qualcosa che sia coerente con il proprio pregresso e con gli interessi del dipartimento e possibilmente non pestare i piedi a nessuno; così che dalle immigrate marocchine in Spagna della tesi di laurea passo alle politiche genre et développement del Marocco. Sì, è vero: in quel periodo perdo di vista le storie di migrazione; è una scelta a cui ho ripensato spesso ma che non rimpiango; e che, di nuovo, ha avuto conseguenze imprevedibili. Arrivo a Rabat decisa a tentare un vecchio sogno; busso a una porta, convinco il Direttore di un Ufficio che potrebbe farmi stare lì e così io avrei accesso a materiale originale per la mia ricerca e lui avrebbe una persona a disposizione. La cosa funziona.
Questo Direttore rientra in Italia e ogni anno lo incontro a Pisa ad una conferenza; "Sei sprecata qui, pensaci", mi dice ogni volta. Ma nel 2001, al rientro dal Marocco, mi sono ammalata e i medici mi hanno convinta che devo smettere di correre; compro una casa, trovo un lavoro "normale" (40 ore a settimana, tempo indeterminato), cerco un equilibrio impossibile da trovare.

2006, ci ho pensato e ho deciso che posso smettere di correre ma non posso rinunciare a quella che sono; e quella che sono viaggia per il mondo e racconta storie. Mi licenzio e mi ritrovo; ricomincio a lavorare e per qualche mese mi sposto a Roma; il mio amico Gianpaolo in quel periodo segue una produzione italo-albanese e torna entusiasta da Tirana con una busta di çai mali che io e Valeria, sospettosissime, gli buttiamo via. L'ex Direttore di Rabat diventa Direttore per l'Ufficio di Tirana e mi dice: ho una proposta per te. Mi illumino d'immenso e penso: è fatta, stavolta ci vado; anzi, lo vedi: è proprio un segno del destino!
La proposta, invece, è partire per il Sahel. E dopo di quello, trasferirmi a Tunisi.

2007, si apre una posizione a Tirana e il Direttore mi chiama per sentire se conosco qualcuno a cui potrebbe interessare.
- Io, rispondo; a me interessa.
- Nessuno lascerebbe Tunisi per Tirana. Sei proprio sicura?
- Sono sicura; io ho sempre voluto andare in Albania.

Sono venuta a vivere qui il 29 febbraio del 2008. A quel punto praticamente non mi ricordavo più come né perché; non mi ricordavo le immagini degli sbarchi, la nave Vlora, lo stadio di Palese, le storie che avevo raccolto e messo da parte. Però ero sicura: arcanamente sicura che dovevo venire qui, che qui c'era qualcosa che mi stava aspettando, che avrei capito. Partendo da Taranto, Puglia, ho fatto il giro più largo che si possa immaginare per arrivare a Tirana: ho vissuto in parecchie città e in quattro Paesi; ho parlato, letto, scritto, amato profondamente in altre tre lingue; in pratica ho attraversato tutto il Mediterraneo, ho incrociato civiltà scomparse, ho imparato a riconoscere le fogge dell'hijab; sono passata persino dall'Africa, quella vera, con gli arbres à palabre; un paio di volte ho ricominciato da zero: credo di essere cresciuta oltre la mia rabbia e di avere imparato, con l'età, la pazienza. Non sono mai tornata sui miei passi, più che altro per non rifare gli stessi errori.

I miei anni in Albania sono stati pieni e intensi; nel lavoro e nella vita mi sono successe cose che non avrei immaginato; volevo le montagne e le aquile, e le ho avute. Quello che nessuno sa è che questa, per me, non è solo la fine di un viaggio: è un cerchio che si chiude, è "torna alla casella di partenza"; e non sono sicura che ci sarà un'altra partita, non a questo gioco. Questo pensiero mi spezza il cuore.

- You attach excessive meaning to things.
- Indeed.
- Have more raki?
- Yes, please.

domenica 24 ottobre 2010

la mia vita nella valigia

Sto partendo; ancora, di nuovo. Non chiedetemi se ritornerò a Tirana fra una settimana, un mese o un anno, perché seriamente non lo so. Se lo sapessi, del resto, la mia vita sarebbe molto meno complicata: e non dico dal punto di vista emotivo ma proprio pratico; per esempio, stamattina non mi sarei alzata alle 8 per un volo che parte a mezzogiorno se non avessi dovuto fare la lavatrice e aspettare che finisca per stendere le uniche lenzuola che ho, così se per caso torno almeno le trovo pulite. Se può essere considerato come un "indicatore oggettivamente verificabile" dei miei piani, confesso che ho pagato - a mio rischio e pericolo - anche l'affitto di novembre, perché non era proprio possibile trovare una casa per un mese solo. Ho sempre avuto qualche difficoltà a lasciare un lavoro senza averne un altro sicuro per le mani; sarà un fatto culturale, sarà la congiuntura astrale non esattamente favorevole, sarà.
Intanto ora vado a casa; cercherò di sistemare un milione di cosette di varia burocrazia che si accumulano nella mia to-do-list in almeno due paesi e mi impegnerò a pensare ad altro. E in caso di panico, credo di avere ancora da parte una bottiglia di raki ...

martedì 19 ottobre 2010

le crêpes sotto casa di Fulvio ...

Che strana sensazione. Oggi è festa in Albania e sono a casa; avrei anche una lunga lista di cose urgenti da fare e invece sono qui che aspetto che passi il tempo; come in certe domeniche uggiose in cui persino il materiale delle mie storielle mi innervosisce più di quanto non riesca a divertirmi.

Attraversare la strada ai semafori tutto intorno a piazza Skanderberg è una roulette russa e l'unico marciapiede agibile per il momento è una giungla di banchetti, fango, macchine parcheggiate e varia umanità. Chissà se appostandomi riuscirei a cogliere il momento esatto in cui si materializzano e si smaterializzano i venditori di ombrelli ... è uno dei misteri più misteriosi della urban life metroglobale. E perché oggi due omini apparentemente non vestiti da operai stavano picconando nel bel mezzo del cammino? E di cosa vive quel vecchietto seduto all'angolo, con la sua cassetta di mele dell'orto ... dovrei comprarle? un chilo di mele piccole e toccate, per dormire tranquilla, stanotte? Perché il muezzin chiama in arabo invece che in albanese? perché tutte queste venerande barbe e questi pudichi veli nella patria dei bektashi, musulmani di ispirazione sufi che predicano il dio-amore, la vita e la convivenza?

Sono solo troppo stanca, lo so. C'è poca luce, molto rumore, e passo la vita a rincorrere le scadenze degli altri. Nella sezione "capacità sociali e organizzative" del mio CV Europass dovrei indicare: sviluppata capacità di fare da punching-ball; pare vada per la maggiore quando si valuta se offrirmi un nuovo lavoro. E se smettessi di lavorare, che? mica crollerebbe il mondo ... Nell'acqua della mia vasca da bagno ho una visione alla Frida Khalo: la infida sensazione di avere sbagliato tutto galleggia verso di me come una medusa. Ho voglia di prendere l'aereo; e possibilmente non tornare più.

Provo a immaginare cosa mi mancherebbe, se smettessi di tornare qui. Mi vengono in mente solo cose stupidissime, tipo le crêpes sotto casa di Fulvio. E da lì però, in rapida successione, ripenso a centinaia di altre scene: la "fermata" dell'autobus in corsa al semaforo; la doppia caffettiera sulla piastra elettrica; due idraulici e un "amministratore di condominio" che cercano il tubo che perde nel soffitto del mio bagno; la palletta di vetro con dentro la coppia di sposi albanesi in abito tradizionale e la neve di brillantini; il gitano seriamente tamarro che balla il flamenco al teatro dell'opera; raccolte di cartoline veramente improponibili nei negozi di souvenir; il concerto dal vivo in un basso claustrofobico di gran moda; i locali chic sembra abbiano tutti i camerieri col basco. Luci stroboscopiche, migliaia di sigarette, femminismo anticulinario. A volte mi sorprendo a parlare in italiano con gli errori tipici dell'albanese, per cercare di farmi capire.

E' già un po' di tempo che il mio medico dice che questa vita a singhiozzo non mi fa per niente bene; sono una paziente indisciplinata e senza disciplina le pillole non bastano.

Non credevo che sarebbe successo e invece ecco: ho proprio voglia di tornarmene a Bruxelles ...

giovedì 14 ottobre 2010

nonostante tutto

Quanto abbiamo riso ... Ho un buco nel controsoffitto di cartongesso del bagno e l'acqua ora piove dritta dentro un secchio; fa talmente tanto rumore che dovrò chiudere la porta per prendere sonno. Gli idraulici hanno lasciato un disastro da ripulire e io ho detto: intanto prendiamoci un caffè, poi ci pensiamo. Citavo una delle storie africane più belle che mi siano mai state raccontate, una con la brousse e quello che allora si chiamava Zaire e un console che cercava di evacuare i connazionali. Quando sono pronta per pulire, ovviamente è andata via l'acqua. Ci dev'essere un meccanismo di salvezza chimica nel nostro cervello, qualcosa che ci permette di sopravvivere alle avversità, una specie di euforia alcoolica che prende da sobri. Abbiamo cenato fuori perché non potevo cucinare e sono uscita in tuta perché non potevo nemmeno farmi la doccia. Ho parlato di cose che mi rendono felice: di migrazioni e di storie da raccontare e di viaggi e di scrittura e di quella leggera follia che ci accomuna, in giro per il mondo; ed ero molto più ubriaca di quanto avessi bevuto. Sono tornata a casa a piedi sotto la pioggia e ora dormirò, nonostante tutto, il sonno dei giusti. Domani si pensa ...

mercoledì 13 ottobre 2010

pro e contro

Pro: è decisamente in centro, in una zona piena di vita (e anche un po' di folklore) e vicinissima all'ufficio; contro: forse è la zona più trafficata di tutta Tirana e c'è un cantiere gigantesco a due passi dal portone.

Pro: le pareti sono pultite e sembrano tinteggiate da poco, che fa già metà della casa; contro: i colori sono tipicamente albanesi, cioè la zona cucina è azzurra (che è diverso da celestino), la parte sala rosa intenso (non confetto, più tendente al fucsia), la stanza da letto verde acido.

Pro: il letto è grande, con due materassi uno sopra l'altro e ci si dorme abbastanza comodi; contro: non me ne ero mai accorta prima perché avevo la mia biancheria, ma ho scoperto che le lenzuola albanesi sono piccole e non si riesce a rimboccarle ... e anche le coperte (che se si gira freddo può risultare un po' scomodo).

Pro: la cucina ha tre fuochi a gas e una piastra elettrica - la mia combinazione preferita - e la cappa; contro: la bombola del gas è in casa, per cui devo sempre controllare di averla chiusa, e la cappa è montata perpendicolare invece che parallela sopra la cucina, per cui bisogna stare un po' attenti a non prendere lo spigolo.

Pro: il bagno ha la fienstra; senbra una cosa da niente, ma poche case ce l'hanno a Tirana (e anche a Bruxelles). Contro: la finestra è proprio sulla vasca e dà sul cortile di una scuola di suore; il primo giorno ho tirato giù la serranda per farmi la doccia e ovviamente è rimastata piantata.

Pro: c'è un balcone bello grande con vista su piazza Skanderberg e il museo di storia; contro: al balcone si accede solo dalla stanza da letto e non dalla cucina, per cui l'idea di usarlo per un cocktail o una cena a due va un attimo rimodulata ...

E poi c'è la questione dello spiffero; che non è uno spiffero ma è proprio la giuntura fra le due porte scorrevoli, una cosa che solitamente in Italia comunque non lascia passare l'aria. Per capirci: non è un filino d'aria, la tenda ci si infila e la ritrovo che sventola fuori dal balcone, con la finestra "chiusa"!
Vabbe', niente di troppo diverso dalle finestre tunisine, che ci passava il cavo della parabola senza bisogno di fare buchi ... "Ma almeno tu stai in un appartamento nuovo - dissi una volta alla mia amica Roberta - hai gli infissi moderni, non come i miei"; "Sì, saranno anche moderni - mi rispose lei - ma c'è uno spiffero altezza letto che non riesco a prendere sonno perché mi scompiglia i capelli!" ...
E, volendo essere positivi, c'è persino un pro: almeno mi salva dalle fughe di gas.

Insomma, a conti fatti sono contenta. Temo la prospettiva del grande freddo, ma non credo nemmeno che sarò qui in inverno; e poi una casa in affitto non può essere perfetta, altrimenti sarebbe troppo facile ...

C'è solo un ultimo piccolo dettaglio: piove in bagno; non dalla finestra, dal soffitto. Credo che ci sia una perdita immane nelle tubature al piano di sopra; rientrando ho trovato moltissima acqua per terra e nonostante varie telefonate non ho ancora visto l'ombra di un idraulico.

Giusto ieri, peraltro, ho sentito per un lavoro a Roma che sarebbe incompatibile con la mia permanenza a Tirana. Sarà mica un segno?

lunedì 11 ottobre 2010

gra shqipëtare

Sul Lungolana, dalla parte della Piramide, nel fine settimana ci sono sempre delle signore che vengono in città non so da quali villaggi e si sistemano sul marciapiede, con un telo di plastica, a vendere le loro tovaglie; più in là, con l'inverno, anche qualche calzettone di lana.

La tessitura in Albania è stata sempre un'arte funzionale, quindi femminile, domestica; si usano pochi colori e motivi tradizionali, la lavorazione è standard. Le tovaglie sono fra i pochi "prodotti tipici" albanesi che si trovano nei negozi, assieme a qualche gioiello in filigrana d'argento (anche quelli un po' tutti uguali), ai posacenere di marmo in forma di bunker (sinceramente imperdibili) e alla media paccottiglia con l'aquila bicefala o l'icona di Madre Teresa (a volte di Enver Hoxha) ...
Esiste una lavorazione al telaio pregiata nella zona di Shkodra, al nord; ma a quel punto la tovaglia diventa un investimento abbastanza impegnativo per un oggetto che nelle case moderne non si userebbe più di una volta l'anno.

Le tovaglie più semplici di queste signore, in effetti, ho sempre voluto comprarle. Intanto per avere qualcosa di albanese da conservare, qualcosa che un giorno tiri fuori da un cassetto mentre sei da tutt'altra parte nel mondo e pensi: ma te la ricordi la piramide sul bulevard? e il mosaico sul museo? e gli anni - gli anni - che abbiamo passato lì? E poi perché mi piacciono queste donne: somigliano a tante altre donne che ho visto nei miei altrove, con la stessa pazienza sotto il sole e con le stesse ore di marcia e/o di bus sgangherati per arrivare "in città" a vendere il frutto del loro lavoro; che poi siano manghi o menta e cipolle o tovaglie, fa poca differenza.
Solo che non trovavo mai niente che mi piacesse abbastanza. La tovaglia veramente tipica è rossa, ma ce l'ho già perché me l'hanno regalata per il compleanno; quelle bianche - come quelle di Shkodra - sono sintetiche, per questo costano poco. Tutte le volte che passo davanti a questi banchini improvvisati penso ad una fondazione che conosco, che lavora per promuovere l'artgianato tessile con la creazione di nuovi motivi a partire da quelli tradizionali, la presentazione del prodotto, il marketing sulla qualità ... Un po' quegli stessi principi per cui a Tunisi compravamo le futa di Amarante pagandole una sassata invece che quelle del mercato a 5 dinari, insomma. E in genere mi scoraggio, penso che qui siamo ancora troppo lontani.

E invece finalmente è successo. Ho trovato una donna incredibile: l'anello mancante nella catena evolutiva che va dalla contadina vestita di nero seduta all'angolo della strada con la sua cassetta di melagrane alle forme più avanzate di auto-impresa femminile: altro che corsi del fondo sociale europeo per la legge 215 ...

Ho notato nel mucchio una tovaglia color crema con le righe un po' più scure, tono su tono: solito motivo ma significativa innovazione cromatica; tessuto di vero cotone, trama fitta: solido e lavabile in lavatrice, quindi più facile da usare. Ero già convinta all'acquisto quando è spuntata fuori dai cespugli questa signora piccoletta, armata di marsupio, e prima ancora di rispondere alla mia domanda sa kushton? mi ha fatto tutto un discorso velocissimo in albanese di cui ho capito solo numëri celular im; in un momento di illuminazione ho chiesto: për porosi?, cioè "per ordinazione"?
Ebbene sì. La signora non solo mi stava impacchettando alla velocità della luce la tovaglia prescelta col suo set di 6 tovaglioli, ma mi stava giustamente mettendo al corrente che posso chiamarla in qualsiasi momento e ordinare quello che mi serve con colori, dimensioni e motivi che piacciono a me. A raccontarlo sembrerebbe quasi banale, se non fosse che nella testa e nel cuore di un popolo che ha vissuto un regime come quello albanese lo spirito di iniziativa non è niente affatto scontato, specie per le persone di una certa età; so di progetti ONG che hanno avuto vita difficile proprio per convincere le donne che facendo qualcosa di diverso - per esempio soprammobili sostanzialmente inutili di ceramica (che oggi infatti si trovano in aeroporto come souvenir ...) invece che solo tazze e bicchieri - avrebbero venduto di più e meglio.

Ero già pienamente incantata dalla mia transazione commerciale, quando la signora mi regala un ultimo grandioso coup de thèatre: fa sparire nel marsupio i miei 3.000 lek e cosa tira fuori? Giustamente, un "biglietto da visita", col suo nome e numero di telefono: e sennò, che parliamo a fare?
Il biglietto ovviamente non è un cartoncino stampato ma un rettangolino di foglio a righe, da quaderno di scuola, piegato e strappato con cura e scritto a mano: Gjyljana 069.3161834.

Il premio Bellisario, io, lo darei a lei senza pensarci un attimo. Chiamatela, se passate da Tirana.


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domenica 10 ottobre 2010

e dielë në Tiranë

Una delle mie solite domenica a Tirana.

Ho trovato per caso un piccolo bar pasticceria che fa un cappuccino veramente italiano, in tazza grande e con la schiuma spessa, e una torta al cioccolato da leccarsi i baffi; c'è ancora il sole e si può fare colazione all'aperto, in questo spiazzo vicino al fiume, in mezzo a un gruppo di palazzi che devono essere degli anni Trenta: si riconosce il Liberty italiano di fondo, nonostante l'aggressione del tempo e della modernità all'improvviso.
Sono andata fino a rruga Islam Alla per cercare in un supermercato il raki di una marca che preferisco, ma non lo vendono più; invece ho preso un barattolino di miele millefiori (shumëlulesh) di Korça e una busta di peperoncino (spec i kuq pikant i plotë). Il made in Albania è ancora raro: tutto si importa, tutto è meglio se viene da fuori; così quando lo trovo ne approfitto; per curiosità, e per principio.
Agli angoli di strada le contadine vendono bietola, spinaci, mazzi di erbe per il çai mali; da qualche parte credo di aver riconosciuto la cicoria selvatica, quella che mio nonno andava a raccogliere fuori città perché non si trova al mercato, e che in Puglia si mangia col puré di fave. Fa strano prendere le caldarroste sotto il sole ma non resisto: siamo pur sempre in autunno, no?

Mi piace quest'umanità minuta, questo bazar anarchico, l'idea della campagna che non si arrende alla città, nonostante tutto. Le casette coi tetti di tegole rosse che resistono ai mostri-grattacieli del "piano urbano" della Bashkia e Tiranës. Laddove, a causa dei lavori, si riorganizza la topografia delle fermate degli autobus, subito compaiono il tabaccaio ambulante, quello coi semi di zucca, la griglietta delle pannocchie e una o due signore con la cassetta delle banane. Certo: questo a volte significa che il marciapiede si intasa e attraversare la strada diventa abbastanza pernicioso; inoltre sospetto che esisterà un qualche boss del marciapiede che "amministra le licenze", probabilmente non proprio una brava persona ...

Sia come sia, questo è il cuore di Tirana, alla confluenza fra passato e futuro, col vecchio che resiste perché non saprebbe come cambiare e il nuovo che avanza aggressivo, famelico; sui tetti, cisterne e parabole; il megastore Coin di quattro piani e il mercato dei rom alla stazione dei treni; internet per tutti e i cavi volanti appesi fuori dalle finestre.

E montagne, tutto intorno, a guardare.

sabato 9 ottobre 2010

e pastër

Venerdi è finalmente passata Luli, la singora delle pulizie che si occupa di me e di tutte le mie case albanesi dal 2008 in poi ... compresa quella di Komuna e Parisit dove sono stata ospite per due settimane!
Così ora la casa è davvero pulita e non vedo l'ora di avere qualcuno qui, anche solo per un caffè, nel fine settimana.

Ho voglia di vantarmi un po' delle mie pareti blu, rosa e verde (moderatamente fotonico) e del balcone con vista sul cuore di Tirana e sulla sua anima di montagne. E pazienza per il rumore di fondo della città ...

venerdì 8 ottobre 2010

usanze locali

Stamattina per raggiungere l'ascensore ho dovuto fare lo slalom fra delle travi di legno chiaro, lunghissime e abbastanza sottili, che ho trovato in mucchi da dieci fuori dalla porta di casa.

In effetti è qualche giorno che sento rumore di lavori. E ora vorrei parlare albanese quel tanto che basta per bussare all'appartamento accanto e chiedere con un bel sorriso alla signora che ci abita:

Buongiorno signora, come sta oggi? Bene? Sì, anche io, grazie. Sì, sono la nuova vicina. Scusi, signora, che lavori fa di bello in casa? Riveste di legno le pareti? Monta il parquet? Costruisce un soppalco? Bene, mi felicito. E, senta, a proposito, una curiosità ... Ma in questo Paese usate parcheggiare i materiali edili lungo tutto il pianerottolo o è una cosa specifica sua e della sua famiglia?

Sarà anche che ieri mi sono scordata di fare la spesa e quando non faccio colazione comincio la giornata nervosissima ...

giovedì 7 ottobre 2010

më mirë!

E a partire da stasera casa mia è molto ma molto più frequentabile! Il padrone di casa, dopo una semplice telefonata, si è precipitato a comprarmi tutto quello che mancava (posate, padelle, pentole come si deve), compresa una certa quantità di cose inutili che non avevo chiesto.

Peccato che mi sono scordata di dirgli degli asciugamani: dovrò continuare a prendere in prestito quelli "Mavrovo Resort" rubati da Andrea l'anno scorso durante un memorabile fine settimana macedone ... Soprattutto, sono entrata in possesso di uno stendi-biancheria in plastica che sostituisce quello un po' arrugginito che avevo trovato e anche di un ferro da stiro e un asse spaziale (il più grande che abbia mai avuto!), così potrò ripristinare la vestibilità del mio esiguo guardaroba. E magari domani - crepi l'avarizia! - passo di nuovo al mercato e mi compro un servizio di bicchieri Bormioli Rocco (dice) e una fornitura di lampadine a risparmio energetico (made in 中國), il tutto per mille lek a voler spendere assai.

Sì, lo so: basta pochino a farmi contenta! Ma per me la casa è davvero importante, devo sentirmici bene e deve essere abbastanza presentabile da poter invitare delle persone a cena, altrimenti non può funzionare, nemmeno per pochi mesi.
Mi dispiace solo che per non far aspettare il padrone di casa sulla porta mi sono persa l'ultima serata di Përrallat e Hofmanit al Teatro dell'Opera. E non si dica che a Tirana manca la vita culturale ...

mercoledì 6 ottobre 2010

shumë shi !!!

Piove a dirotto. Non so quale sia l'equivalente albanese di cats and dogs, hasta los maridos o vache qui pisse, ma comunque quello lì.

Stanotte mi sono svegliata perché i lampi illuminavano completamente la finestra del balcone in camera da letto: furbamente, l'unica in tutta la casa senza serranda e con uno spiffero pazzesco alla (supposta) giuntura fra le due porte scorrevoli. Poi nel pomeriggio ha smesso, solo che io mi sono "distratta" su un documento che devo finire entro venerdì e quando ho sollevato gli occhi dallo schermo era di nuovo un muro d'acqua.
Che di per sé non sarebbe gravissimo: non mi pavoneggio forse ad ogni occasione del mio anno irlandese, quello in cui appresi a convivere serenamente con una pioggia torrenziale, persistente e in pratica orizzontale? Sì, solo che questa non è Galway ma Tirana; più specificamente, questa è la "pianificazione urbana" di Tirana, cioè: dislivelli nelle strade che producono stagni non guadabili a bordo marciapiede, sterrati improvvisi che si tramutano in pantani e - come se non bastasse - piazza Skanderbeu sventrata per dei lavori di risistemazione che sembrano avere tempi assai più politici ("Le mani sulla città" docet ... ) che stagionali.

Sono rientrata a casa bagnata come un pulcino bagnato. La buona notizia è che i miei Dr Martens sono sempre all'altezza della situazione. La cattiva notizia è che, causa evidente incompatibilità di orari fra gli impegni della sarta e i miei impegni lavorativi, i miei unici jeans ce li avevo addosso sotto il diluvio universale: ne ho portato un paio nuovo da Bruxelles, ma sono ancora ad accorciare. Fortunatamente ho recuperato il mio piccolo "pinguino" (come si chiama in italiano? quello che si usa in bagno per fare caldo!) dai lasciti della mia casa precedente che avevo distribuito fra amici vari, e me ne sto servendo per accelerare artificialmente il processo di asciugatura.

Dice che per salvarmi dal senso di provvisorietà devo riderci sopra ...

martedì 5 ottobre 2010

po pres ...

Aspetto. Che torni l'acqua (va via una o due volte al giorno), così posso farmi la doccia. Che arrivi il tecnico dell'internet caffé che c'è al pianterreno per collegarmi direttamente al suo server, tramite un cavo che si arrampica sulla parete esterna del palazzo fino alla mia finestra; poi che arrivi (il giorno dopo) il suo amico "esperto di Apple" per configurare l'IP sul mio laptop.

Che la mia signora delle pulizie prenda servizio, questo venerdì, e mi riabiliti all'uso della terrazza. Aspetto anche di capire come si fa, secondo questi padroni di casa, a affittare un appartamento per tre mesi senza comprare almeno un set di posate. Aspetto che la sarta, che sarebbe aperta çdo ditë nga ora 9 deri ora 17, decida di presentarsi per davvero in negozio. Cose così.

Alla sera, aspetto che mi si chiudano gli occhi sulla mia ipotesi di workshop su "l'analisi di genere delle forze di lavoro sul territorio provinciale" (o sulla mia sempre ostica grammatica di albanese) prima di andare a letto. E al mattino mi sveglio quando riprende il rumore di fondo della città; che significa alle 6:00, ma aspetto di abituarmi e riuscire a rimanere addormentata almeno fino alle 7:30.

C'era quel pezzetto di dialogo in Oceanomare che fece diventare famoso Baricco:
- Cosa stiamo aspettando?
- Che sia troppo tardi, Madame.

No, non è questo il mio caso: io aspetto per allenare la pazienza; nella speranza che poi sia davvero la virtù dei forti!

domenica 3 ottobre 2010

34 (tridhjetë e qatër)

Ancora un altro compleanno: è il 34esimo; ed è il quinto di seguito che mi capita mentre sono fuori per lavoro. Il terzo qui a Tirana, in effetti: un altro autunno, un altro compleanno.

Sfortunatamente sono stati giorni difficili: la ricerca di una casa mi stava facendo impazzire e sul lavoro ho la sensazione che ogni cosa mi sfugga di mano; così che ho letto tutti i pop-up che mi si aprivano su skype e tutti gli sms che mi sono arrivati (alcuni da molto molto lontano ... ), ma non sono riuscita a rispondere a nessuno. La sera dopo cena volevo offrire un dolce, ma la seconda influenza in due settimane si è abbattuta implacabilmente su di me; così mi sono rassegnata all'idea di dormire: profondamente e senza sogni, cullata dal fervex.

Ora mi sento finalmente di scrivere che sto bene, che sono serena. Vincenzo è venuto a trovarmi e siamo entrati insieme nella casa nuova; abbiamo sistemato le quattro cose che stavano nella mia valigia e siamo passati al mercato e al conad. Fosse per me, ricomprerei piatti, bicchieri, asciugamani e lenzuola (oltre a mollette, scope e stracci che mancano!), ma devo convincermi che non starò qui a lungo, che non ne vale la pena; devo imparare ad accontentarmi di questo tipo nuovo di provvisorietà.

E così il compleanno è passato senza quasi accorgermene. Di ritorno dall'aeroporto, questa è la prima sera che sono davvero da sola e che sono sistemata nella mia nuova base, nel posto che - bene o male - adesso mi farà da casa. Nonostante l'anteprima da Komuna e Parisit, quindi, è da qui che ricomincia il racconto: Serena di nuovo in Albania ...

domenica 26 settembre 2010

vegjetarianët e çuditshëm shqiptarë

Sempre per la serie "cose che succedono solo in Albania": sono appena diventata la vegetariana più famosa del Paese; di fatto, pare che io sia quasi l'unica ...

Qualche giorno fa sono stata contattata da una giornalista che cura la sezione "costume e società" di una rivista. Mi ha detto che stava lavorando a un pezzo sul vegetarianesimo in Albania ma si era resa conto che il fenomeno qui quasi non esiste, per cui aveva difficoltà a trovare qualcuno da intervistare; così aveva avuto il mio nome dalla dietologa con cui ha parlato per gli aspetti medici di questo "stile di vita": sembra che dei suoi oltre mille clienti, io sia l'unica vegetariana.

Fra parentesi: sì, a volte uso i servizi di una famosa dietologa di Tirana. Sulla sua qualifica come "dietologa" non saprei pronunciarmi, ma come imprenditrice è senza dubbio un genio: ha messo su una specie di catering avanzatissimo, nel quale il cliente fa un abbonamento mensile (si può scegliere fra solo pranzo oppure pranzo + cena) e riceve tutti i giorni a domicilio un pasto "dietetico", che significa semplicemente sano, con pochi grassi, poco sale, tanta insalata e abbastanza variato. Per me che sono - appunto - vegetariana è comodo, perché me lo recapitano in ufficio e questo mi salva, dato che ho una pausa breve, dal dover pranzare troppo spesso fuori, con una scelta abbastanza ristretta a insalate standard o pizza/pasta ... Poco sostenibile anche per la mia linea!

Così ho incontrato la giornalista e le ho raccontato a grandi linee che per una vegetariana l'Albania è abbastanza friendly, nonostante i (pochi) piatti tipici siano più che altro di montagna, quindi a base di carne e nonostante che gli italiani, in genere, qui impazziscano per il pesce buono e a poco prezzo; trovo sempre verdure fresche e quasi ovunque cucina italiana - cioè pasta o pizza - di un livello notevole. Insomma, molto più facile della Tunisia, dove la tipica reazione a "sono vegetariana, non mangio né carne né pesce" era portarmi la salade tunisienne col tonno (?!?) o la tajine col pollo (?!?) ... O chiedermi: e con cosa la vuole la tabouna, senza niente?

Certo, non mi aspettavo che la rivista fosse molto letta. Ed è lì che ho fatto male i calcoli, a quanto pare ... come mi ha immediatamente fatto notare la mia amica Suela: ora tutta l'Albania conosce i miei eating habits! Io non riesco a tradurre da sola l'articolo, quindi in realtà non ho nemmeno idea di cosa ci sia scritto!

Però di sicuro riconosco la citazione di Leonardo da Vinci in incipit: verrà un giorno in cui l'uccisione di un animale sarà considerata come l'uccisione di una persona.
Non lo racconto mai (e non l'ho suggerita io alla giornalista albanese!), ma è questa frase che sta all'origine delle mie riflessioni di 13enne in quella famosa estate delle grandi decisioni ...


http://revistamapo.com/index.php?faqe=detail&kat=Kulture&id=2524